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“Sir, I have, myself, full confidence that if all do their duty, if nothing is neglected, and if the best arrangements are made, as they are being made, we shall prove ourselves once more able to defend our island home, to ride out the storm of war, and to outlive the menace of tyranny, if necessary for years, if necessary alone. At any rate, that is what we are going to try to do”.

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“Ho, io stesso, piena fiducia che se tutti faranno il loro dovere, se nulla verrà trascurato, e se saranno prese le decisioni migliori – come sono prese – ci dimostreremo ancora una volta in grado di difendere la nostra isola, di cavalcare tempesta della guerra e di sopravvivere alla minaccia della tirannia, se necessario per anni, se necessario da soli. Ad ogni modo, questo è ciò che tenteremo di fare”.

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Era la fine del maggio del 1943. A Dunkerque, nel nord ovest della Francia, le truppe corazzate tedesche avanzavano inesorabilmente e chiusero in una sacca senza via di uscita le divisioni britanniche e francesi. L’unica via di scampo era il mare. Churchill mobilitò il meglio della Marina Reale britannica, ma lanciò anche un drammatico appello alla nazione affinché tutti i civili dotati di un’imbarcazione (mercantili, barche da pesca o da turismo, ecc.) si mettessero in mare per raggiungere il porto di Dover.

Migliaia di inglesi raccolsero l’appello e si portarono verso le spiagge di Dunkerque. Il rischio che le truppe anglo – francesi venissero completamente decimate era altissimo, anche perché’ i cacciatorpedinieri della Marina militare inglese non riuscivano ad attraccare al porto di Dunkerque, ormai distrutto dai bombardamenti dell’aviazione tedesca.

Così, per portare in salvo i soldati, approfittando dell’oscurità della notte, la miriade di imbarcazioni civili, più agili e veloci, si avvicinarono alle spiagge di Dunkerque, caricando i soldati ormai allo stremo e li trasferirono sulle grandi imbarcazioni della Marina Reale. Churchill, ad operazione conclusa, lodò l’opera dei suoi ammiragli, ma ringraziò in particolare la “flotta-zanzara”, senza la quale il numero delle vittime sarebbe stato enormemente più elevato.

Ed è così che in questa nostra “strana guerra”, Luigi Bobba già Presidente delle Acli ed ex sottosegretario al Welfare, in una recente intervista, ha riutilizzato questa metafora per sottolineare che: per salvare tante vite e curare le ferite di molti, sono fondamentali le istituzioni dello stato (la sanità, la protezione civile, l’esercito) ma da sole non bastano. Serve anche la “flotta delle zanzare”, serve la miriade di associazioni e organizzazioni di volontariato presenti nelle nostre comunità, perché più vicine alle persone da salvare e più veloci nell’arrivare in tempo per evitare troppe sofferenze e troppo dolore.

Ognuno di noi ha visto operare con forza e coraggio la prima linea, in questa battaglia, formata dai medici e dagli infermieri, ma anche la grande rete del volontariato e delle Ong che è stata presente. Tutti hanno fatto la propria parte così come profeticamente teorizzato da Churchill (‘If all do their duty…’).

Invero ho visto la Palestina nello spazio che corre tra i vicoli dei campi e Betlemme, dove è stata creata la prima squadra di volontari: 300 persone, tra medici, psicologi, terapeuti, attiviste e attivisti di lungo corso, impegnati per sostenere la popolazione dal basso con forme di organizzazione che ricordano i tempi e i modi dei Comitati di Resistenza popolare della Prima Intifada.

Fu a quell’epoca, infatti, che gli stessi villaggi nei pressi di Betlemme, come Beit Jala e Beit Sahour, furono a lungo isolati e assediati e la popolazione costretta a una quarantena preventiva. Non per evitare il contagio di un virus sconosciuto, ma perché le strade erano infiammate dalla Prima Intifada, e l’assedio imposto dalle autorità militari israeliane era il modo di fiaccare una popolazione resistente. Ma in quegli assedi la popolazione palestinese sviluppò le forme più creative di resistenza e mutualismo, sopravvivendo per mesi nelle proprie case, usando i balconi come oggi noi li abbiamo usati, per parlare e per suonare, per riconoscersi e confortarsi e per lanciarsi messaggi di speranza e possibilità.

Fu in quelle quarantene imposte dalla potenza occupante che nacquero i Comitati di Resistenza popolare, gli orti comuni, le scuole autogestite nei fienili, gli ospedali popolari, forme di home economy ante litteram per boicottare l’economia dell’occupante. I palestinesi sono i figli di questa storia ed oggi si trovano chiusi nelle proprie case per fronteggiare il rischio del contagio, abituati a un’esistenza che ha fatto della capacità di resistere, a condizioni inumane, la sua stessa essenza. Sono quei figli che oggi stanno tornando a praticare e riscoprire quei modelli di solidarietà e mutualismo.

 

Perché se in Palestina lo Stato non esiste, esistono però le persone che si sanno aiutare. Se non esiste lo Stato, se non ci sono le strutture, ci sono però le possibilità della solidarietà. Perché se è contagioso il virus, è contagiosa pure la speranza. Piuttosto ho visto Napoli e poi altre città come ad esempio Milano, istituire il “Panaro solidale” perché per comprare ciò che è necessario all’anima, non occorre denaro. Ho visto Verona in una folla silenziosa recatasi negli ospedali per non far mancare una terapia salvavita: il sangue.

E mi ritorna alla mente quell’intuizione profonda e suggestiva di Xavier De Maistre in “viaggio intorno alla mia camera “Se riuscissimo a vivere il nostro ambiente quotidiano con lo spirito del viaggiatore, potremmo scoprire che esso non è affatto meno interessante degli alti passi montani e delle giungle popolate di farfalle del Sudamerica. […]”

A casa le nostre aspettative si atrofizzano. Siamo certi di aver scoperto tutto quello che c’era da scoprire. L’abitudine ci rende ciechi. Quel che De Maistre tentò di fare fu scuoterci da tanta passività. Quando Nietzsche venne a Torino e lesse il libro di De Maistre, commentò che l’umanità si divide tra quelli come Xavier – una minoranza che ha saputo fare molto con poco – e una maggioranza che ha saputo fare poco con molto.

Dal “Viaggio intorno alla mia camera” traggo un’ultima lezione. Il mondo non si ferma alle quattro mura della nostra casa. Non innamoriamoci di questa stretta prigione. Come nel finale di The Wall dei Pink Floyd, il protagonista è condannato ad abbattere il muro dietro cui si era rifugiato e a ricongiungersi con il mondo sotto un aperto cielo. Ma soprattutto per partecipare ad una politica non dominata dalla volontà di potenza che si impone con la violenza e con i muri. Il resto e’ tutto da compiere, tutto ancora da vivere e costruire.

 

Daniela Piesco – Vice Direttore www.progetto-radici.it

 

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