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L’ultimo comunicato del governo azero riguardo ipotetiche “azioni terroristiche e di sabotaggio” compiute dagli armeni nei territori ora occupati dall’Azerbaigian dopo la guerra fa davvero sorridere.

Per i lettori italiani che non conoscessero la vicenda nel dettaglio, giova ricordare che l’accordo di tregua firmato dalla parte armena, azera e russa fissa delle regole ben precise: ovvero che i due contendenti mantengono il possesso dei territori sui quali si trovano allo scoccare dell’entrata in vigore della tregua.

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Ora, succede che all’interno della regione di Hadrut (Artsakh meridionale) quasi interamente conquistata dagli azeri nel corso delle sei settimane del conflitto una vallata comprendente i villaggi di Hin Tagher e Khtsaberd (ma anche il monastero di Katarovank e la strategica vetta del monte Dizapayt) sia incredibilmente rimasta sotto controllo armeno, completamente circondata dal nemico.

La logica dell’accordo voleva che tale porzione di territorio rimanesse dunque armena, sia pure con evidenti problemi logistici determinati dal suo isolamento.

La situazione è confermata dallo stesso comunicato azero che appunto specifica che “alcuni armeni sono rimasti nelle zone forestali della parte nord occidentale dell’insediamento di Hadrut”  e, in buona sostanza, accusa loro di non essersi ritirati dal territorio e di non averlo lasciato all’esercito azero. Singolare interpretazione delle regole della guerra: imporre al nemico di ritirarsi dal suo territorio che non si è stati in grado di conquistare militarmente…

Nei giorni scorsi i soldati azeri hanno attaccato questi villaggi armeni, hanno ferito alcuni soldati e fatto prigionieri una decina di loro.

Secondo una tattica di propaganda ben nota, tirano il sasso, nascondono la mano e poi accusano gli armeni di quanto commesso.

Purtroppo questi episodi, che si aggiungono ad altri avvenuti nei giorni scorsi, dimostrano quanto sia fragile la tregua nonostante l’interposizione delle forze di pace russe; e quanto sarà difficile raggiungere una pace definitiva nella regione a causa della prepotenza e violenza dell’Azerbaigian il cui presidente lo scorso dieci dicembre ha rincarato la dose proclamando che anche quasi tutto il territorio dell’Armenia doveva essere considerato “storica terra azerbaigiana”; spalleggiato dall’altro dittatore, il turco Erdogan, che in occasione del medesimo evento, arrivava addirittura a  parole di compiacimento per uno degli organizzatori del genocidio armeno del 1915.

L’Europa sta purtroppo assistendo alla crescita di questi due dittatori e quando si accorgerà del pericolo che sta correndo sarà troppo tardi.

Nel frattempo la popolazione armena del Nagorno Karabakh-Artsakh resiste e, pur circondata da un nemico ostile e pericoloso, tenta di ritornare a una vita normale.

Consiglio per la comunità armena di Roma

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