Accedere al MES significa firmare un contratto con un fondo intergovernativo – formalmente una società lussemburghese – il cui consiglio d’amministrazione non persegue l’interesse generale, ma è tenuto a svolgere una fredda funzione “manageriale” e deve attenersi agli obiettivi fissati dallo statuto del MES. È un’istituzione non democratica, una sorta di “scatola” creata nel 2012 con la quale gli Stati membri aderiscono ad una filosofia ben precisa: quella di spingere nel medio periodo i governi nazionali verso un percorso di tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni.

Quando il MES ti presta dei soldi è tenuto per statuto a tutelarsi e recuperare le somme, perché questa è la sua natura. E per farlo ha la possibilità di mettere sotto “sorveglianza” i conti pubblici dei Paesi. A quel punto, pur non avendo alcuna legittimazione democratica, il MES può in qualsiasi momento sindacare le scelte economiche fatte dai singoli Stati, e imporre i cosiddetti “aggiustamenti macroeconomici”, ossia i soliti tagli alla spesa pubblica e la classica macelleria sociale.

Se prendi quei soldi accetti di sottoporre la tua politica economica, fiscale, sociale al giudizio di un soggetto che per statuto è tenuto ad agire alla stregua di una qualsiasi banca privata che ha dei crediti da recuperare, avendo peraltro molti più poteri. Se il MES decide che il tuo livello di spesa pubblica per scuola, sanità, welfare, diritti sociali è insostenibile, ti può imporre di ridurlo attraverso le solite ricette “lacrime e sangue” che tanto piacciono ai fanatici del neoliberismo.

Insomma, il MES è l’incarnazione di quell’ideologia in nome della quale abbiamo già ridotto all’osso l’intervento dello Stato nell’economia. E il coronavirus ha fatto più danni laddove il neoliberismo e le politiche di austerity hanno indebolito la rete pubblica di protezione sociale e reso meno reattiva la risposta degli Stati all’emergenza.

Come si può quindi pensare che uno strumento nato per ridurre la spesa pubblica degli Stati possa essere adatto a gestire una fase in cui servono al contrario politiche espansive e piani straordinari pluriennali di investimenti pubblici?

E poi ciò che sappiamo su questa nuova linea di credito è così vago e generico: non è chiaro il prima – perché nessuno sa bene quali voci di spesa sarebbe concesso finanziare con questi questi soldi – e non è chiaro il dopo, perché non si sa cosa potrà accadere quando il MES verrà a battere cassa per recuperare il prestito. In un contesto simile, chi ha così tante certezze e non si pone nemmeno una domanda è stolto, oppure in malafede, oppure entrambe le cose.

Ecco perché insistere con così tanta ostinazione nel volersi gettare fra le braccia del MES è un errore. Non basta rifare superficialmente il trucco a vecchi strumenti che sono essi stessi causa del problema. Bisogna rivedere tutto il pensiero politico ed economico che ha retto l’Europa sin qui. Bisogna mandare in pensione l’austerity, mettere al centro la BCE e dare margini agli Stati per pianificare investimenti di lungo periodo. Bisogna smettere di privatizzare i servizi essenziali, sanità in primis. Bisogna tornare a dare al pubblico la dignità che merita. Bisogna smettere di lasciare tutto in balia dei mercati. È questo ciò di cui la politica dovrebbe discutere oggi.

Roma, 30 giugno 2020

Francesco Forciniti (M5S Camera – Commissione “Affari Costituzionali”)

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