Bisogna prendere atto che, a 200 anni dall’Editto Pacca, la tutela, in Italia, è morta e sepolta. E lo è non solo nei cubicoli del Collegio Romano ma anche negli Uffici territoriali che dovrebbero farsene carico, dove regna una sorta di lassismo post-traumatico. A riprova, il 23 giugno ho scritto, non senza imbarazzo, una dura nota alla Soprintendente ABAP per la città metropolitana di Napoli, ai Carabinieri TPC Campania e al Sindaco di MARIGLIANO per replicare alla risposta del citato ufficio territoriale del Ministero di Franceschini alle mie contestazioni (e contestuale richiesta di accesso civico) circa il mancato vincolo di un tratto di strada romana messo in luce e poi ricoperto, alcuni anni fa, nelle campagne di quel Comune, nonché sulla realizzazione contra legem, in piena pandemia, di un muro di cinta in cemento armato nelle attigue particelle invece vincolate. Qui le stesse indagini archeologiche rivelarono la presenza, poco lontano dalla strada citata, dei resti di una villa rustica di epoca romana e della relativa necropoli. Circa la via glareata ho sottolineato come le incertezze su allineamento ed estensione del tratto scoperto, diventato automaticamente proprietà del demanio culturale ai sensi dell’art. 10 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004), e senza che rilevi in alcun modo l’identificazione o meno con la cd. Popilia, non valgono a giustificare la mancata apposizione del vincolo. Il tempo trascorso dallo scavo e la ‘delicatezza’ della zona ove insistono i resti già noti costituiscono, anzi, un motivo in più per metterli in sicurezza mediante un atto di tutela diretta. Ben più grave è la vicenda più recente, in merito alla quale mi è stata fornita dall’ufficio territoriale del MiBACT una risposta sconcertante. L’istanza di parere inoltrata dal Comune alla Soprintendenza (solo dopo la mi richiesta di accesso agli atti…) per l’eventuale autorizzazione in sanatoria di lavori eseguiti dal sig. Tommaso Terracciano sulle particelle vincolate nel 2009 non è stata respinta al mittente perché irricevibile, come avrebbe dovuto. Il funzionario di zona responsabile del procedimento ha invece subordinato “il proprio parere di competenza…all’esecuzione di indagini archeologiche…lungo tutto il perimetro del muro di cinta, per la parte che insiste in area vincolata” allo scopo dichiarato di “appurare eventuali danneggiamenti procurati durante le fasi di lavorazione per la realizzazione del muro, rammentando che nel caso in cui si riscontrino danneggiamenti ad evidenze archeologiche quest’Ufficio procederà secondo quanto previsto dal d. Lgs. 42/2004”. Formulare una risposta siffatta, sottoscritta dalla dott.ssa Cinquantaquattro nella sua qualità di dirigente dell’Ufficio, equivale ad ignorare la normativa o distorcerla scientemente a vantaggio del privato, con la possibilità di incorrere in reati quali l’abuso d’ufficio e l’interesse privato in atti d’ufficio. “Solo PRIMA dell’apposizione del vincolo di tipo archeologico” ho scritto “sarebbe stato lecito e sensato, infatti, agire come sopra riferito, perché in tal caso le indagini imposte alla Proprietà avrebbero avuto finalità di ricerca, risultando prodromiche alla perimetrazione dell’area da assoggettare, eventualmente, a vincolo. DOPO, invece, a vincolo cioè già emanato e rilevanza archeologica già sancita, la violazione degli obblighi notificati regolarmente al proprietario all’atto dell’emissione del provvedimento di tutela resta tale, cioè resta una violazione, anche qualora la costruzione del manufatto non abbia intercettato alcuna struttura o strato archeologico o reperto mobile di sorta, e come tale va sanzionata.” Ho dunque fatto appello ai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli perché, almeno loro, vigilino in tal senso, dal momento che un abuso in area vincolata non può in alcun caso essere sanato, a prescindere da chi l’abbia commesso… La sanatoria equivarrebbe infatti ad una sdemanializzazione: in via di fatto, cioè, un bene pubblico, per il quale vige l’inalienabilità assoluta (ex art. 54 del Codice), diventerebbe proprietà di un privato e, in questo caso, costui si approprierebbe indebitamente dell’area demaniale interna alla ‘sua’ recinzione. Disporre l’esecuzione di scavi di verifica degli eventuali danni, significa piegare la ricerca archeologica a fini strumentali nell’ottica di una giustificazione ex post dell’illecito commesso della Proprietà, facendosene complici. Ho chiesto, pertanto, alla stessa dott.ssa Cinquantaquattro (indirizzando la nota anche ai vertici amministrativi e politici del MiBACT, da lei coinvolti) l’annullamento in autotutela di quell’atto illegittimo, deplorando che ad un’evidente omissione dei controlli spettanti alla SABAP per la città metropolitana di Napoli sia seguita una goffa iniziativa di carattere riparatorio destituita però di fondamento ai sensi del Codice. Nel ribadire la richiesta di accesso agli atti, esprimevo l’intenzione di limitarmi a seguire l’evolversi della pratica, confidando nell’auspicato annullamento dell’atto. Ad oggi, però, nessuno ha ritenuto di riscontrare la mia richiesta, dunque rendo ora nota tutta la vicenda e pubblico sui miei canali social la corrispondenza ufficiale fin qui citata, aggiungendo che, come peraltro avevo anticipato nella nota del 23 giugno, presenterò un esposto-denuncia all’AG, affinché siano accertate tutte le responsabilità e sanzionati quanti hanno agito e/o coperto una condotta illecita che ha danneggiato tutti i cittadini italiani.

Margherita Corrado (M5S Senato – Commissione Cultura)

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