Una volta ottenuto il risveglio spirituale, ed avuta un’esperienza del Sé, quel che accade è che il nostro spirito (o Coscienza) percepisce la verità sul proprio essere. Questo fulgido momento d’illuminazione se avviene in una mente totalmente purificata dalle tendenze innate e dai desideri e paure regressi riconduce l’io al Sé ed al superamento di ogni dualismo: “Io sono quel che sono e che sempre sono stato e sempre sarò”. Questa esperienza se definitiva può essere chiamata “Realizzazione” e possiamo averne un esempio concreto leggendo quanto avvenne a Ramana Maharshi, nel momento in cui egli stabilmente si fuse nel Sé.

Se la mente del cercatore -invece- conserva ancora strati di ignoranza nascosta, vasanas e samskaras inespresse, ecco che con il Risveglio inizia un processo di espulsione di questi fattori oscuranti. Non possiamo sapere come essi siano incistati nella nostra anima e quanto è necessario scavare nell’inconscio per poterli portare in superficie e quindi eliminarli, ma stia tranquillo che la cosa avviene spontaneamente, in seguito alla “Grazia ricevuta”.

Questo processo può essere a volte doloroso e può ben essere chiamato “l’oscura notte dell’Anima”. Ma se non si perde la fiducia in se stessi, nel proprio Maestro, e si persevera nella ricerca con costanza, sincerità ed onestà, allora il processo sarà come qualsiasi altra “nuttata, che ha da passà”… e quindi non è poi così grave. L’amore e la devozione all’ideale offrono un grande aiuto..

Identificarsi con uno specifico nome forma non corrisponde assolutamente al vero ed inoltre se ci si identifica con la “persona” non si può fare a meno di assumerne i pregi ed i difetti, di accogliere le sue sfumature e macchie, ma siamo noi Arlecchino o Pulcinella?

In verità “io” (in quanto coscienza) osservo il personaggio che solo attraverso la mia osservazione consapevole può manifestarsi. Non lo giudico, gli voglio bene come voglio bene a chiunque entri nella mia sfera cosciente.

L’esperienza dello stato ultimo, della coscienza libera da identificazione, è esposta in varie scuole spirituali come: Satori, Spirito Santo, Samadhi, Shaktipat, etc. Di solito si intende che questa esperienza di “risveglio” alla propria natura sia conseguente ad una particolare condizione di apertura in cui la “grazia” del Sé (la pura Consapevolezza) può manifestarsi ed impartire la conoscenza di quel che sempre siamo stati e sempre saremo. Purtroppo dovuto all’accumulo di tendenze mentali “vasana” non sempre l’esperienza vissuta si stabilizza in permanente realizzazione.

Il risveglio quindi non corrisponde alla realizzazione (oppure solo in rari casi di piena maturità spirituale). E qui ci troviamo di fronte ad un paradosso, da un lato c’è la consapevolezza inequivocabile dello stato ultimo che non può mai più essere cancellata, dall’altro un oscuramento parziale di tale verità in seguito all’attività residua delle vasana che continuano ad operare nella mente del cercatore…

La conoscenza una volta rivelata prende tempo per stabilizzarsi. Il Sé è certamente all’interno dell’esperienza diretta  di ognuno, ma non come uno può immaginare, è semplicemente quello che è. Questa “esperienza” è chiamata samadhi. Ma dovuto alla fluttuazione della mente, la conoscenza richiede pratica per stabilizzarsi.
Quindi il lavoro del cercatore consiste nell’eliminazione delle vasana. Un grande aiuto in questo opera di pulizia – come affermò Ramana Maharshi- risulta nello stare in prossimità di un santo realizzato, così le vasana cessano di essere attive, la mente diventa quieta e sopravviene il samadhi. In questo modo il cercatore ottiene una corretta esperienza alla presenza del maestro.

Una pratica per mantenere fissa la consapevolezza sul Sé (Noumeno o soggetto reale) è l’interrogarsi su “chi sono io?”, e se dovessero sorgere pensieri, durante l’auto-indagine, bisognerebbe chiedersi “a chi sorgono questi pensieri?”. In tal modo si potrà restare il più a lungo possibile sul senso di presenza, senza dare un’identificazione oggettiva a questa pura identità soggettiva.

Per mantenere stabilmente questa esperienza uno sforzo è necessario ed infine il cercatore conoscerà la sua vera natura anche nel mezzo della vita di tutti i giorni. questo è lo stato che sta oltre il nostro sforzo o la mancanza di sforzo.

Da qui si intuisce l’importanza del “risveglio” per cui, una volta assaggiata la “gioia del Sé”, il cercatore non potrà fare a meno di rivolgersi a questa ripetutamente cercando di riconquistarla. Una volta sperimentata la gioia della pace nessuno vorrà indirizzarsi verso qualche altra ricerca.

Paolo D’Arpini

Testo Inglese:

Once we have obtained the spiritual awakening, and had an experience of the Self, what happens is that our spirit (or Consciousness) perceives the truth about its own being. This shining moment of enlightenment, if it happens in a mind totally purified from innate tendencies and regressed desires and fears, leads the ego back to the Self and to the overcoming of all dualism: “I am what I am and always have been and always will be” . This experience, if definitive, can be called “Realization” and we can have a concrete example of it by reading what happened to Ramana Maharshi, when he was permanently merged in the Self.

If the mind of the seeker – on the other hand – still retains layers of hidden ignorance, vasanas and unspoken samskaras, then with the Awakening a process of expulsion of these obscuring factors begins. We cannot know how they are embedded in our soul and how much it is necessary to dig into the unconscious to be able to bring them to the surface and then eliminate them, but rest assured that this happens spontaneously, following the “Grace received”.

This process can be painful at times and may well be called “the dark night of the Soul”. But if you do not lose confidence in yourself, in your Master, and persevere in the search with constancy, sincerity and honesty, then the process will be like any other “nuttata, which has as its past” … and therefore it is not so serious. Love and devotion to the ideal offer great help.

Identifying oneself with a specific shape name does not correspond absolutely to the truth and moreover if one identifies with the “person” one cannot help but assume its strengths and weaknesses, to welcome its nuances and spots, but we are Harlequin or Pulcinella ?

In truth “I” (as consciousness) I observe the character who can manifest himself only through my conscious observation. I don’t judge him, I love him as I love anyone who comes into my conscious sphere.

The experience of the ultimate state, of consciousness free from identification, is exhibited in various spiritual schools such as: Satori, Holy Spirit, Samadhi, Shaktipat, etc. It is usually understood that this experience of “awakening” to one’s nature is consequent to a particular condition of openness in which the “grace” of the Self (pure Awareness) can manifest itself and impart the knowledge of what we have always been and always will be. . Unfortunately, due to the accumulation of “vasana” mental tendencies, the lived experience does not always stabilize in permanent realization.

Therefore awakening does not correspond to realization (or only in rare cases of full spiritual maturity). And here we are faced with a paradox, on the one hand there is the unequivocal awareness of the ultimate state which can never be canceled again, on the other hand a partial obscuring of this truth following the residual activity of the vasanas that continue to operate in the mind of the seeker …

Knowledge once revealed takes time to stabilize. The Self is certainly within the direct experience of everyone, but not as one can imagine, it is simply what it is. This “experience” is called samadhi. But due to the fluctuation of the mind, knowledge takes practice to stabilize.
So the seeker’s job consists in eliminating the vasanas. A great help in this cleansing work – as Ramana Maharshi stated – results in being in proximity to a realized saint, so the vasanas cease to be active, the mind becomes quiet and samadhi occurs. In this way the seeker gets a correct experience in the presence of the teacher.

One practice to keep awareness fixed on the Self (Noumenon or real subject) is the questioning of “who am I?”, And if thoughts arise during self-inquiry, one should ask “to whom do these thoughts arise?” . In this way it will be possible to remain as long as possible on the sense of presence, without giving an objective identification to this pure subjective identity.

To keep this experience stably, an effort is necessary and finally the seeker will know its true nature even in the midst of everyday life. this is the state that lies beyond our effort or lack of effort.

From here we understand the importance of “awakening” for which, once the “joy of the Self” has been tasted, the seeker cannot help but turn to it repeatedly trying to regain it. Once the joy of peace has been experienced, no one will want to turn to some other research.

Paolo D’Arpini

Paolo D'Arpini

Paolo D'Arpini nasce a Roma il 23 giugno 1944. Nel 1970/71 fonda a Verona il Circolo culturale "Ex" e scrive il suo primo libro Ten poems and ten reflections (Rummonds Editore). Nel 1976, a Calcata, fonda Annapurna la prima azienda italiana a occuparsi di alimentazione integrale e vegetariana. Nel 1984 fonda a Calcata il Circolo vegetariano VV.TT , e di lì a poco anche il Comitato per la Spiritualità Laica, pubblica i libri "Calcata. racconti dalla città invisibile" e "Incontri con i santi" (Edizione VV.TT.). Nel 1996, ad Acquapendente, partecipa alla fondazione della Rete Bioregionale Italiana, di cui diventa coordinatore nel 2009. Nel 2010 si trasferisce a Treia, nelle Marche, e pubblica "Vita senza tempo" assieme a Caterina Regazzi (Edizioni Vivere Altrimenti), "Riciclaggio della memoria, appunti su Ecologia Profonda, Bioregionalismo e Spiritualità Laica", "Treia: storie di vita bioregionale" (Edizioni Tracce), "Compagni di viaggio" (Edizioni OM). Collabora regolarmente con la rivista laica "Non Credo" (Edizioni Religion Free) e con diversi blog ecologisti, tra cui Terra Nuova, Long Term Economy, Politicamente Corretto

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