INTRODUZIONE

 

Se la pandemia ha fermato le parate non ha fermato la lotta per i diritti.

Quest’anno si celebra un Pride diverso, senza gli affollati cortei arcobaleno, ma in una piazza virtuale in cui artisti, drag queen, registi, creativi, politici hanno trovato il modo di reinventare questo importante appuntamento.

 

Nel cinquantunesimo anniversario dei moti di Stonewall (27-28 giugno 1969), dedichiamo alPride la sedicesima uscita di TELESCOPE, che per l’occasione trasforma il suo sottotitolo in Racconti dall’arcobaleno e ospita una serie di contenuti dedicati ad artisti e istituzioni che hanno approfondito i temi dell’identità, dell’accoglienza, dell’inclusione, della parità di genere (qualsiasi esso sia), della diversità come valore aggiunto.

 

Questo numero speciale si apre con l’editoriale “ospite” scritto da Matteo Bergamini, Direttore Responsabile di Exibart, dedicato all’importanza della leggerezza, alla necessità di non tradire se stessi, di guardare alla complessità del mondo con semplicità.

 

Nella sezione RACCONTI trovate un testo di Samuele Piazza, resident curatordelle OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino, che riflette sulle ragioni della rassegna Dancing is what we make of falling, che ha curato cura insieme a Valentina Lacinio; Ginevra Bria – critica d’arte e curatore di Isisuf Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo e dello spazio no profit FuturDome – intervista il duo italiano F/Q su Ho steso un lenzuolo per terra, ultimo progetto esposto proprio da FuturDome prima del lockdown; l’artista Ruben Montini ci parla di performance come atto politico e delle ragioni che lo hanno portato a dare vita al progetto CONFINO, dedicato a quell’arte queer, inaugurato appena una settimana fa.

La parte VIDEO ospita un estratto dell’opera Teorema Teorema Teorema(2019) di Jacopo Miliani, esposta alla GAMeC di Bergamo nel 2019, e un trailer della performance Private: Wear a mask when you talk to me (2016) dell’artista Alexandra Bachzetsis parte di Furla Series #01 presentato da Fondazione Furla al Museo del Novecento di Milano nel 2017.

Nella sezione EXTRA il filtro Instagram dedicato dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato alla mostra di Ren Hang Nudi, a cura di Cristiana Perrella; il documentario su Robert Mappelthorpe, parte del secondo appuntamento con le Summer Series della Fondazione Antonio Dalle Nogaredi Bolzano, una serie di visite guidate alla scoperta delle opere in collezione; il video di presentazione della Katarzyna Kozyra Foundation dedicata al sostegno e alla promozione delle donne artiste dell’Est Europa.

 

Vi ricordiamo che l’archivio di tutte le edizioni di TELESCOPE è disponibile su www.larafacco.com

 

Buona lettura!

 

Il team di Lara Facco P&C

#TeamLara

 

Lara Facco

Camilla Capponi, Barbara Garatti, Marta Pedroli,

Claudia Santrolli, Denise Solenghi e Francesca Battello

 

con la collaborazione di Annalisa Inzana

 

domenica 28 giugno 2020

 

EDITORIALE

 

Samantha! è pazza! di Matteo Bergamini

Samantha! si scrive e si pronuncia con il punto esclamativo finale. Saman-tha!

Samantha! aveva cinque anni nel 1985: era la bambina più amata del Brasile. Insieme ad altri due piccoli formava il trio PlimPlom e conduceva un programma sulla più importante rete nazionale.

Nel 2018 Samantha! ha 37 anni, è sposata con Dodoi, ex calciatore finito in carcere, e due figli di 11 e 8 anni: Cindy e Brandon.

Samantha! ha anche un agente, Marcinho, che cerca di fregarla con la bontà dell’amicizia.

Nella vita di Samantha! capitano tante cose: deve riunire il gruppo per spargere le ceneri di Zé Cigarinho, la sua spalla dai tempi dei PlimPlom; deve inventarsi un modo per tornare alla ribalta; combattere con l’influencer Laila, con la suocera arrivata a proteggere l’identità del figlio da spot pubblicitari pessimi; Samantha! deve misurarsi con l’impossibilità di pronunciare la parola “orfana” che chiude lo spettacolo teatrale che la rilancerà. Samantha!, che quando fa l’autografo mette un cuoricino e quando firma una stellina, è stata abbandonata neonata davanti ai cancelli degli Studios. Samantha! ha un motto: O importante é não deixar de acreditar. L’importante è non smettere di credere.

Samantha! è una delle serie più leggere, più divertenti, più colorate, più commoventi che Netflix abbia potuto partorire. Samantha! è un concentrato di disarmante vita in un mondo a senso unico che pretende di decidere l’esatta percentuale del colore di pelle di un figlio nato dall’unione di una donna bianca e un uomo nero. Le regole della natura, contrariamente al pensiero scientifico, non vanno a senso unico.

Samantha!, lascia spazio alla figlia adolescente femminista, e accetta che il piccolo Brandon non sopporti i suoi coetanei; Samantha! si sente imputare la colpa di ogni trauma psicologico che ristagna nell’anima dei suoi ex colleghi e dei suoi famigliari.

Samantha! è la dimostrazione che da vicino – figuriamoci da lontano – nessuno è normale.

Ho scoperto Samantha! durante la fase più acuta del lockdown, quando furioso per libertà negata, per il riversamento di vomito mediatico, nero contro la narrativa dominante, incredulo e spaventato dal reiterarsi di atteggiamenti “esemplari” che disquisivano sul senso di vita e morte, ho deciso di impiegare il tempo senza farmi avvelenare dalla televisione, da quel rumore di fondo che però – purtroppo  – riusciva comunque a essere assordante. Samantha! è stata una delle ancore di salvezza nei giorni in cui ho deciso di non trasformarmi né in panificatore né in pizzaiolo. Ancora una volta l’arte in soccorso, ma stavolta nei panni di una serie tv.

Avevo bisogno della magia di Samantha! e della sua personale normalità per avere la percezione – come se non fosse già abbastanza chiaro – che “il mio bene” posso solo deciderlo io stesso, non uno sconosciuto che parla alla televisione prima del gioco dei pacchi.

Avevo bisogno di Samantha! perché va contro il senso comune. Samantha! mi ha sincerato che col cazzo che sarebbe andato tutto bene. Samantha! mi ha ricordato che tutti i passi che ho fatto finora mi hanno portato qui, ora, come recita un’opera di Alberto Garutti. Samantha! è un manifesto all’importanza della leggerezza, alla condizione che la propria natura non si può rinnegare ma solo inseguire. Sinceramente, apertamente, pubblicamente, normalmente.

Samantha! è una quasi quarantenne poco cresciuta, come forse lo sono io. È esplosiva e antipatica, pensa al passato e guarda avanti, è una guerriera che non vede generi e distinzioni, ma solo occasioni per crescere, e per essere felice. Senza tradire né se stessa, né gli altri.

È un messaggio di uguaglianza e positività così scomodo, semplice e cristallino da apparire idiota, infantile, e dunque trascurabile. Forse reazionario, come l’atteggiamento di chi, oggi, vorrebbe l’unione anziché la frammentazione – tanto amata e promulgata dal potere, per la sua ignobile volontà di controllare le nostre vite – rispetto alle questioni urgenti del mondo.

Ma io credo solo nel potere dell’essere normali, come Samantha!

 

RACCONTI

 

 

F/Q. La lucidità del corpo, di Ginevra Bria

 

Il duo italiano F/Q, tra gennaio e febbraio 2020, ha realizzato la sua prima mostra da FuturDome a Milano, ispirandosi all’immaginario BDSM di Hervè Guibert, scrittore, critico, fotografo, difensore del tema della rappresentazione dell’omosessualità e dell’Aids negli anni Ottanta.

Nel racconto Les Chiens, che voi avete estruso attraverso fotografie, installazioni, performance e video, quale linguaggio del corpo e del desiderio si parla?

Les Chiens attua un continuo slittamento fra piani narrativi nel tentativo di spaesare il lettore. È un racconto scritto anche per sedurre Michel Foucault, che mette al centro varie forme di desiderio: quello animalesco dei cani del titolo, quello sadomasochistico tra vittima e padrone, quello porno di un io narrante che descrive corpi destinati a soddisfarlo, fino a una forma autobiograficad’amore a tre di Guibert stesso. Abbiamo cercato di metterle in scena (tranne l’autobiografia), rispettando il controllo formale impresso da Guibert al racconto.

Guibert è stato un raffinato precursore, quali sono gli aspetti della sua figura di critico e fotografo che vi hanno sorpreso?

Guibert ha fatto dell’auto-fiction una strategia di narrazione letteraria e fotografica. Non è stato il primo, ma ha messo a sistema una tecnica in cui l’autobiografia si stempera sempre in realtà immaginate, desiderate, vissute, che mettono al centro l’intimità, per poi dissiparla. C’èun’atmosfera sospesa, nei suoi libri e nelle immagini, che li rende atemporali e inquietanti. Ci interessava restituire quest’atmosfera.

Les Chiens è stato scritto in un periodo cruciale della vita di Guibert, secondo voi perché quel racconto potrebbe diventare oggi un peana per nuove battaglie?

Nell’estate del 1981, quando Guibert lo scrive durante una vacanza all’Isolad’Elba, l’epidemia di HIV negli USA era ai suoi prodromi: il racconto riflette unmomento in cui la sessualità era esplorata e vissuta con una franchezza che dopo divenne impossibile. Il libro – molto criticato alla pubblicazione nel 1982, e ancora oggi, per la nonchalance con cui parla di desiderio sessuale e del diritto a desideri non conformi – viene trascurato: era scandaloso negli anni Ottanta perché scritto da un autore dell’élite intellettuale e ancora oggi resta poco tradotto, ma ci sembra apra a nuovi percorsi di libertà personale.

Quale insegnamento avete tratto dalla ricerca svolta su Guibert in merito alla difesa della libertà d’espressione?

Les Chiens è un racconto incendiario: scandaloso e intimo come X Portfolio di Mapplethorpe (1978). Oggi ci sembra che la parte veramente scandalosa sia la franchezza con cui il desiderio è immaginato e raccontato. Ci siamo posti il dubbio se fosse una scelta azzardata costruire la nostra prima mostra intorno a un romanzo pornografico; ma analizzando i livelli di lettura del testo, dietro la lucidità matematica della narrazione e i rapporti sadomasochistici, abbiamo visto una tenera onestà, una schietta espressione d’amore. Abbiamo voluto tradurre, tenere con noi, raccontare tutto questo.

 

 

Crediti immagini: F/Q, Ho steso un lenzuolo per terra, 2019: Boia, stampa inkjet fine art in bianco e nero su carta cotone. Dimensioni 50×60 cm // Corsaro, stampa inkjet fine art in bianco e nero su carta cotone. Dimensioni 50×60 cm // Padrone, stampa inkjet fine art a colori su carta cotone. Dimensioni 50×60 cm // Prigioniero, stampa inkjet fine art in bianco e nero su carta cotone. Dimensioni 50×60 cm // Vittima, stampa inkjet fine art in bianco e nero su carta cotone. Dimensioni 50×60 cm

 

 

Dancing is what we make of falling, di Samuele Piazza

 

Non ci sarà un Pride.

Le norme di distanziamento contro gli assembramenti non consentiranno le sfilate che solitamente occupano le strade cittadine. Molte attività si sposteranno online per celebrare a distanza di sicurezza l’anniversario di Stonewall, ma dovremo aspettare un anno per farlo ballando insieme per strada.

Il senso di appartenenza generato dagli eventi di massa è noto ai sociologi come a chiunque abbia seguito un concerto o una partita allo stadio o, ancora, marciato in una protesta.

Creare un unico corpo pulsante, gioioso e sudato, che reclama la propria presenza e il proprio diritto ad esistere e ad autorappresentarsi, ballando a ritmo di musica.

Dancing is what we make of falling, trasformare la caduta in una danza.

Prendere le ingiustizie, le discriminazioni, la violenza e contrastarle ballando.

Celebrare la resilienza della comunità queer e la sua capacità di creare nuove socialità, nuovi spazi sicuri in cui nutrire le diversità.

In questi giorni è vitale ricordare che il Pride nasce da una lotta, in particolare dalla resistenza di alcune donne nere trans e drag queen contro reiterati abusi da parte della polizia.

Black trans lives matter, ora come allora.

Sylvia Rivera, Marsha P. Johnson, Zazu Nova e Jackie Hormona, tra le altre, sono state l’avanguardia di un movimento.

E la strada è ancora lunga, come dimostrano le proteste contro la violenza subita dalla comunità nera trans in America e altrove.

In un mondo dominato da disparità economiche e sociali, da violente espulsioni e rampanti rigurgiti di razzismo, il lavoro degli artisti rimane fondamentale nella sua creazione di immaginario.

Nel tentativo di celebrare il potenziale immaginifico queer, creare spazi di dibattito e contrastare le retoriche del terrore nasce Dancing is what we make of falling.

Il titolo della mostra prende in prestito un verso di Fred Moten, e diventa una constatazione di quello che, in tempo di crisi, l’arte è chiamata a fare.

I lavori di tantissimi artisti si sono susseguiti in un palinsesto di immagini, idee ed esperienze: le animazioni di Jacolby Satterwhite, unione di ricordi personali e sottoculture queer in un mondo surreale; la documentazione romanzata di Wu Tsang di un bar di Los Angeles, safe space della comunità queer latina locale. I videomontaggi di Tracey Moffatt decostruiscono con sagacia gli stereotipi del cinema hollywoodiano e i suoi razzismi; minor matter di Ligia Lewis mette in scena una riflessione sulla visibilità del corpo nero nella black box teatrale. La porosità della pelle e gli incerti limiti del corpo indagato da Drifters; le parole dei tanti ricercatori che si sono susseguiti, in vari interventi teorici: Caleo, Calabrò Visconti, Dionisio, Vallorani… sullo sfondo le maliziose e ironiche fontane umane di Benni Bosetto rilasciavano i loro umori.

Il lavoro di artisti e teorici continua senza sosta, come i preparativi per la prossima edizione, ma, come per il pride, aspettiamo con trepidazione il momento in cui potremo ritrovarci insieme e danzare in un unico corpo; per ricostituire quella comunità che solo l’esperienza estetica condivisa può creare.

 

 

Crediti per tutte le immagini: Ligia Lewis, minor matter. Performed at OGR, Torino – Dancing is what we make of falling, 2018. Photo Giorgio Perottino, Courtesy OGR, Torino.

 

 

Il racconto dell’identità come atto politico, di Ruben Montini

 

Quando studiavo all’Accademia di Venezia mi dicevano che il corpo nudo non interessava più nessuno, che i tabù non esistevano più, che la performance si faceva negli anni ‘60 e ’70. Che avrei dovuto studiare Scienze Politiche se il mio obiettivo era fare politica. E che il fare o meno coming-out era un problema mio e soltanto mio. Perché avrebbe dovuto interessare qualcun altro?

Non sono mai stato d’accordo. La performance è un mezzo che grida più di qualsiasi altro l’urgenza e la necessità, ieri come oggi. E il coming-out non è una questione privata: invadendo ogni aspetto della vita privata diventa qualcosa di pubblico.

Imperterrito, sono andato avanti per la mia strada. Da studente, a Londra, entrai in contatto con le performing nights, che offrivano tempo e spazio alla ricerca di artisti sia giovani che affermati. Qualcosa che in Italia non esisteva e che oggi trova un suo ancoraggio nella programmazione di Corpi sul Palco di Andrea Contin.

Ho iniziato a presentare le mie azioni all’interno di queste serate e ho imparato a non ascoltare quelle voci che cercavano di contenermi. Non ho fatto il percorso che i giovani artisti italiani al tempo facevano, troppo diplomatico per me. Ho concentrato le mie energie nel tentativo di costruire un lavoro serio, preciso e rigoroso, ma anche lirico. E assolutamente politico.

Nel 2016 ho incontrato Ida Pisani, alla cui ricerca guardavo fin dai tempi dell’Accademia e che oggi mi rappresenta. In quel momento il mio lavoro iniziava a prendere una piega più interiore, intimista, quasi disarmante per la voglia di raccontare emozioni legate alla perdita dell’uomo che amavo e alla paura, costante nel mio lavoro, dell’abbandono. Quando Ida mi fece notare che non c’è niente di più politico, oggi, del riuscire a parlare senza filtri della propria identità, intimità e dei problemi che vivi quotidianamente, ho capito l’urgenza che il mio lavoro aveva anche per le altre persone. Riuscire a parlare della propria omosessualità attraverso il grido politico ma anche attraverso il racconto della propria vita privata, che quindi diventa politica, di una storia d’amore in frantumi, di un compagno malato di tumore e, più recentemente, riuscire ad ammettere di essere stato oggetto di bullismo omotransfobico è un dovere che sento intrinseco alla mia ricerca. Non ho mai inteso l’Arte come decorazione ma sempre come luogo in cui dar voce alle mie esperienze, che sono quelle di tante persone che non hanno la fortuna di potersi esprimere di fronte a un pubblico come faccio io.

Spinto da queste riflessioni, e da alcuni messaggi ricevuti da giovanissimi che guardano alla mia ricerca, ho deciso di fare qualcosa perché altri artisti gay possano avere spazio e un primo confronto con il pubblico dell’arte esponendo i propri lavori. Così ho fondato CONFINO, nella mia casa-studio che da Verona va verso il Lago di Garda. Lo spazio è quello intimo in cui vivo e lavoro tutti i giorni e le opere dei giovani artisti invitati – alcune acerbe, altre più risolte – innescano un dialogo incredibile con la natura della casa. In questo mese del Pride, in cui il Governo discute l’approvazione della legge contro l’omotransfobia, ho ritenuto urgente e importante dare spazio ad artisti all’inizio del loro percorso e con cui ho tanto da condividere.

 

Crediti immagini: CONFINO, installation view con opere di Ruben Montini, Nicolò Bruno, Luca Frati, Luca Di Giamberardino, Valerio Eliogabalo Torrisi e Jacopo Benassi. Photo: Ela Bialkowska, OKNOstudio

VIDEO

TEOREMA TEOREMA TEOREMA

Jacopo Miliani

Il video di cui vi offriamo un estratto, esposto nel 2019 alla GAMeC di Bergamo, prende spunto dal film Teorema di Pier Paolo Pasolini (1968), che inizia con un’intervista a un gruppo di operai a cui il capo “impazzito” ha donato la fabbrica. Protagonista del video è il performer parigino Matyouz, danzatore, Master of Ceremony e commentatore dei più importanti contest europei di Vogueing, una pratica coreografica e un linguaggio nato dall’imitazione delle pose dei modelli nelle sfilate o sulle riviste patinate. Il Vogueing mette a confronto la cultura mainstream anni Novanta inserendola nell’ambiente underground, gay e transgender. Le pose dei danzatori sono oggi diventate segni iconici e linguistici per i movimenti di liberazione legati alle identità di genere.
Un lavoro che, insieme a performance, sculture, installazioni e progetti editoriali dell’artista, descrive un itinerario preciso alla ricerca dell’espressione del gender, con tutte le implicazioni sociali e politiche che il processo identitario porta con sé.

Il video sarà disponibile su Vimeo fino a domenica 5 luglio.

 

Crediti video: Teorema, Teorema, Teorema, 2019. Video di Jacopo Milian. Performer: Matyouz. Realizzato in collaborazione con GAMeC di Bergamo e T-space studio, Milano. Durata: 8’33’’. Courtesy the artist, Studio Dabbeni, Lugano; Galeria Rosa Santos, Valencia; Frutta, Roma.

 

Private: Wear a mask when you talk to me

Alexandra Bachzetsis per Fondazione Furla

In Private: Wear a mask when you talk to me, l’artista e coreografa svizzera Alexandra Bachzetsis interpreta per 53 minuti personaggi diversi, mettendo in scena posture e gesti stereotipati.

Presentata per la prima volta in Italia nel 2017 al Museo del Novecento di Milano, questa azione faceva parte del ciclo di performance Furla Series #01 – Time after Time, Space after Space a cura di Bruna Roccasalva e Vincenzo de Bellis per Fondazione Furla.

Dalle movenze delle drag queen orientali al fitness, dalle coreografie di Michael Jackson allo yoga, dal football americano al porno, questo lavoro esplora i comportamenti di genere e l’identità sessuale. È un’indagine sulle molteplici immagini della femminilità, sul cambiamento, sui processi di depersonalizzazione e sui confini sottili di un’identità che costantemente si ridefinisce e modella su ruoli stereotipati.

 

Crediti immagine: Alexandra Bachzetsis, Private: Wear a mask when you talk to me, performed at Museo del Novecento, Sala Fontana, Milan, Furla Series #01 – Time after Time, Space after Space, 2017. Courtesy Fondazione Furla. Photo © Masiar Pasquali // Crediti video: Alexandra Bachzetsis, Private: Wear a mask when you talk to me. Furla Series #01 – Time after Time, Space after Space, 2017. Courtesy Fondazione Furla

EXTRA

 

Filtro Ren Hang

Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci

Entrare nell’opera, nel vero senso della parola: il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato ha lanciato un inedito progetto digitale per rendere omaggio al fotografo e poeta cinese Ren Hang (1987- 2017), di cui presenta per la prima volta in Italia una selezione di 90 fotografie grazie alla mostra Nudi, a cura di Cristiana Perrella, visitabile fino al prossimo 23 agosto. Grazie a un filtro Instagram ispirato a Peacock (pavone), una delle immagini più iconiche dell’artista, ognuno di noi potrà ritrarsi come la modella dello scatto originale: il pavone diventa un oggetto di scena, il nostro occhio diventa quello del pavone, la poetica e la fotografia di Ren Hang, grazie a un progetto dallo spirito ludico, raggiungono un pubblico sempre più ampio.

 

Partecipa anche tu: il filtro è sul profilo Instagram del Centro Pecci.

 

 

Crediti immagine: Ren Hang, Peacock, 2016. Courtesy Stieglitz19 and Ren Hang Estate

 

Robert Mapplethorpe

SUMMER SERIES 2020

Fondazione Antonio Dalle Nogare

Sabato 4 luglio la Fondazione presenta Siluetas – Corpi in Movimento, il secondo appuntamento di Summer Series, un ciclo di visite guidate a tema dedicate alle opere in collezione nell’estate 2020.

Siluetas è dedicato agli artisti che pur avendo radici concettuali, successivamente hanno dedicato la loro pratica artistica al corpo: il proprio, quello degli altri, quello dello spettatore.

La visita è seguita dalla proiezione del film Mapplethorpe – Look at the pictures, dedicato al grande fotografo americano che con le sue raffinate immagini di personaggi famosi, corpi nudi e nature morte, soggetti erotici, omosessuali e sadomaso, ha superato i confini tra foto d’arte, pornografia e fotografia commerciale. Il film sarà visibile anche in streaming gratuitamente per 24 ore tramite il sito web della Fondazione.

 

La partecipazione al percorso guidato è su prenotazione, scrivendo a visit@fondazioneantoniodallenogare.com o chiamando il numero +39 0471 971626.

 

 

Crediti immagine: Robert Mapplethorpe Foundation. Used by permission

Raccolta Fondi

Katarzyna Kozyra Foundation

“Sarei molto felice se non ci fosse bisogno di sostenere le donne artiste, ma come artista e donna so quanto è difficile avere successo e riconoscimento, soprattutto all’estero.” Katarzyna Kozyra, l’artista polacca che nel 1999 ricevette la menzione d’onore alla Biennale di Venezia per la videoinstallazione Men’s Bathhouse – in cui, travestita da uomo, entrava nell’area riservata agli uomini di un bagno turco – apre così il suo messaggio di invito a sostenere la sua fondazione. L’artista di Varsavia, che esplora temi scomodi come il genere, l’invecchiamento, la morte, nel 2012 ha dato vita alla Katarzyna Kozyra Foundation per promuovere e sostenere le artiste dell’area dell’Europa dell’Est e Centrale e alimentare la discussione critica sulla presenza delle donne nel sistema dell’arte globale. La crisi economica conseguita al lockdown rende ancora più necessario raccogliere fondi perché la Fondazione possa continuare a operare.

 

 

Crediti immagine: Katarzyna Kozyra, Men’s Bathhouse, 1999, still da video. Courtesy Katarzyna Kozyra, Katarzyna Kozyra Foundation

 

Sei un giornalista, un critico, un curatore?

Vuoi contribuire con un tuo scritto a una delle prossime edizioni di TELESCOPE?

Scrivici su telescope@larafacco.com

 

Se vuoi ricevere TELESCOPE anche tu, scrivi a telescope@larafacco.com

 

L’archivio completo di TELESCOPE è disponibile sul sito www.larafacco.com

 

giornale

Informazione equidistante ed imparziale, che offre voce a tutte le fonti di informazione

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui