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Iva Zanicchi, lei si è ammalata di Covid e ha avuto un lutto doloroso in famiglia. Ha avuto paura anche per sé?

Sì, ho avuto alcuni attimi di brutti pensieri. Ero andata all’Ospedale di Vimercate, solo per un esame. La dottoressa mi ha detto: “Signora cara, lei non può tornare a casa, ha una polmonite”. Ho, in qualche modo, protestato, le ho fatto notare che avevo con me solo una borsetta. Lei ha insistito. In quel momento, un attimo di disperazione l’ho avuto. La sensazione, che da lì non sarei più uscita. Poi, sono entrata in reparto, eravamo in cinquantotto, tutti malati di Coronavirus. Ho visto, in prima persona, la dedizione dei medici e degli infermieri. Mi hanno consolato, soprattutto durante qualche attimo di crisi, quando non riuscivo a respirare bene. Mi hanno dato l’ossigeno, ma il terrore vero non l’ho provato. Avevo paura, questo sì, di essere trasferita in rianimazione. Quel pensiero ti sfiora e non ti abbandona. Poi, è arrivata mia sorella Wiria, che hanno ricoverato nel mio stesso reparto e nella mia stessa stanza. Ci siamo fatti compagnia. Dopo tre giorni, è arrivato anche mio fratello, cardiopatico. E’ arrivato con le sue gambe, sembrava stesse bene, a parte la febbre e, invece, lui sì, da lì, non è più uscito. Antonio se n’è andato il 25 ottobre. Io ero stata dimessa da quello stesso ospedale, bello arioso, pieno di luce, solo una settimana prima.

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Che cosa le è rimasta dentro di questa esperienza?

Io non posso essere obiettiva, perché in quei giorni ho perso una persona, a cui ero legatissima, come se non fosse solo un fratello, ma anche un figlio. E’ un dolore ancora così cocente e anche così cattivo, perché non puoi morire in quel modo, abbandonato da tutti, con nessuno vicino, senza che nessuno ti possa vedere neppure dopo, da morto, perché te lo riportano chiuso in una cassa sigillata. Questa è una cosa orribile, è una cosa da Medioevo. Io non riesco a capacitarmi.

Fisicamente, come sta ora?

Non sto bene per niente. Mi sono imposta di reagire e, possibilmente, di lavorare, ma è dura. E’ una malattia, che non solo ti lascia moralmente a pezzi, ma anche una stanchezza mortale, ogni due o tre ore mi devo sdraiare, perché non sto in piedi. L’unica cosa positiva è che hai più tempo per te. Io ho la mente che corre sempre. E da due mesi corre, più del solito. Mi sono venuti in mente personaggi, cose, storie, emozioni. Per farla breve, sto scrivendo il mio quarto libro. Dedicato naturalmente a mio fratello. Non sarà autobiografico, come “Nata di luna buona”. Sarà, a differenza degli altri, un libro al maschile. Si intitolerà “Il volo del nibbio”. E racconterà, soprattutto, la storia di un nonno con il suo nipotino. Personaggi che mi frullavano in testa, e che ora diventano vivi, veri. Scrivere mi aiuta tanto. Mi immergo totalmente nella storia e dimentico tutto il resto. E’ sempre stato così, ma in questo momento, ancora di più.

Che ne pensa dell’Italia, e forse del mondo, che si divide fra allarmisti e negazionisti, più o meno spensierati?

Negazionisti? Per l’amor di Dio! Io non capisco, oppure, forse, capisco benissimo. L’uomo, per sua natura, nega istintivamente le cose di cui ha paura. Le annulla. Ma è totalmente stupido negare l’esistenza di un virus, che fa morire non soltanto le persone come me, ha ottanta anni e chi se ne frega, se muore… Io ho avuto tante manifestazioni di solidarietà, che mi hanno, e lo sono ancora, emozionata. Pensi, dopo che avevo annunciato su Instagram che ero malata di Covid, ho ricevuto trecentociquantamila testimonianze di affetto in una sola mattinata. Colleghi, gente comune e anche persone, che non sentivo da una vita: la Vanoni, Milva, la Pavone, la Hunziker, la Venier, la Toffanin, Barbara d’Urso, Orietta Berti, Al Bano, ma tutti. Proprio tutti. Tanto che ho commentato, buttandola sul ridere, che questi devono aver pensato “tanto questa se ne va, diamogli l’ultimo saluto”.

Come definirebbe l’Italia e gli italiani al tempo del Covid?

Secondo me, quello che è mancato, e manca, è una voce forte, una voce autoritaria, a cui affidarsi ciecamente. Una voce, che ti dica le cose come stanno, la verità, e che ti dia degli indirizzi precisi. Non puoi parlare oggi in un modo e domani in un altro. La gente, a quel punto, si disorienta, si spaventa e poi rifiuta anche le cose più ovvie, pensando che, “se questi non sanno neppure loro dove vanno a parare, io faccio quello che voglio e amen”. Siamo mal guidati, questo lo posso e voglio dire. Ci vorrebbe un comunicatore, uno che parli sapendo quello che dice e ci dica quello che si deve fare.

E invece?

La cosa più grave, mi scusi, sono i nostri governanti. Uno che viene in tv e fa la conferenza stampa tutte le sere, noi dovremmo ascoltarlo e seguirlo, se non fosse che oggi dice una cosa e domani ne dice un’altra. Oppure, dice delle cretinate…No, su, via. Lasciamo perdere, che è meglio. Mai, come in questo momento, avremmo bisogno di persone forti, autoritarie, capaci e competenti, ma non le abbiamo.

E che cosa pensa dei virologi che, anziché cercare un accordo su una strategia e un protocollo di cura, litigano in tv come delle comari?

Tutto il male possibile. Vediamo questi personaggi andare in televisione, ognuno di loro a dire una cosa diversa. Dovrebbero rimanere nei loro laboratori a studiare o negli ospedali a curare i malati. E, invece, li vediamo in giro, continuamente, ventiquattro ore su ventiquattro in televisione, a dire il contrario di quello che ha appena detto un collega. Una cosa vergognosa. Almeno mettetevi d’accordo. Se vi piace andare in televisione, perché è bello apparire, almeno dite la stessa cosa. Abbiamo avuto anche mille morti al giorno. Vi rendevate conto che, mentre stavate lì a straparlare, morivano, stavano morendo di Covid decine di persone che all’inizio del programma erano ancora vive. E voi, i presunti grandi esperti, a dire, davanti alle telecamere, delle cazzate. Mascherine sì, mascherine no, aspirina sì, aspirina no, a antibiotico sì, antibiotico no, cortisone sì, cortisone no. Basta! Smettetela! Anche i nostri politici, come si fa a continuare a dire a dire stronzate, anche nei giorni, in cui sono morte mille persone. Lo capiscono questi signori quante sono mille persone che muoiono, in un giorno solo, per lo stesso virus. Sono addolorata, ma anche molto arrabbiata. Penso sia normale.

Che cosa altro la indigna?

Mi faccio paladina della sofferenza di decine di migliaia di familiari. Forse, chi non lo ha provato, non lo può capre. E’ disumano che non si possa star lì, anche solo per dieci minuti, vicino al proprio padre, al proprio figlio, al proprio marito, alla propria moglie, all’amico di una vita, mentre sta morendo. Ti impongano di bardarti, come fanno gli infermieri, ma ti facciano stare accanto a chi muore. Dio mio, devi morire nella solitudine più assoluta e, anche, dopo, da morto, non lo puoi più rivedere, perché te lo restituiscono dentro una cassa, o peggio ancora, una cassettina. Questo è intollerabile, andiamo iniziato il percorso verso il Tremila, non dovrebbero essere consentite procedure orribili, che cancellano ogni sentimento di umana pietà e ci riportano direttamente al Medioevo. Io non lo accetto. Io non lo posso sopportare.

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