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È passato quasi un mese dalla fine della guerra che il 27 settembre scorso l’Azerbaigian e la Turchia avevano scatenato contro la piccola repubblica armena de facto dell’Artsakh (Nagorno Karabakh).

Si pensava che dopo alcune migliaia di morti da una parte e dall’altra, decine di migliaia di armeni sfollati dalla regione e la vittoria militare dell’Azerbaigian fosse arrivato finalmente il momento di parlare di pace nella regione.

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Ma le dichiarazioni e il comportamento dell’Azerbaigian in queste prime settimane post-belliche dimostrano chiaramente che la dittatura di Aliyev è tutt’altro che intenzionata a concludere pacificamente il contenzioso con la parte armena nonostante il territorio da quest’ultima controllato si sia ridotto a un fazzoletto di terra più piccolo della val d’Aosta.

Purtroppo, il nazionalismo turco-azero non demorde. Aliyev continua a lanciare bellicosi diritti su tutto il territorio non accontentandosi di quello conquistato grazie ai droni turchi e ai mercenari jihadisti tagliagole.

Questa politica di scontro si manifesta sostanzialmente su due direttrici: la falsificazione storica e il discredito religioso.

Ecco, quindi, una serie di interventi, anche su codesta testata, miranti a una narrazione di “appartenenza”  con date e fatti decontestualizzati e riassemblati a uso e consumo dell’Azerbaigian.

Il percorso a ritroso degli “storiografi” azeri salta ovviamente i passaggi scomodi ed evita pericolose divagazioni geografiche per non correre il rischio che qualcuno si ponga la domanda su quale sia stato il destino degli armeni in quella che oggi è la Turchia orientale.

Quando la falsificazione storica non regge più, ecco subentrare il discredito religioso. Chiese e monumenti del territorio, apparentemente armeni, sarebbero in realtà retaggio degli albani del Caucaso di cui loro, gli azeri, sarebbero i naturali e unici legittimati discendenti.

È lo stesso ragionamento che fanno i turchi: ad esempio all’ingresso della cittadella medioevale di Anì (che sta proprio sul confine con l’attuale repubblica di Armenia) una grande cartello illustra tutti i popoli che hanno abitato quel territorio; ne manca solo uno, quello armeno… Eliminiamoli dalla storia (oltre che fisicamente) così da crearne una nuova ed è risolto il problema.

In ambedue i casi  basterebbe consultare una qualsiasi antica carta dell’Impero romano o recuperare la genesi del nome Artsakh o risalire alla storia (quella ufficiale e non soggetta a rivisitazioni turche o azere) per capire chi sia arrivato prima in quei territori e chi ha da sempre abitato quelle regioni.

Nel tentativo di ricreare una verginità di tolleranza religiosa in Azerbaigian (che forse varrà per tutti ma non per ciò che è armeno) la propaganda azera arriva anche a cambiare la carta di identità delle chiese e delle croci armene cristiane.

Intanto i soldati di Aliyev, continuano l’opera di distruzione e annientamento dei monumenti, una sorta di “genocidio culturale”,  basti pensare ai diecimila katchkar (Croci in pietra) medioevali di Julfa nel Nakhchivan rasi al suolo con le ruspe una quindicina di anni fa, o alle recenti foto e video postati dagli stessi azeri in questi giorni che mostrano (Con fierezza! Sic!!!) il sciacallaggio e il vandalismo di cui sono capaci.

“Mamma li turchi!” gridavano una volta gli italiani. Mai come oggi questa acclamazione risulta drammaticamente attuale.

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