Luigi RAPISARDA

 Anche in tempi di tristezza cosmica il nostro inviato Temistocle Sacripante, non si lascia sfuggire i contesti più effervescenti della nostra terra italica, grazie alle sue memorabili metamorfosi.

 Questa volta ecco una delle sue appassionanti chicche sulle cose più inverosimili: come quella che ha riguardato l’Ordine degli avvocati più grande d’Europa.

 Che prende corpo da una confidenza, in anonimo, di una banalissima disavventura occorsa ad un giovane avvocato.

 Notizia all’apparenza banale, ma che sembrava nascondere un problema grosso.

 La decontestualizzazione dalla realtà, che sta succedendo in misura esponenziale alle nuove generazioni, scambiando sempre più frequentemente persino le alcove per vetrine cibernetiche ove il narcisismo la fa da padrone.

 Che se è poco più che normale amore per se stessi, nella teoria psicoanalitica, non altrettanta innocua connotazione assume quando si lega, come sta caratterizzando le generazioni questo terzo millennio, ad un bisogno abnorme di attenzione, e gratificazione esterna.

Un problema che si sta estendendo in modo esponenziale.

Pensare che secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Psychology Today, il 70 per cento circa dei ragazzi sarebbe infatti “malato” di narcisismo.

 Ciò significa che la maggior parte degli adolescenti e quindi della generazione che ci succederà, ha una visione distorta di sé e, a causa di ciò, non è in grado di provare empatia, quella capacità che ci consente di metterci nei panni degli altri e quindi, all’occorrenza, aiutarli.

 Ma a preoccupare è soprattutto secondo  la teoria degli usi e gratificazioni (Katz, Blumler, Gurevitch e Mendelson) il fatto che “..più l’individuo percepisce che un medium soddisfa alcuni suoi bisogni, più lo userà proprio per quello scopo, in particolare se l’individuo non si sente capace di farlo nell’ambiente reale”.

 Per di più talvolta questo disturbo del senso di sé, è insidiato da frequenti insicurezze che non fa che acuire gli effetti.

 Facendo così un torto anche alla virilità italica, e tutto a detrimento della species promotionem, tanto da far avviare un’attenta riflessione sulle preoccupanti insidie alla conservazione del genere umano.

 La notizia era arrivata casualmente da una lettera recapitata anonimamente, ove una donna dell’avvenenza irresistibile ma in preda ad un inconsolabile malinconia, così scriveva:

“Brando nem vagy ,a Etel kollegaja hogy te szaggatja a Suivent az újabb Budapesti tartozkodasa korulbelul egy honap fa…”

 Un vero rompicapo, in un idioma non di facile comprensione.

 La traduzione del testo, ne ha disvelato una storia amara.

 Etel, bellissima donna mitteleuropea con cui questo giovane avvocato aveva avuto una liaison, recriminava il fatto che quella storia d’amore non avrebbe voluta viverla in bianco ed in condizioni umilianti per la sua femminilità, cui il giovane contrapponendo smodata esaltazione della sua bellezza apollinea ne rivelava tutta la sua incapacità ad amare.

 Insomma tutto il contrario del cinico aforisma del grande Baudelaire “ L’orrore della solitudine e il bisogno di dimenticare il proprio io in una carne estranea, è ciò che l’uomo chiama nobilmente bisogno di amare”.

 E giù a raccontare di notti senza passione, mentre l’unico pensiero di questo giovane praticante, che senza sangue nelle vene, era l’autoesaltazione, nella multiformità delle pose, davanti al suo iPhone, aspettando ardentemente la risposta, come avesse da mostrare, unico appagante moto del suo essere uomo, un istantaneo e al contempo immutabile “io” davanti ad un pretorio promiscuo, ossia i tanti totem costituiti dai social, restando indifferente alla seduzione e alla bellezza altrui.

Sembrava quasi ripercorrere i tratti più salienti che più di due secoli fa, di questa tematica seppe magistralmente affrontare

Henri-Benjamin Constant.esponente di prim’ordine del filone liberale del primo ottocento e oratore brillante, nel suo capolavoro, il romanzo di ispirazione autobiografica, Adolphe, ove mette a nudo la sua tormentosa incertezza nei rapporti d’amore, in cui traspose velatamente la vicenda con Madame de Staël,affrontando con implacabile introspezione la propria ambivalenza nel conflitto tra desiderio ed incapacità di amare, già a quei tempi ritenuto “il male del secolo”.

 O come dire dalle struggenti parole di Etel, una sorta di riscrittura profana,a parti rovesciate, della sublime opera di Wolfgang Goethe “ I dolori del giovane Werther”

 L’innaturale gratificazione – nel preferire la seduzione del “ mi piaci “ alla seduzione di così traboccante bellezza femminile,di cui le donne magiare ne sono l’espressione più esaltante,da Ilona Staller ad Eva Henger, e l’accorata lamentela della bella Etel, divenuta di dominio pubblico nel suo paese, diede la stura ad una impietosa reprimenda da parte del premier Viktor Orban sulle crescenti mollezze della gente italica.

 Novello caudillo, promotore del gruppo di Visegrad,che tanti ostacoli osano disseminare nelle già flebili politiche solidariste europee, sta piegando l’Ungheria al personale dispotismo, già in rotta con l’Italia, ove non ha mancato di darci, quando invitato dal suo sodale Salvini, qualche scampolo del suo disinvolto autoritarismo.

 Lezioni a go go che già videro in Gheddafi il suo precursore,quando, accampato, con provocatorio gesto, in enormi tende beduine negli incantevoli giardini di Villa Doria Pamphilj, ci faceva, sotto gli occhi sardonici di Silvio Berlusconi, lezioni di democrazia.

 Quando qualcuno osa argomentare che l’Italia è stata spesso terra di arrembaggio per avventurieri e pifferai di ogni risma, come possiamo dargli torto?

Purtroppo è il prezzo del nostro inguaribile ed innato senso di accoglienza, con cui senza pregiudizi apriamo le porte a tutti.

 Non allo stesso modo Orban che ha in mente di riportarci ai fasti della bella epoque degli anni ‘20, quasi a volerne celebrare il centenario, con l’ardimentoso progetto di proporre l’incantevole Ungheria,solcata dal maestoso Danubio, come nuovo modello di couple appeal europeo,con assegno di oltre trentamila Euro per le famiglie numerose e esenzione totale dall’Irpef per le donne con almeno quattro figli.

 In questo intricato quadro l’incresciosa défaillance del giovane Brando,fece rizzare i capelli ai tanti consiglieri dell’Ordine, trattandosi di un iscritto a quel glorioso foro.

 A ben vedere un segnale così inequivocabile di infiacchimento della atavica vis amatoria, di cui ne era espressione la specie italica, a tutto vantaggio dell’ “essere virtuale”, non poteva non porre prepotentemente il problema della nuova identità di genere, nella trasfigurazione antropologica che soprattutto nella sua coniugazione maschile (la donna ha sopravanzato ogni impervia barriera) sta divenendo, particolarmente allarmante.

 Chiaro segnale di un rimodellazione della naturale distinzione tra poli biologici, già frastornati dal stravolgimento, con l’avvento della realtà virtuale, che ne ha forgiato una nuova dimensione empirica, delle entità tradizionali: che di quel dualismo gnoseologico, i dottrinali, fenomeno e noumeno – come titolati dal sommo filosofo razionalista Immanuel Kant – l’intuizione geniale di Arthur Schopenhauer aveva anticipati.

 Qui prima ancora che un fatto di professione si trattava di tenere alta la reputazione nel mondo, anche se per la verità non pareva fosse un problema di stretta spettanza dell’Ordine forense.

Mentre Brando in preda al rimorso di cotanta afflizione della bella Etel, vagava alla ricerca di un castigo, che ne potesse in qualche modo alleviare i tormenti del suo animo, meditando per giorni sulle pagine magistrali di Fedor Dostoevskij, non trascurando il brillante compendio breve, sul tema, dell’Avv. Nando Gambino.

 Il fatto però che così disonorevole evento cadeva nel bel mezzo di un ambizioso progetto di crescita demografica,con cui il Governo e la Cassa intendevano, da par loro, quindi non con molte speranze, dare forte contributo, con la previsione, in cantiere, di consistenti incentivi alle giovani leve, afflitti da vitellonismo e inettitudine forzata – deleterio effetto del reddito di cittadinanza – o da bella, ma vuota, vita da dandy, per rovesciare la inarrestabile tendenza a mettere su famiglia, non per una provvisoria e neutra coabitazione, in attesa di ritornare ciascuno a casa dei genitori, ma per una duratura e feconda convivenza.

 Un calo delle nascite che sta vedendo il nostro Paese, al primo posto nel mondo, in preoccupante invecchiamento,con il rischio di perdere cultura e identità.

 Fu proprio in questo frangente, complici anche i suggestivi racconti di un appassionato consigliere,che durante le sedute, in tempi di lockdown, tra pennichelle e relax, soleva riecheggiare  di miracolosi poteri magici di una fonte mimetizzata tra gli scogli di un mare rigoglioso e spumeggiante, che il presidente ed alcuni membri del Consiglio romano, ammaliati dalle dicerie sugli effetti miracolosi e irrefrenabili sul ” desiderio umano”, nel comprensibile intento di migliorare il menage degli iscritti, vollero passare dalle parole ai fatti, avviando un programma esplorativo di tanto profetizzato beneficio.

 In effetti si trattava di un’acqua che sgorga, ab immemorabili, dalla fonte di Pozzillo,località rivierasca di Acireale, con un mare stupendo, dalle belle scogliere.

 Acqua dolce i cui rivoli si mischiano talvolta con l’acqua del mare,che alimenta una fonte famosa per assicurare fertilità e virilità.
Voci di antica creanza, non solo diceria popolare!

 Vi ricordate il bel film con Lando Buzzanca e Ira Furstenberg,dove l’avvenente nobildonna non riusciva a sedare il desiderio incontenibile del focoso marito,alimentato da quell’acqua miracolosa.
Tuttavia di fronte a qualche comprensibile dubbio(su questo,la scienza è ancora divisa)l’imperativo dei tanti consiglieri interessati fu, al momento, uno solo:”Tu provaci!”.
Poi vediamo gli effetti!
Un po’ come le cavie umane alla sperimentazione di un nuovo medicamento.

 Solo che l’iniziale esordio non è sicuramente una diletta passeggiata, perchè l’accostamento alla fonte miracolosa va accompagnato, nei primi dieci giorni, da un devoto pellegrinaggio, quotidiano, esternando devozione e speranza al santo patrono della città, San Sebastiano, per propiziare il miracolo.
E nel grande fervore che si produsse per le attese di quell’acqua miracolosa, sotto l’impulso dei prodighi consiglieri romani, l’Ordine si affrettò ad organizzare una spedizione esplorativa in loco inviando due valorose colleghe, per assicurarsi un primo approvvigionamento, con tanto di supporto diplomatico dell’Ue, ma già qualcuno come l’inflessibile Mark Rutte, il cui nome è tutto un programma, storceva il naso.

 Non da meno gli faceva eco la Signora Merkel.

 Il tutto nella grande abnegazione delle due ambasciatrici chiamate a campionarne gli effetti, pur non essendo chiaro se lo abbiano fatto spendendosi personalmente o solo de visu et de auditu.

 Mentre fu chiaro chi fosse l’artefice principale di tanta nobile prova: il marchese di una delle migliori casate del luogo, Jano della Timpa, avvocato sempre squattrinato, protagonista di ardimentose imprese alla “Orlando innamorato”.

 Noto a tutto il contado per passare di frequente le notti sull’uscio di casa, per impietoso comando della marchesa Azzurrina, che per punire a dovere il suo infedele consorte, sempre appresso a belle e seducenti tirocinanti, comandava, con tono ferreo, a tutta la servitù di serrare gli ingressi fino a nuovo giorno.

 Per fortuna questa avventurosa ricerca delle decantate virtù miracolose di quell’acqua,diede un riscatto di onore al indolente marchese.

 “Effetti davvero miracolosi”: dichiararono entusiaste, le due ambasciatrici,affrettandosi ad assicurare il trasporto dei primi cento mila litri di quest’acqua benedetta.

 Mentre evocavano in sequenza, quasi fotografica, le amorose e cavalleresche imprese dell’aristocratico Jano, il più portentoso degli emuli dei paladini di Francia, che nella sua inquietudine esistenziale ne aveva fatte di cotte e di crude.

 Al quale per aver reso noto il segreto di quell’acqua, gli fu, in tutta fretta, assicurato un soggiorno turistico nel miglior residence dell’agro romano, sull’appia antica, salvandolo in extremis, da sicura defenestrazione da parte della sua consorte, stanca di rimpiangere il suo lignaggio aristocratico soverchiato dalla necessitata condizione di sopperire al tracollo finanziario, dovuto alla smodata passione per le donne e passare l’ennesima estate a zappare l’orto,curare la vigna,raccogliere i limoni,rassettare le galline e mungere le mucche.

 Così riproponendo con tutta la forza di tante vicissitudini, l’atavico problema della condizione della donna, fosse anche marchesa, nel meridione.

 Verrebbe da fare grandi commenti ma in omaggio alla poetica verista del nostro grande conterraneo,Giovanni Verga, meglio limitarsi a rappresentare la realtà!

 Soprattutto se la favola non si accomoda ad un lieto fine, come del resto è nella teorica del grande scrittore catanese.

 Perché v’è sempre pronta una qualche insidia a destrutturare ogni cosa.
E si materializzò nell’incontenibile invidia del foro catanese.

 Benché si fosse cercato di fare tutto alla chetichella, voci di troppo, uscite dalle solite manie vanagloriose del marchese, misero qualche pulce nell’orecchio al presidente dell’Ordine catanese, che subito mobilitava i suoi per non farsi sottrarre una così magnificente occasione, attraverso quell’acqua virtuosa, di gratuito potenziamento della vis, non solo fisica ma soprattutto argomentativa, senza escludere aspetti più nascosti dell’appeal umano.

 Ma grande allarme suscitò la  notizia che il noto premier dei Paesi bassi e prima ancora inflessibile presidente del Consiglio europeo, Mark Rutte,campione dell’austerità lacrime e sangue, ma in casa d’altri, morso dall’invidia di una rosea ripresa dell’appeal italico,avesse messo in commercio bottiglie della miracolosa acqua di Pozzillo a prezzi esorbitanti,facendo la fortuna del suo governo per il forte impatto positivo del Pil di quel paese, già reso florido dal suo essere divenuto il più ambito paradiso fiscale d’Europa.

 La vendita registrò un enorme successo grazie alla involontaria propaganda fatta dalla nostra colleghe che,intervistate dal Frankfurter Allgemeine Zeitung, avevano improvvidamente dichiarato che per risolvere il calo del sublime desiderio umano(probabilmente non loro, ma su questo sono state reticenti) l’unico rimedio realmente efficace non poteva che essere  la cura dell’acqua di Pozzillo,e un breve ritiro spirituale nelle basiliche barocche di San Sebastiano, tanto presenti nella Mitteleuropa.

 L’impietoso Rutte, che con l’Italia sembra avercela tutti i santi giorni, mandandoci a quel paese ogni volta che bussiamo all’uscio della Ue, con il suo immancabile monocolo, ci tiene tutti i giorni sott’occhio, temendo qualche gioco delle tre carte, o ancor peggio che gli facciamo “il pacco” con la scusa del Recovery fund.

 Così non gli sfuggì lo strano via vai dei carichi di acqua che da Pozzillo prendevano la direzione della Capitale, al punto da indursi al perfido tranello, ordito in autostrada, facendone trafugare con la complicità di emissari segreti della Cancelliera Merkel, pur non volendo metterci la faccia, il quantitativo destinato agli scalpitanti colleghi, già impegnati in flagellante ritiro e astinenza da ogni tentazione della carne,e di quant’altro potesse suscitare frenesie e voluttà, all’eremo di Camaldoli dei frati benedettini,nella lussureggiante Toscana.
Anch’essa dopo aver letto Pirandello e la sua teoria delle cento maschere e dell’uno nessuno e centomila,ha sempre avuto qualche remora a fidarsi della natura italica.

 Dopo tutto il pacco napoletano ed il gioco delle tre carte, di cui non se ne fa a meno in ogni ambito della vita civile e politica( a suo dire!) ne erano la prova lampante di quanto fossimo ai suoi occhi infidi e levantini .

 Mentre fu solo nel toccare terra romana che le due ambasciatrici scoprivano l’arcano intentato dall’impietoso teutonico,e nel rendersi conto che avevano ripreso a viaggiare con un altra macchina,effetto dello scambio occulto e truffaldino, fatto in un autogrill dell’autostrada, si accorgevano che ben poche bottiglie potevano consegnare ai colleghi, per l’arcano imbroglio dell’ invidioso rappresentante del paese dei tulipani.

 E a tanta disperazione degli inconsolabili colleghi, qualcuno in tedesco, non sapendo ben pronunciare il fiammingo,così esclamava :”Arschloch, dass Sie nichts sind,dass Sie einen Dreck nehmen ,ich habe nur Freude gestohlen ich sehnlichst wünschte.”.
Mentre alla vista di tanto scempio,l’incontenibile rabbia dei presenti faceva organizzare subitaneamente una massiccia battuta di caccia in tutto il Baden – Württemberg,  ove erano state nascoste le tonnellate di acqua,e nei quartieri a luci rosse della gaudente Amsterdam, ove alla fine non si è capito chi avesse avuto la peggio o la meglio,in quella metropoli del piacere, dato che per  un’intera giornata risultarono introvabili  i segugi inviati per scovare gli autori materiali di quell’orrendo maleficio.

Ma al nulla di fatto ottenuto dalla delegazione catanese che si era recata presso l’Ordine romano per protestare contro l’intollerabile saccheggio di così grande risorsa, di cui ne rivendicava la primazia, si aggiunse il concreto rischio di un incidente diplomatico, date le formali proteste rivolte dalla Cancelliera Merkel al nostro governo, per le indicibili parole in tedesco pronunciate al suo indirizzo da un furente giovane praticante, scongiurato,  per fortuna, dal provvidenziale intervento del presidente Silvio Berlusconi che in fatto di talami e sofismi non ha pari, il Consiglio rispondeva con una sfida a duello oratorio a Catania, dentro le vestigia dell’Anfiteatro romano di piazza Stesicoro, monumento,secondo per grandezza solo al Colosseo,come a sottolineare il naturale gemellaggio delle due città, le cui magnificenti vestigia davano tutto il segno solenne dell’evento.   Ovviamente,occasione non poteva essere più ghiotta in una terra ove la storiografia ufficiale ne ha da sempre riconosciuto le origini della retorica,le cui regole d’oro furono individuate dai siracusani Corace e Tisia.

Nel giorno fatidico in mezzo ad una folla oceanica di colleghi e cittadini,i due presidenti si presentarono nell’agone tra le vestigia dell’anfiteatro romano,in piazza Stesicoro.                                                  Fu l’occasione aurea per mettere a confronto due diverse scuole di retorica giudiziaria che trovavano le loro radici nella “Magna grecia e nell’Antica Roma”.

 Da una parte il filone della scuola di Lisia e Demostene che dall’Ellade si era sviluppato nelle realtà giudiziarie dell’arte oratoria catanese e siracusana di oggi,con uno stile trascinante ed impetuoso tipico di Demostene.

 Dall’altra la vigorosa forza oratoria ed argomentativa del modello Ciceroniano che caratterizzò l’eloquenza giudiziaria dell’antica Roma.

 La contesa fu davvero aspra.

 Ai duellanti venne data una settimana di tempo per mettere a punto il proprio intervento.                                                  E forte fu la mobilitazione di tutte le associazioni, fino alle Camere penali.

 Persino il CNF si interessò alla cosa,inviando due osservatori all’evento. Mentre anche Orban ordinò ai suoi ministri di seguirne con attenzione gli sviluppi. Entrambi i presidenti prepararono il loro discorso attenendosi alla struttura classica, secondo lo schema tipico dei canoni aristotelici e ciceroniani dell’: Inventio,dispositio,elocutio,memoria e actio.                                L’oratione,secondo gli insegnamenti classici,non doveva discostarsi dagli imprescindibili obiettivi di: docere et probare,ossia informare e convincere,delectare,ossia catturare l’attenzione, sedurre,affascinare e commuovere.

Oltre a dover essere ben strutturata nelle fondamentali fasi dell’exordium,propositio,narratio,argumentatio,peroratio.

Ciascun presidente non risparmiò nulla delle proprie abilità oratorie,e ora con l’uno,ora con l’altro, gli scenari suggestivi e brillanti evocati dai due contendenti, suscitavano emozioni mutevoli e fluttuanti, in tutto l’uditorato.

Grande fu la performance del presidente romano, noto per il suo stile, semplice asciutto e scarno.

Egli riuscì ad imprimere al proprio discorso una vigorosa e potente forza oratoria,in perfetto stile ciceroniano, con un andamento ora trascinante ora travolgente, tra ridondanze e figure retoriche parecchio suggestive e con toni, tenui, gravi e magniloquenti, assai ammalianti.                                          Anche il presidente dell’Ordine catanese,non fu da meno.

La sua orazione sembrò una vera e propria Filippica, tanto era la corrispondenza di stile e di “vis” con quella di Demostene, dai toni assai elevati e con dotte citazioni volte ad accostare,in brillanti similitudini,diversi eventi della nostra Storia, con un parallelismo sintattico e ritmico, capace di imprimere grande spessore culturale alla propria orazione.

Tanto che alla fine il verdetto finale fu di parità conclamata.

Lasciando che fosse lo stesso Congresso forense a decretarne,dopo una riproposizione della disfida, il vincitore.

Una così salomonica decisione,non giovò di certo ai nostri presidenti, che consapevoli della gravosa responsabilità dell’imminente ulteriore, pare si siano eclissati per affinare meglio le loro abilità.

Anche se,sempre più insistenti,ci giungono voci che il presidente dell’Ordine catanese si sarebbe rifugiato dentro i famosi timpani dell’orecchio di Dionisio,a Siracusa,così da poter cogliere nella giusta “eco” le più impalpabili sottigliezze di stile e di toni.

Oltre alle innumerevoli visite notturne alle antiche spelonche dell’Etna,e dei suoi rivoli sotterranei, alla ricerca del dio Vulcano, per farsi forgiare nuove e scintillanti parole da esibire, in un nuovo conio, nell’imminente arena oratoria.

Del presidente dell’Ordine di Roma,nessuno dei consiglieri osa fare commenti e previsioni.                           C’è chi giura di averlo visto aggirarsi,di notte, tra i busti marmorei del Palazzaccio per suggellare idealmente il passaggio del testimone, quasi a volerne rivendicare un posto tra quei grandi giuristi del nostro glorioso passato.

Mentre non manca chi dice essere divenuto assai vanesio e si appresti ad organizzare una miriade di convegni per costringere i colleghi a sorbirsi maratone oratorie e poi attendersi,uno ad uno, le lodi come il miglior caposcuola di eloquenza dei nostri giorni.                                               Davvero incredibile!

Non c’era che da attendere,con trepidante interesse, il Congresso forense, a Catania, perché la “Disfida dell’acqua” potesse avere un vincitore.

Finalmente arrivò il giorno che tutti attendevano.

Al grande tripudio e l’incontenibile entusiasmo degli avvocati si aggiunsero le forze della natura che in quell’occasione riservarono una serie di forti scosse, con una magnitudo di quasi 4 gradi, accompagnate da una serie di nubifragi che lasciarono le vie di Catania invase da fiumi d’acqua per interi giorni.

 Mentre,nel gran salone degli incontri,gli organizzatori si prodigavano con infaticabile energia a completare l’allestimento del palco, ove da lì a poco avrebbero ospitato il Ministro Bonafede che, per inciso, interpellato sulla imminente contesa finì per essere come Pilato non osando discernere tra scienza e magia, il presidente dell’Ordine catanese, era già proteso con la sua fervida fantasia nei dettagli dell’imminente duello che doveva suggellarne il vincitore della disfida con l’Ordine romano per il possesso legittimo della fonte dell’acqua di Pozzillo.

 Ma successe una cosa che nessuno si aspettava.
Al tanto clamore della fuga di notizie sugli effetti miracolosi dell’atavica fonte che aveva suscitato tra i praticanti, la cui cura ne era stata inserita come obbligatoria nei protocolli del tirocinio più avanzato, risvegliò le più bellicose energie di un gruppo di avvocati del circondario acese, che già da tempo mal tolleravano la totale estromissione dal riconoscimento del loro naturale ed immemorabile utilizzo, per l’appartenenza di quella fonte miracolosa al bel territorio rivierasco della cittadina siciliana famosa per il più bel Carnevale di Sicilia e per la bontà delle sue paste di mandorla, che tanti afflitti da ingaudente passione aveva rimesso a nuovo.
Del resto come ci si poteva attendere arrendevolezza da chi si era reso conto di possedere, a due passi da casa o dallo studio, un rimedio così mirabile capace di curare le preoccupanti mollezze e i devianti flussi dei sentimenti amorosi che, a detta dei più ortodossi custodi del talamo, si dirigevano sempre più verso sponde univoche?

 Anche se tanta preoccupazione non lambiva i più adusi alla modernità, di cui, corollario più efficace, non poteva non essere anche la libertà di genere, mentre ne era il cruccio per tutti quei canuti avvocati che si erano formati tra commi e poemi cavallereschi per acquisire al meglio ogni ” capacità di emozionare, sedurre e corteggiare, in uno con l’atavica ars amatoria della “specie italica”, nell’ottica del trittico virtuoso che l’avvocato, a loro dire, avrebbe dovuto sapere possedere assieme all’ars oratoria e alla scientia juris, così da riproporsi come intemerato “vir” che pone la propria “armoniosa sapienza” al servizio del paese.
Il tutto mentre in parlamento sulle nuove categorie di “identità di genere” che hanno sopraffatto la tradizionale distinzione, si incrociano proposte di legge smodate ed inquietanti per il futuro delle nostre libertà non scevre di provocare un odioso clima persecutorio nel paese.

 Così fu una corsa contro il tempo, perché tutto doveva essere fatto nell’arco dei due giorni di assise, nella quale si sarebbe proclamato il vincitore con ogni pieno diritto di impossessarsi dell’ambito trofeo( la fonte miracolosa).
Tra luci psichedeliche e addobbi da gran kermesse, arrivò il momento della ripresa del duello oratorio, rimasto incompiuto in attesa del Congresso catanese che ne doveva suggellare il verdetto.
E fu così!
Appena il tempo che il Ministro finisse il suo atteso intervento, con il morale e la compiacenza alle stelle dei tanti delegati, ammaliati dalle promesse del guardasigilli nel condividere la corale richiesta di inserire in Costituzione il riconoscimento del ruolo imprescindibile dell’avvocato nel sistema delle giurisdizioni (promessa che ad oggi non ha trovato alcuna concreta iniziativa governativa), che in quel clima di grande fervore collettivo, apparve sul proscenio della grande sala dei dibattiti, lo speaker per annunciare ed invitare con gaudente sollecitudine i partecipanti a trasferirsi tra le vestigia dell’antico teatro di piazza Stesicoro, ove i due presidenti degli Ordini di Catania e di Roma si accingevano a incrociare con ogni immaginabile forza, le loro orazioni per tentare di sedurre nel migliore dei modi l’irrefrenabile uditorio che già si era diviso in inaspettate forme di tifo da stadio con tanto di tambureggiamenti e fanfare dall irrefrenabile partigianeria.
Fu qui che si registrò il primo colpo di scena
Proprio mentre i due presidenti, oramai nel pathos totale, come accade quando ci si trova protagonisti delle più emozionanti sfide che un uomo può attendersi dalla fortuna di rappresentare una così pregiata schiera di uditori, erano
affaccendati ciascuno nel cercare fino a qualche secondo prima, sostegno tra i tanti amici colleghi sulla bontà della parola e del lemma che più ad effetto potessero ritenersi capaci di trascinare nella ovazione e nel tripudio sfrenato il proprio uditorato, gli intraprendenti avvocati acesi, con un marchingegno di grande abilità illusionista, riuscivano a far sparire dalla sua sede naturale, la fonte tanto contesa, con la complicità della forza dei flutti di una potente mareggiata, che aveva innescato un fenomeno di subsidenza momentanea.

 Un gran bel regalo che quel giorno il cielo aveva riservato alla bella costa jonica.

 Per di più quell’effetto non fu colto appieno da quasi nessuno dei delegati, che incollati allo schermo che giganteggiava nella piazza del grande poeta greco (che conobbe l’onta del disdoro, costretto per riacquistare la vista di cui gli dei lo avevano deprivato, a una palinodia dei suoi “canti” su Elena, con cui da simbolo di malefica seduzione – non a caso la troviamo tra i lussuriosi, nel quinto canto dell’Inferno – a paradigma di virtù coniugali, come Penelope: in realtà egli nella sua prima stesura si era ispirato alla trama mitologica risalente ai poemi omerici) non si erano avveduti della scomparsa di ogni traccia di quella preziosa fonte.
Mentre i più accorti ne ascrissero l’assenza agli effetti fosfenici che il forte maltempo e il nubifragio producevano.

Il presidente degli avvocati acesi si prodigò in un estenuante mediazione sotto l’egida dell’Unesco, chiamata in causa dalla peculiarità di quei miracolosi effetti, caso unico tra le acque di tutto il nostro globo terracqueo, perché non si sottraessero, al predominante uso delle genti del luogo, i suoi effetti benefici, capaci di assicurare naturalmente un equilibrio demografico, come una mano invisibile, che se per Adam Smith ne governava l’economia per il lungimirante presidente ne aveva governato, nelle epoche, l’armonioso bilanciamento delle generazioni.

Il verdetto, inaspettato ma convinto fu unanime: sotto l’egida dell’Unesco,nella gloriosa sede dell’Accademia degli zelanti e dei dafnici, fu riconosciuta la prelazione delle genti del luogo, o che almeno fossero nativi acesi, con diritto di golden share e quindi diritto di veto a qualsiasi utilizzo fuori dai confini del territorio cittadino.

 Insomma chiunque volesse averne un utilizzo doveva prima venire a patti con il governatorato della fonte la cui presidenza, per acclamazione, era stata assegnata al presidente della valorosa associazione degli avvocati di quel luogo.

 Ora a ricordo indelebile di quell eroico artefice, emerge un’opera lavica che lo istoria mentre fiero ed impavido guida il suo popolo di avvocati verso valorosi ed insuperabili prodezze professionali.

Luigi Rapisarda

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