Di Domenico Bilotti

Qualche sera addietro è andato in onda un intenso dibattito televisivo tra Piercamillo Davigo, presidente di sezione penale presso la Corte di Cassazione e membro del Consiglio Superiore della Magistratura, e Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane.

Se si volesse buttarla sul tono epico, i massimi esponenti dei due fronti che con alterni rapporti di forza guidano l’immaginario della giurisdizione in Italia: chi crede alla toga del giudicante come a un elmo e chi crede a quella del difensore come a uno scudo.

Più prosaicamente, il confronto ha riguardato una visione della magistratura come categoria da cui promanano provvedimenti di salute pubblica e un’idea del processo basata sulle garanzie giudiziarie di foggia costituzionale.

E allora sgomberiamo il campo: tra l’incremento indiscriminato delle norme incriminatrici e la razionalizzazione che depenalizza selezionando i beni giuridici meritevoli di protezione, tra la declinazione taumaturgica dell’accusa che snida il male per punirlo esemplarmente e il processo accusatorio di stampo democratico-girondino, tra la vocazione alle condanne facili tramite il dilacerante e spaventoso racconto della giustizia e l’equilibrio del valutare casisticamente senza bava alla bocca, noi stiamo decisamente con la seconda parte. Non si può retrocedere dalla funzione di protezione procedurale della norma, che può essere amica (e non avversaria) della risoluzione, della legalità, della composizione, della giustizia.

E però. Però c’è un ma. Davigo ha alcuni meriti personali nel suo carniere: ha puntato la trasformazione delle condotte corruttive e contro esse ha sguainato l’arsenale dei miglior colpi d’accusa; sul “piano militare”, l’azione è stata carica, ricca, impattante. Due cose solo -e tuttavia non da poco- possono essergli rimproverate. Non aver capito che la lotta alla corruzione non è il controllo a tappeto, la sorveglianza permanente, l’eliminazione dei gradi di giudizio, ma soprattutto un faticoso ma anche seducente, appassionante, raffinato, lavorio logico e metodologico, etico ed estetico, per la distruzione della mentalità corruttiva. E l’altro errore, più concreto e meno prospettico, peggio a qualcuno parve: aver avuto e cresciuto l’idea che per fronteggiare una politica di manutengoli, di nanerottoli e pescecani servisse una franca pioggia di provvedimenti di custodia e non un salutare humus di partecipazione collettiva e diritto individuale.

Mediaticamente, insomma, vince Davigo, se era il caso di dare i voti e le proiezione demoscopiche. Vince il racconto facile di ogni tempo che ha paura di sè: la promessa di un pericolo prima braccato, poi disossato e poi infine scampato; la certezza che sbatteremo dentro tutti i diavoli dell’inferno e il mondo sarà così finalmente savio e sano. E forse anche santo. Chissà?

L’opposto racconto della garanzia, della prammatica forense, potrebbe e dovrebbe permettersi più coraggio e più densità. Dimostrarsi per come è: pratico ai problemi che abbiamo e agli spazi immateriali che abitiamo. Qualsiasi cosa ne venga fuori, sarà sempre meglio che il clan correntizio, che le nomine d’apparato che si giocano come partite a scacchi tra gruppi di pressione, che questo bastardo modo d’intendersi che fa credere a tutti che nulla valga più niente. “La libertà, in verità, un doveroso pericolo”.

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