Per istinto di sopravvivenza, o più semplicemente per inconscia remissività al “potere” politico&sanitario la stragrande maggioranza della popolazione  si lascia passivamente “sparare” fasci di raggi laser sul capo. Tralasciando gli effetti delle radiofrequenze (per l’esattezza 20 ghz) sul corpo umano ancora in via di studio e la sensazione di incolumità e sicurezza offerta dalle istituzioni, per le leggi della comunicazione non verbale, l’atto dello “sparo” non si può non interpretare come una sorta di aggressione. Esiste una zona dello spazio attorno alla nostra persona chiamato spazio vitale personale o prossemico. In generale, più permettiamo che altre persone si avvicinino a noi, fino a toccarci, maggiore è il grado di intimità che ad esse concediamo. Secondo la classificazione dell’antropologo Edward Hall, nella nostra cultura una distanza inferiore ai 50 cm tra persone caratterizza la relazione intima, di confidenza, di affetto, di amore oppure di stretta condivisione di un evento sociale che ci accomuna. Dai 50 centimetri al metro di distanza si interagisce con gli amici e da 1 a 2 metri con i conoscenti. Se ne evince che l’azione dell'”omino” del termoscanner che non è, nè medico, nè pubblico ufficiale, rappresenta una violazione della privacy che neppure l’ottemperanza alle disposizioni delle autorità (tralatro non elette da nessuno) può giustificare. Concedere l’irruzione nel proprio spazio vitale, serve o potrebbe servire, come antipasto a ben altre cessioni di sovranità corporea, dalla iniezione di qualsiasi intruglio sperimentale, all’impianto di congegni altrettanto “progressisti” come il chip sottopelle nonchè alle nano tecnologie corporee che medicina moderna ha iniziato a sperimentare.

Gianni Toffali

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