Amava svegliarsi nel sacco a pelo e vedere la risacca. L’acqua scivolava sul bagnasciuga come una seta. La notte ad amoreggiare sulla sabbia e la doccia fredda sulla spiaggia li tempravano . Gli diceva, parlami dimmi quello che pensi. Cosa stai pensando. E glielo diceva in ogni mentre. Durante l’amore. All’improvviso quando rideva. Perché ridi? Dimmi! Insisteva. La ragazza avvenente più del dovuto lo invidiava. Ne voleva carpire il genio. La sacralità dell’essere. La sua leggerezza. Non si accontentava dell’anima, del corpo e di tutto il resto. Voleva di più. Pretendeva qualcosa che non avrebbe potuto darle. Ma che desiderava.  Quando parli mi incanto, penso che tu sia un santo. Parlami gli ripeteva. Non capiva e non accettava questa invidia. Tu sei mio, gli disse un giorno. Non si rendeva conto che neanche lui stesso era suo. La vita, l’essenza che plasma ciascuno è astratta. Si trova nelle mani, nella bocca, in uno sguardo, un sorriso accennato, nella carezza. Nel bacio. Come baci tu… gli sussurrava. Nel bacio, oltre che la passione incombono come giganti il sacro ed il profano. La pazienza, gli aliti, la saliva, la confusione delle passioni, l’esultanza, l’allegria dei corpi, la certezza del voglio che tu voglia. Baciami, gli diceva, in qualsiasi momento, baciami. Ma il bacio è un suggello. Imprime la forza e la debolezza in un gesto sacro, etereo. Non poteva baciarla a comando. Vieni qui vicino a me, le disse allora. Ascolta il mare e guarda come arretra calmo dalla sabbia. Hai visto quella carezza? Lì l’acqua la sta baciando impariamo da loro come si fa.(s.v.)

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