Dal tanto di negativo che asserraglia l’Occidente (mentalmente e spiritualmente fragile, secondo il filosofo Alexander Dugin, dalla rivista australiana “Quadrant” definito “un consapevole folle postmoderno”) rimbalza la denatalità, problema verso cui massima dovrebbe essere l’attenzione, se si vuole la sopravvivenza di una civiltà sempre meno difesa da chi ne fa parte e assediata da imperativi che hanno la forza del convincimento. Si dovrebbe pensare soprattutto a questo perché a lungo andare non finisca la nostra civiltà con lo scomparire: non volendo chi con forza stringe la sua comprendere di essa il valore, pensiamo che difficilmente potrà divenire, nei secoli, riconoscimento, come avvenne per la civiltà romana che soggiogò poi quanti l’avevano dapprima avversata a tal punto da distruggerne i segni.

Fra gli Stati europei l’Italia vive più degli altri il problema della denatalità, dovrebbe quindi essere posto all’attenzione non solo da associazioni familiari per il ridursi dei nuclei, soprattutto dallo Stato perché sia salvaguardata la civiltà di questo lembo del pianeta, che è poi quella dell’Occidente.

Il ricambio generazionale esige infatti una crescita di 2.1 che altrove (in Francia, a esempio) si tenta di mantenere con provvedimenti che vanno incontro alle esigenze familiari, mentre in Italia, il cui tasso di fecondità è di 1.32, pur se lo si associa a un problema economico a causa dello scompenso tra pensionati, in aumento anche per maggiori aspettative di vita, e lavoratori in diminuzione, non sembra produrre adeguata attenzione.

Si ritiene inoltre che difficoltà occupazionali, incertezze nel mantenimento del lavoro, che ricadrebbero sulla qualità di vita del nascituro, allontanino dalla genitorialità (neppure il lockdown da Coronavirus la sortirà, almeno secondo i dati raccolti), potremmo però obiettare che anche in altre ere le insicurezze erano tante, eppure ugualmente si mettevano al mondo figli.

C’è oggi maggiore senso di responsabilità? Diciamo che c’è anche questo, ma le motivazioni più valide vanno forse ricercate nel cambiamento dei sistemi di vita familiare che sono diventati più a misura ‘umana’. Senza fare riferimento ai tragici casi che rimbalzano dalle cronache e sembrano non eccezionalità ma quasi di ordine generale, oggi la coppia vive una diversa dimensione dell’essere insieme, prima di tutto quella di volerlo con minore disparità di doveri e diritti, tra cui il poter entrambi realizzarsi in campo lavorativo, spostando pertanto a un tempo successivo la genitorialità, soprattutto se non si può contare su riferimenti familiari di aiuto, né su strutture  adeguate, per le quali tocca allo Stato impegnarsi al fine di non scomparire e, insieme ad esso stesso (ovviamente non in un tempo breve), anche quella forma di civiltà che ha radici in lontanissime ere.

Se ripercorriamo la storia dell’Occidente, verifichiamo che la denatalità si verifica proprio in concomitanza dell’emancipazione femminile, ossia quando si concede alla donna il diritto di realizzarsi come persona, quindi di dedicarsi anche a occupazioni non ritenute di loro spettanza. Nell’antica Roma, a esempio, il fenomeno della denatalità si ebbe dopo la emanazione da parte di Augusto delle leggi di emancipazione: matrimonio sine manu (senza la sottomissione al marito), possibilità anche per la donna di chiedere il divorzio e risposarsi, di gestire inoltre le proprie sostanze prima in potere del coniuge cui si lasciava pure il diritto della vendita, di vivere quindi in maggiore autonomia. Così le matrone (e le romane in genere) cominciarono a rifiutare le gravidanze per dedicarsi ad altro, ma anche per non perdere la forma fisica che amavano snella. Nel 18 a. C., dopo il crollo delle nascite ‘romane’ e la crescita di quelle degli immigrati, Augusto promulgò la Lex Iulia de maritandis ordinibus con cui prescrisse l’obbligo di matrimonio e della genitorialità pena una multa salata. Era allora un problema relativo anche all’esercito da rimpinguare.

Ragioni che, a ben riflettere, sia pur sotto determinati aspetti diverse da quelle del nostro tempo, hanno, però, a fondamento la emancipazione femminile alla cui base c’è un criterio di giustizia che tocca oggi allo Stato salvaguardare con adeguati provvedimenti, se non vuole rinunciare all’esistenza di sé e della civiltà già traballante nel vuoto delle idealità imperante.

                                                             Antonietta Benagiano

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