Si direbbe che l’idea di aggiornare (o, in alcuni casi, di stravolgere) la Costituzione del 1947/48 appartenga alla cultura politica del Paese, dalle sinistre riformatrici fino alle destre eversive. Sembra cioè che, mentre andava calcificandosi il diffuso ossequio formale alla Carta (la “Costituzione più bella del mondo”), si siano palesate crescenti intolleranze ai paletti di garanzie sostanziali che quello stesso testo avrebbe voluto innestare nell’ordinamento senza data di scadenza. Nel frattempo la politica è lievitata di costi sgonfiandosi clamorosamente di contenuti quanto a progetti di governo e trasformazione sociale. Per due volte la riduzione del numero dei parlamentari è finita al giudizio degli elettori. Mai s’era trattato di norme “secche” solo sui numeri: in un caso, il centrodestra aveva associato il ridimensionamento della rappresentanza a una sorta di modello parapresidenziale; nell’altro il centrosinistra a trazione renziana (anzi, perlopiù la sola componente renziana del Partito Democratico) aveva tentato un riassetto largo, comprendente norme elettorali, norme di diritto regionale, attribuzioni e trasformazioni delle Camere. Possiamo oggi dire che, nonostante tutti i possibili limiti redazionali del testo licenziato, la proposta “Renzi-Boschi” sia stata l’ultimo, vero, disegno complessivo portato a stesura compiuta e a giudizio, confermativo o non confermativo – come effettivamente andò, del corpo elettorale. Oggi si discute di meno cose. Meno utili. Meno valide. Meno approfondite. La partecipazione e l’azione della politica non possono non avere costi; non esiste al mondo forma di governo o asset  parlamentare che non abbia bisogno di risorse materiali e immateriali. Quanto alla rappresentanza nazionale, la selezione dei rappresentanti ha subito un ridimensionamento qualitativo forte, in parte addebitabile al declino culturale del Paese ma più concretamente suscitato dal depotenziamento pratico del diritto di voto, in ordine alla scelta dei candidati territoriali. Promettere taglio dei parlamentari in forma di riduzione dei costi della politica è oggi appena più semplice che bere un bicchiere d’acqua. L’equazione è però facile quanto sbagliata. La riduzione di costi promessa non solo non è cospicua quanto la si vorrebbe (basti vedere l’irrisorio impatto sulla spesa pubblica) ma è viepiù del tutto inidonea ad attaccare i vari contenuti reali della distrazione di soldi pubblici. Operata, bisognerebbe dire, più che dai singoli parlamentari, dall’indotto complessivo della politica (ivi incluso il disinvolto esercizio dei poteri di nomina in capo al personale politico, cd. sottogoverno).

Anemica sotto il profilo quantitativo, la riforma che entrerebbe in vigore in caso di affermazione del si al referendum parrebbe deleteria sotto il profilo qualitativo. Se guardiamo agli indici del rapporto tra parlamentari e aventi diritto al voto (grosso modo: deputati per numero di abitanti), l’Italia non è affatto il Paese col maggior numero di eletti. Il dilemma sarebbe piuttosto quello di garantirne trasparenza ed efficacia di operato. Esemplifichiamo: è principio sacrosanto del parlamentarismo democratico che il parlamentare sia garantito nel diritto di votare in dissenso col proprio gruppo o di iscriversi ad altro più in linea coi suoi orientamenti politici. Non è per nulla lineare invece che in ogni legislatura si creino gruppi misti di consistenza crescente, che più deputati e senatori cambino gruppo secondo convenienza anche sette/otto volte in un quinquennio (!), che la presidenza delle commissioni parlamentari sia affidata alla slot machine della spartizione politica e non alle competenze, alle attitudini e alle qualità del singolo presidente.

Ridurre i rappresentanti implicherebbe inoltre ragionare su collegi mano a mano più grandi: ma può esservi armonia nella “voce dei territori”, se essi sono assemblati secondo compasso e non secondo sostanza? E, se i collegi restassero sostanzialmente omologhi (e già nel medio-breve termine così non sarebbe), il corpo elettorale di quei collegi non correrebbe il rischio di eleggere candidati non scelti o scelti da una frazione ridottissima di altri aventi diritto? Una vasta contrazione dei parlamentari, per altro verso, svecchierebbe la “parte meccanica” del disposto costituzionale soltanto se corrispondesse a un serio affinamento della loro cernita. La grammatica amministrativa del Costituente, invece così disperatamente attuale quanto disatteso oggi nell’individuazione dei principi e dei programmi, non è forse la lingua oggi parlata dalla scienza dello Stato e dalle necessità di durata presenti nel vissuto collettivo. In assenza di telaio, tuttavia, questa “non riforma” complessivamente appare priva del baricentro. E senza baricentro non si cammina. Al più, si gattona.

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