di Domenico Bilotti

Per quanto possa sembrare incredibile (e invece recentemente Pietro Barcellona e Massimo Recalcati ci hanno dimostrato esattamente il contrario), una cultura normativa non teistica come quella cinese ha prodotto una concezione simbolica estremamente sacramentale del potere e del linguaggio politico.

Il monopartitismo è una forte traccia di fondamentalismo nel quadro delle libertà associative; la mancanza di dati certi sulle esecuzioni capitali rimanda a un nuovo Leviatano, le cui ossa sono anonime come le fosse comuni; persino l’ostentato ottimismo salutista dimostrato sugli invece drammatici dati ambientali incarna una sorta di paternalismo dogmatico per cui il benessere e il progresso sono sempre ben tenuti dalle mani giuste.

È innegabile che parte della cattiva stampa di cui gode la Cina abbia anche pretese egemoniche e non voglia accettare la colossale ipoteca della governance pechinese sul mondo (passata attraverso i dati economici di base: la manifattura, l’acquisto del debito pubblico altrui, le attività estrattive extra-continentali).

Pensare si possa essere anticinesi o filocinesi come quarantacinque anni addietro ci si poteva dire filosovietici o antisovietici sarebbe un gesto bello e buono di vera miopia: le interconnessioni globali sono troppo più forti della cementificazione per blocchi. Il potere non è un monolite, ma un alveare.

Ciò non toglie che si possa e si debba guardare con sfiducia e critica alla nuova legge di sicurezza nazionale per Hong Kong, integrata al locale sistema di basic law che sostituiva il vecchio diritto protettorale anglosassone.

Jinping ha definito il nuovo pacchetto come un santo patrono per il popolo e una minaccia per una minoranza. Ecco, già credere che la legislazione penale speciale sia un santo patrono per la maggioranza e una minaccia per la minoranza contiene in re ipsa il tradimento (o anzi la rimozione) del principio democratico.

In dettaglio, poi, i rilievi metodologici e discorsivi lasciano spazio a maggiori inquietudini: il disegno di politica criminale mira specificamente a moltiplicare le norme incriminatrici che schermino il rapporto, anche solo d’opinione, tra l’ex colonia autonomista e il mondo esterno. L’iperfetazione di figure di reati politici, con dilatazione di cornice edittale, è il segno di un intransigente pugno di ferro per le proteste degli ultimi mesi, contro la ricentralizzazione operata da Pechino.

Lo sappiamo bene: i moniti dell’Unione Europea parranno stanchi belati privi di sostanziale unitarietà e precettività; le sciarade farsesche di Trump nascondono il sogno proibito di sgambettare il nuovo nemico par excellence. Il Regno Unito è a metà del guado e ha problemi di politica interna non indifferenti. Tutto vero. I corifei anticinesi nei gruppi di pressione hanno i loro scheletri nell’armadio. Non pare tuttavia ragione sufficiente per dimenticare che negli ultimi sei mesi migliaia di ragazze e ragazzi cinesi si siano trovati in piazza e da lì in galera, o espulsi o attenzionati. Il gigante giallo è un gigante vero. Ma i giganti orbi, ricorda Omero, vengono trafitti persino da Nessuno.

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