Vero è che il tempo, come sosteneva Immanuel Kant, non esiste indipendentemente da noi, ma non può non farsi esistente il tempo della storia con gli eventi che danno una connotazione negativa o positiva alle ere oppure a determinati decenni. Su ciò, però, bisognerebbe aprire un lungo dibattito, non opportuno in questo contesto.

A Roma, in un Caffè affacciato su una via che sta per essere, come tante altre, deprivata degli storici sanpietrini (sono i blocchetti di leucitite risalenti anche al Settecento con cui venivano lastricate le strade romane), dinanzi a una granita memoria d’odoroso limone, alcuni amici di famiglia del tempo lontano, occasionalmente rivisti, commentavano il presente sempre più difficile da vivere per le situazioni mutate in peggio. E si riportavano ai mitici anni Cinquanta-Sessanta dell’Italia: ricchezza allora di industrie nazionali, e c’erano le Sette Sorelle e l’Eni di Enrico Mattei e via Veneto vetrina del jet set internazionale, non solo del Cinema, e furoreggiava la FIAT Cinquecento per una più gratificante pausa festiva della classe operaia.

Lasciava ben sperare quel tempo che altrove vedeva, però, già gli errori e orrori della guerra nel Vietnam, cui invano s’opponevano i giovani cantando “Mettete fiori nei vostri cannoni!”.

Finì pure quel nostro benessere: terrorismo e crisi, di decennio in decennio più pesanti, hanno poi investito tutto il mondo globalizzato sino alla recente pandemia.

Ed i nostri amici, un tempo giramondo anche in Estremo e Medio Oriente, nel dolersi della violentissima esplosione dello scorso 4 agosto nella zona portuale di Beirut (2750 tonnellate di nitrato di ammonio -fertilizzante per agricoltura ma anche esplosivo usato non solo da formazioni terroristiche- scaricate dal mercantile Rhosus battente bandiera moldava e lasciate da anni nel porto, forse per negligenza) che ha provocato 135 morti, oltre 4000 feriti e 300 mila senza tetto e su cui tante sono le ipotesi con conseguenti smentite, hanno rievocato il passato benessere e la bellezza di vita nella “terra dei cedri”, il Libano, breve striscia tra Israele e Siria affacciantesi sul Mediterraneo, che il nome prende da leban (bianco) per le cime dei monti bianche come il latte.

Era quel benessere presente ancora negli anni Settanta nella lontananza dal massacro di Sabra e Shatila e da tanto altro di orribile, quando le diverse confessioni religiose vivevano in armonia in quella terra che era stata l’antica Fenicia, dove aveva Tiro creato il primo impero commerciale del mondo ed era poi fiorito il principio dell’alfabeto accolto nel succedersi dei millenni, per il quale un segno (prodigiosa invenzione!) è equivalenza di un suono.

Non c’è più quell’impero e l’alfabeto che fu cultura scritta, decisivo passaggio di civiltà, rischia oggi di retrocedere nel nuovo comunicare attraverso l’emoticon.

Decenni e decenni di storia difficile nel Libano che può pure vantare rovine di templi di età romana: trame e  “superbia, invidia e avarizia sono/ le tre faville c’hanno i cuori accesi”. Le motivazioni offerte a Dante da Ciacco nel canto VI dell’Inferno sono valide non solo per il tempo del Poeta, dato che gli esseri umani non mutano la loro natura, continuano a segnare solchi di disunione, a non vivere quindi in armonia preferendo le tenebre dell’odio. Da sempre ancora così, e benessere si muta in rovina e con essa s’allontana la serenità di cui favoleggiano ancora quanti avevano, al tempo felice del Libano, assaporato lì benessere e bellezza.

E nella lunga notte del pianeta ritorniamo a Khalil Gibran, poeta e pittore libanese, facciamo nostra, pur nelle incertezze, la sua speranza: “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora, nemmeno la notte più buia. Perché oltre la nera cortina della notte c’è un’alba che ci aspetta”.

Antonietta Benagiano

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