Come è noto gli ordini professionali nel nostro Paese sopravvivono grazie alla legge fascista n.897 del 25 aprile 1938 che modificò la legge istitutiva del 24 giugno 1923 n. 1395, la quale consentiva l’esercizio della professione anche a coloro che non erano iscritti agli albi.  Fu così introdotta la norma in base alla quale: “Possono esercitare la professione solo gli iscritti agli albi; non possono essere iscritti e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale e politica e che non svolgano attività contrarie agli interessi della Nazione”. Una legge emanata, come si ricorderà,  nel clima delle leggi razziali di quel periodo. Finalizzata dunque a impedire l’esercizio delle professioni anche a una serie di categorie:  agli antifascisti, agli ebrei e, per la ben nota omofobia del fascismo, anche agli omosessuali. Una legge vergognosa che, nonostante i diversi tentativi effettuati nel tempo nel Parlamento, per l’opposizione della casta, presente anche in quel consesso, non si è riusciti ancora ad abrogare. Una legge che, per motivi sui quali qui non mi dilungo, penalizza soprattutto i giovani. Una legge sulla quale il grande economista e uomo politico italiano Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica, ebbe così ad esprimersi: “ Gli Ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”. Reputo che sia arrivato il momento di porre rimedio a questa anomalia che caratterizza il nostro Paese, eliminando del tutto una norma frutto di un retaggio e di una concezione medioevale.

 

 

Gennaro Capodanno

gennarocapodanno@gmail.com

 

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