di Adriana Costa

Un sogno chiamato “Giustizia”.

Iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza, seppur sembra essere una scelta “indifferente”, comporta delle grandi responsabilità.

Quando si decide di intraprendere questo percorso in testa si ha una sola grande idea “voglio cambiare le cose”, o almeno per me è stato così.

Finito il liceo, quando decidi di iscriverti alla facoltà di Iurisprudentia , sei determinato, hai voglia di fare, sei speranzoso, hai fiducia, credi che tu possa far parte di quel sistema che GARANTISCE e protegge i diritti.

Studi, sei ossessionato dall’obiettivo, ti impegni, guardi alle figure di Falcone e Borsellino e speri di poter anche tu contribuire come loro al cambiamento.

Le ambizioni sono tante. Le aspettative ancora di più.

Ci credi fortemente nella tua missione. Ci credi perché fare una scelta del genere significa entrare a far parte di un sistema che governa la società in cui vivi. Noi dottori in Giurisprudenza, futuri avvocati, magistrati, non siamo medici, non salviamo vite umane, ma abbiamo un compito importantissimo. Dobbiamo salvaguardare i diritti delle persone, ricucire gli strappi di una società malata.

Eppure, oggi, in uno stato di diritto come il nostro che dovrebbe dare forza e sostegno a questa missione, la nostra figura è sempre più messa all’angolo dell’indifferenza. Come se i diritti ( ed i doveri, si badi bene) non avessero alcuna importanza.

Così ti laurei, fai 18 mesi di pratica (non retribuita, ma nulla quaestio, lo facciamo per passione noi!) alla fine dei quali affronti un esame di stato che viene davvero difficile definirlo meritocratico.

Tre prove scritte, con poca coerenza valutativa e dopo un anno, se tutto va bene, potrai fare un esame orale che ti abiliti alla professione. Per non parlare dei tirocini presso gli uffici giudiziari, ove la borsa di studio “promessa” arriva, se arriva (perché ricordiamolo noi laureati in Giurisprudenza facciamo tutto per passione), quando hai già finito lo Stage.

Ed ancora, se sfortunatamente arriva una pandemia globale, noi laureati in Giurisprudenza non avremo MAI diritto a delle risposte, a delle certezze. L’unica cosa che ci verrà concessa sarà un post su Facebook da parte del Ministro che ci avvisa sul rinvio del nostro esame.

E così gli anni passano e noi laureati in Giurisprudenza continuiamo a studiare e a sperare che qualcuno prima o poi si renderà conto della nostra importanza nella società, del nostro ruolo, della nostra “missione”. Perché vedete una società senza senso di giustizia, una società che non ha fame della ricerca continua della verità, una società che non dà il giusto rilievo ai diritti è una società destinata al fallimento.

É un momento critico per noi giovani Dottori in Giurisprudenza, ma per fortuna abbiamo la passione.

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