Realizzare la vita che si vuole, fermo restando che essa non deve essere a danno altrui, rientra nella libertà di ogni individuo, con la quale viene –diciamo- ad attuarsi anche quella parte di felicità consentita ai mortali, diversa per ciascun individuo poiché è da considerarsi non facente parte del gregge, almeno finché non abiura alla diversità. Rinunciare a tale libertà che dovrebbe essere connaturata agli esseri umani (però non in tutti lo è) significa rinunciare a vivere la vita nel suo piacere più forte che è felicità, individuale sempre, pur se implicante talora la collettività.

Ma la singolarità poco si accorda con la normalità. Nel Settecento Giammaria Lazzaroni sosteneva che “vivere a vita regolare è lo stesso che vivere a convento”. Un’affermazione che richiederebbe, per quel “convento”, un lungo discorso a precisazione, dato che la realizzazione della vita può essere voluta anche lì, nel convento. Comunque va detto che ci sono individui volti più degli altri a realizzare con forza e determinazione quanto anelano. Può essere desiderio di conoscenza (esemplare l’Ulisse creato da Dante, il suo “folle volo”) o qualsiasi altro anelito, per il quale, contro ogni ragionevolezza (cos’è poi la ragionevolezza?) viene attualizzato ciò per cui si ritiene che valga la pena proseguire a vivere.

Ma per Eschilo l’individuo che non si rende conto del Limite pecca di “hybris”, vale a dire di tracotanza poiché ignora il senso della misura lasciandosi prendere da Ate, ovvero dalla dea che acceca portando oltre il Limite. Nella tragedia “Pérsai” (“I Persiani”) Eschilo mette in guardia: “Da principio Ate seduce l’uomo con sembianze amiche/ ma lo trascina poi in reti/ donde non c’è speranza/ che mortale fugga e si salvi”.

L’uomo è mortale, e viene questa sua condizione di limite nella tragedia posta in rilievo dall’uso di “thanatos” (mortale) al posto di “anthropos” (uomo), non deve pertanto pensare e agire al di là della propria natura perché non gliene vengano dolore e pianto. Ciò, però, può anche non essere negativo se, nello scampato pericolo, si fa ammonimento che nulla a chi muore giova.

E torna il concetto di “eudaimonia”, da intendersi felicità come scopo della vita, che alla base ha il “gnothi seauton”, ovvero quel “conosci te stesso”, vale a dire il tuo limite. Ma c’è poi anche la eudaimonia come la intende Platone, ossia il compimento del “daimon” che è in noi, l’assecondare l’inclinazione naturale, il talento in possesso.

Alex Zanardi, pilota automobilistico, più volte campione di Formula 1, dopo l’incidente del 2001, durante una gara di Formula Cart in Germania, che gli troncò le gambe, è tornato a gareggiare sull’handbike, motivando così la sua scelta agli studenti di una scuola romana: “Per me rimanere a casa significherebbe smettere di vivere, quindi no, io la vita me la prendo”.

Ha lo Zanardi voluto con forza, determinazione e strenuo impegno assecondare il suo talento, così ha sconfitto l’handicap e vinto ancora guidando l’handbike.

Avrebbe continuato a correre e a vincere se lo scorso 19 giugno a Pienza non si fosse lasciato a quella curva sedurre da Ate …

Alex Zanardi possiede ancora la vita, non quella che il suo “daimon” vorrebbe, dolore grande avrà quindi al ritorno – speriamo! – della coscienza.

Ma il dolore può farsi anche consapevolezza del limite, divenire possibilità di uno sguardo ad altro, pian piano ugualmente gratificante al pensiero che è soprattutto la vita del pensiero ad avere valore.

Noi auguriamo che gli resti il pensiero.

Antonietta Benagiano

 

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