(DESTINATA A PERDERE IL 13 PUNTI DI PIL

E A RECUPERARNE NEL 2021 SOLO LA METÀ)

Errare humanum est perseverare autem diabolicum. Non c’è governo della (cosiddetta) Seconda Repubblica e della (presunta) Terza che non abbia puntualmente commesso l’errore di credere che la strada da percorrere per lo sviluppo dell’economia fosse quella di incentivare i consumi. La politica della domanda ha avuto modalità serie come alcuni interventi fiscali (pochi) e modalità populiste (molte) volte a distribuire a pioggia risorse peraltro inesistenti e quindi a debito. Ma in entrambi i casi è stata fallimentare, perchè tanto il minor esborso di tasse quanto il trasferimento di risorse non si sono mai tradotti in un aumento dei consumi – che infatti sono rimasti flat, o addirittura diminuiti – bensì in un maggior accumulo di risparmio. Ora, pensare che questa crisi nata dall’emergenza pandemica renda diversa la situazione e che stavolta “abbassare le tasse” (Di Maio) o “ridurre le aliquote Iva” (Conte) risulti virtuoso, è una vera idiozia. Intanto, perchè questa crisi, al contrario di quella del 2008, nasce come blocco dell’offerta causa lockdown e conseguente chiusura delle imprese, e registra contrazioni di consumi sia per cause di forza maggiore – se le persone non escono di casa si limitano all’acquisto dell’indispensabile – sia per la (solita) ragione piscologica, laddove prevalgono sentimenti come la paura, la sfiducia e l’incertezza del futuro.

E poi, anche ammesso (e non concesso) che il sostegno corrobori la domanda, se il sistema industriale dovesse crollare rischiamo di consumare prodotti d’importazione (o cose prodotte in Italia ma di aziende con proprietari stranieri).

Eppure, nonostante tutti questi precedenti, nel vuoto pneumatico di idee – parlo di proposte concrete, articolabili sull’asse dei costi, del tempo e della generazione di pil – che ha reso pura questua la ricerca di risorse in sede europea, le uniche ipotesi di cui si parla sono ancora una volta interventi denominati “a favore dei consumi”. Il presidente del Consiglio ha sparato un “facciamo come la Merkel” immaginando che una riduzione delle aliquote dell’Iva (per alcune categorie e in forma di premio per chi usa la moneta elettronica) porti gli italiani a spendere, ma è stato subito mandato a stendere dal ministro dell’Economia, Gualtieri, che considera la mossa da un lato troppo costosa e dall’altro un inutile palliativo. Ma è dello stesso spirito la decisione di sostituire dal primo luglio gli 80 euro di Renzi – misura del 2014 che tutti si sono ben guardati dall’abolire – con un “trattamento integrativo dei redditi” dei lavoratori dipendenti, che 13 miliardi quest’anno e 16 l’anno prossimo anziché i 10 del vecchio bonus. Se non è zuppa, è pan bagnato. E comunque la evocata riduzione strutturale del costo del lavoro è altra cosa, di cui peraltro si parla a sproposito perché se ci si illude che serva ad evitare un’ondata di licenziamenti non appena verrà meno il divieto – che non a caso si vorrebbe sciaguratamente prolungare – non si è capito cosa stia davvero succedendo nell’economia reale. Inoltre, tutti sperano che per “quota cento e “reddito di cittadinanza” la spesa sia il più possibile inferiore al preventivato – l’importante è poter dire di averli conservati, quei due disgraziati provvedimenti – ma nessuno si sogna di prendere atto sia che fosse un errore concepirli sia del loro fallimento sul campo.

Mentre le mosse congiunturali giuste o sono solo nell’agenda virtuale – come un’ulteriore proroga delle scadenze fiscali e la cancellazione dei debiti fiscali inesigibili – o sono addirittura ignorate pur essendo fondamentali sotto diversi punti di vista, come sarebbe l’immediato pagamento di tutti i debiti della pubblica amministrazione, centrale e periferica. Neppure gli aiuti ai consumi industrialmente virtuosi riusciamo a fare, come sarebbe la rottamazione dei vecchi modelli euro-4, che aiuterebbe quel che resta delle aziende dell’auto (basterebbe copiare da Germania e Francia), mentre il governo ha preferito incentivare i monopattini.

Ma la vera svolta ci sarebbe solo se ci fosse la comprensione che occorre concentrare tutte le risorse per favorire la dialisi di un’offerta che anche prima del Covid era rimasta indietro. O meglio, si era articolata in almeno tre diverse categorie: le imprese che hanno affrontato per tempo e con efficacia la rivoluzione digitale, l’internazionalizzazione e, almeno in parte, i processi di capitalizzazione e managerializzazione; le imprese che faticosamente stanno tentando di mettersi al passo; le imprese che vivono di solo mercato domestico, attaccate al bocchettone della spesa pubblica, e che non hanno per nulla affrontato, o lo hanno fatto poco e male, i diversi processi di adeguamenti ai paradigmi del capitalismo globalizzato. Le prime, quelle che con l’export ci hanno tenuto a galla, e hanno alimentato virtuose filiere produttive e di servizi, non sono, ahimè, più del 10-15% del totale. Le seconde sono la maggioranza (intorno al 50%) ma a loro volta toccherà dividersi tra vincenti e perdenti, mentre le terze sono il 35-40% (percentuale destinata ad incrementarsi con le perdenti del secondo gruppo) nonostante che una prima selezione darwiniana avvenne dopo la crisi del 2008 e seguenti, tanto che andò perduta un quarto della nostra capacità produttiva complessiva. Questo significa che già ante Covid eravamo di fronte ad un gigantesco problema di modernizzazione e riconversione industriale e terziaria, e che a maggior ragione lo saremo nei prossimi mesi quando l’emergenza economica avrà pienamente ricevuto il testimone da quella sanitaria.

Ecco perché ogni sforzo va prioritariamente concentrato sul fronte dell’offerta, dal piano industria 4.0 – colpevolmente (peccato mortale) trascurato dopo la partenza che gli aveva dato Calenda – alla completa digitalizzazione dell’intero sistema paese, con il 5G e l’intelligenza artificiale, passando per la modernizzazione di tutte infrastrutture, materiali e immateriali. Operazione, questa, che non significa affatto il salvataggio dell’esistente – naturalmente in nome della difesa dei posti di lavoro, impropria perché l’occupazione si difende e si amplia solo modernizzando il sistema – obiettivo assurdo se si considerano le consistenze numeriche di quei “tre partiti” in cui si può dividere il capitalismo italiano, di cui dicevo prima. Viceversa, significa fare interventi settorialmente selettivi e mettere mano almeno a tre epocali fattori trasversali che frenano lo sviluppo: semplificando e sveltendo le procedure burocratiche; riformando in modo radicale la giustizia; smontando l’assistenzialismo dello Stato-mamma (vedi Federico Fubini sul Corriere della Sera di giovedì 25 giugno) e rivedendo in chiave di snellimento l’intero impianto del decentramento amministrativo.

Segnali che si vada in questa direzione non ce ne sono, se non i mal di pancia che con sempre maggiore evidenza (alleluia) si vedono nel Pd – da Gori a Bonaccini, passando per l’operazione Scalfarotto in Puglia – e nei corpi sociali, come dimostrano i metalmeccanici in piazza del Popolo a Roma, che hanno dato vita ad una protesta “politica” contro il governo Conte, che finora Cgil, Cisl e Uil non si sono sognati di toccare e che, invece, la categoria più forte ha bocciato per una politica industriale che, semplicemente, non esiste. Bocciatura che fa il paio con quella della Confindustria di Bonomi, che finalmente ha messo in soffitta i tatticismi inutili di Boccia. Certo, occorrerebbe un doppio registro, di lotta e di governo, da parte degli imprenditori, che dopo aver rotto il tabù del criticare anche aspramente il governo che sbaglia, devono anche acquisire la consapevolezza che, al di là dei governi che si susseguono, è il sistema politico e istituzionale ad essere inadeguato e che occorre che la Confindustria, senza doversi fare partito, promuova la creazione di forze portatrici del seme della modernizzazione. Così come nel sindacato non fanno ben sperare sia l’abbandono di Bentivogli, di cui il vertice Cisl porta la responsabilità, sia l’esordio di Bombardieri alla guida della Uil come successore di Barbagallo, il quale non ha trovato niente di meglio nel suo armamentario rivendicativo che chiedere l’abbassamento dell’orario di lavoro a parità di salario, e proprio in questo momento così difficile.

Insomma, dopo la celebrazione in modalità solo mediatica degli Stati Generali, governo e maggioranza, in mancanza di idee e di coesione, puntano a scavallare l’estate rinviando la definizione del piano di rilancio strutturale dell’economia, con la scusa di attendere che sia irrevocabilmente formalizzata in sede comunitaria la decisione sul Recovery Plan. Peccato che in quella sede la nostra credibilità nel chiedere sostegno dipenda proprio dalla bontà, o meno, del piano economico, e quindi da come si intenda spendere le risorse, come pure dall’utilizzo del Mes come segno di smarcamento dalle prurigini ideologiche che su quei fondi si sono manifestate ma soprattutto da quelle anti-europee e sovraniste che non a caso albergano nei critici del Mes, che spesso coincidono con quei tromboni (o peggio) che al suolo dell’inno nazionale predicano che possiamo finanziarci da soli.

Serietà e senso di responsabilità vorrebbe che di fronte alle previsioni snocciolate dal Fondo Monetario – mentre il pil mondiale si contrarrà di meno del 5% per poi rimbalzare del 5,4% nel 2021, quello delle economie avanzate calerà dell’8% per risalire del 4,8% e quello europeo del 10,2% per rimbalzare del 6%, l’Italia perderebbe quasi 13 punti per recuperarne solo la metà – il governo producesse uno sforzo programmatico immediato e radicale per evitare che il debito, destinato ad approssimarsi al 170% del pil, diventi insostenibile sui mercati finanziari. Se così non sarà, non è difficile prevedere che a settembre-ottobre sarà spazzato via. Con o senza una soluzione di riserva già pronta.

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