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 AL PIBE DE ORO LO STADIO DI NAPOLI

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Una minaccia ancora il Covid 19 che speriamo si ridimensioni per scomparire, e poi economia bloccata, società sempre più in difficoltà, povertà in crescita come pure il femminicidio, di cui lo stesso parlare sembra offrire incentivo ad una lievitazione: è questo il quadro con cui ci sta salutando l’ “annus terribilis”, e non riguarda solo l’Occidente.                                                                                                                                                         Non è strano quindi che si torni col pensiero al passato, che, a esempio, una città come Napoli torni, all’annuncio della morte di Diego Armando Maradona, avvenuta a Tigre, in Argentina lo scorso 25 novembre, all’ idolo che la fece sognare. E di idoli l’essere umano ha da sempre sentito la necessità, particolarmente in questo nostro tempo deprivato di una spiritualità più alta.                                                                                                                        Nella seconda metà degli anni Ottanta, non solo a Napoli ma in qualsiasi città ci si trovasse, e non il lunedì a commento dei risultati delle partite di calcio ma ogni giorno della settimana, era nelle conversazioni presente lui, Diego Armando Maradona, “el pibe de oro”, esaltato per i giochi di palla fuori dall’ordinario, per i gol frutto della sua genialità. Dappertutto un affabulare sulla fantasiosa capacità del “pibe” di essere con la palla costruttore di un gioco sempre nuovo, sorprendente.                                                                              Corrado Ferraino, presidente del Napoli, certamente non si pentì del contratto di tredici miliardi e mezzo di lire perché dal 1984 facesse parte degli Azzurri chi al Barcellona non aveva, per un incidente, dato il meglio di sé. Lo diede nei sette anni al Napoli che con lui vinse i campionati 1986/87 e 1989/90 e la Coppa UEFA del 1989 contribuendo ad allontanare la prostrazione di una Città e della Campania tutta dopo le terribili vicende del terremoto con cui erano cresciuti i problemi atavici.                                                                              Frattanto, però, a scivolare verso l’autodistruzione era proprio “el pibe de oro”, sempre più preso dalla ‘polvere bianca’ e da altro ancora (Abyssus abyssum invocat  – Un male chiama l’altro). Significativa una delle sue ultime riflessioni: “Senza la droga avrei potuto giocare e vincere molto di più”. Certamente sì, se in una normalità eccezionale fosse proseguita la vita, ma anche in questo caso il “se” non ha valore, vale, invece, ciò che ha fatto a suo danno, come si è gestita la vita, senza dubbio bella in sorte per quella straordinaria capacità di gioco del pallone, di poter mettere in atto la propria passione con la massima soddisfazione.                                                                                                                                                                   Nonostante gli errori (grandi o medi o piccoli chi non ne fa?) di lui si continua e continuerà a parlare e, per quanti non si rassegnano alla sua scomparsa, c’è anche la notizia che poteva essere, per poco o per un tempo meno breve, forse ancora in vita se fosse stato curato a dovere. E’ ciò che afferma il dr. Alfredo Cahe, medico personale di Maradona, cui si unisce il legale avv. Matias Morla, intenzionati entrambi a fare chiarezza;  inoltre, a parlare di stranezza delle dimissioni per un soggetto in condizioni da monitorare di frequente, è anche il cardiologo Antonio Rebuzzi, direttore dell’Unità di terapia intensiva cardiologica del Policlinico Gemelli di Roma.                                                                                                                                               E’ forse venuta meno l’attenzione che si deve a chi è in condizioni molto precarie, ma all’annuncio della morte, di certo, non quella dei “media”, anche oltre la sua terra, l’Argentina dove era nato il 1960 a Lanùs, in un quartiere difficile. Attenzione davvero tanta a confronto di quella che hanno scienziati, filosofi, letterati e studiosi di ogni branca del sapere, generalmente scarsa quando varcano quella soglia.  E non sono mancate le manifestazioni d’affetto, di dolore all’annuncio della sua scomparsa, soprattutto da parte dei Napoletani che si sono in massa, quasi dimentichi del Covid, riversati allo Stadio, anche giovani e giovanissimi che non avevano, di certo, potuto vedere “el pibe de oro” in azione sul campo ma che ne avevano sentite le gesta da padri e nonni.  Memorie e canti allo Stadio: è dal 1963 “San Paolo”, dopo aver abbandonato la denominazione di “Stadio del Sole” per assumere quella in onore di San Paolo di Tarso che, secondo la tradizione, sarebbe sbarcato proprio lì, nella zona di Fuorigrotta.                                                                                                                                    Ma è “San Paolo” ancora per poco: già il Sindaco di Napoli ha annunciato che lo Stadio di Napoli, il terzo in Italia per capienza, dopo lo Stadio “Meazza” di Milano e lo “Stadio Olimpico” di Roma, avrà nome “Maradona” in onore del campione che ha fatto sognare Napoli.                                                                                                                                  Di tanto in tanto una gomma cancella i Santi, è successo così anche per lo Stadio “San Siro” di Milano che dal 1980 è Stadio “Meazza” per onorare un altro campione. Al momento per San Nicola, cui è dedicato lo Stadio di Bari, non c’è gomma, anche perché, non essendo stato il Bari tra le squadre al top, non può annoverare campioni da scintille, e San Nicola può stare tranquillo.                                                                             Ma queste sono cose umane, prima o poi soggette alla caducità nel mentre paiono avere la forma della eternità. I Santi non possono che sorridere: essi sono nella eternità vera.

                                                                                         Antonietta Benagiano

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