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Lockdown a Natale 2020, “bisextus funestus” da cancellare, e in Piazza San Pietro un presepe mai tanto discusso. Realizzato tra il 1965-1975 (anni volti alle entusiasmanti imprese spaziali, a immagini robotizzate) dagli studenti di un Istituto di Castelli in provincia di Teramo, è ora presente nella Piazza più significativa della cristianità. Un presepe proveniente dall’Abruzzo martoriato dal terremoto, forse per questo accolto, o perché simbologia del 2020.  Negativi, nel complesso, i commenti, italiani ed esteri, e sul “New York Times” lo si è definito “con problemi” anch’esso, come l’“annus horribilis” cui stiamo dando le spalle senza rimpianto.

Insegna del 2020 il Covid 19 con diffusione planetaria celere, effetto, in un certo senso, dell’ampliarsi dei contatti, della globalizzazione, degli invisibili flussi finanziari da cui è dominato il globo, in primis di quel relativismo divenuto denominatore comune dell’incertezza umana e universale, per il quale impossibile è la conoscenza, come l’etica, essendo negati giudizi e principi morali che possano essere in assoluto validi.

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Eppure pensiamo che nessuno riesca a far tacere completamente la sua parte spirituale, rinnegherebbe, in tal caso, sé stesso. Già Gyorgy Lukàcs lo scorso secolo in “Teoria del romanzo” affermava: “L’individuo è un orfano, un nostalgico del mondo perduto, che si aggira in una realtà non più illuminata dalla luce delle stelle e che anzi soffre la nostalgia di qualsiasi cielo stellato”. Orfano ancor di più nel nuovo secolo, l’individuo ricerca almeno un surrogato di spiritualità.

Viene dal 25 dicembre al 1° gennaio celebrata la nascita di Cristo Redentore che “rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso”, come scrive Giovanni Paolo II nella enciclica “Redemptor hominis”, donandogli una verità che è libertà autentica, non apparente. Fu a partire dal V sec. che si volle alla festa pagana del “Dies Natalis Solis Invicti”, rinascita del sole dopo il solstizio d’inverno, sovrapporre la festa della nascita di Cristo, vero sole. Una festa che crebbe di solennità nei maestosi templi cristiani di cui si ornavano le città, nelle chiese che ogni borgo erigeva. “Adeste fideles…”  e iniziarono le celebrazioni della mezzanotte con le liturgie religiose, i riti e le tradizioni, con il primo presepe vivente realizzato il 1223 a Greccio da San Francesco d’Assisi e divenuto tradizione che in alcuni borghi permane. Dal Settecento suggestive le rappresentazioni plastiche del presepe in tutte le regioni d’Italia e in varie parti del mondo, mentre già la Natività era stata ampiamente rappresentata in scultura e in pittura da Nicola e Giovanni Pisano, da Arnolfo di Cambio, da Giotto, Botticelli, Piero della Francesca, Raffaello, Giorgione, Caravaggio, da tanti altri artisti nel susseguirsi dei secoli

Siamo andati a rivedere la Natività di Arnolfo di Cambio, il presepe più antico del mondo, commissionato da Niccolò IV il 1288 al già noto scultore e architetto e custodito da lungo tempo a Roma nel Museo della Chiesa di Santa Maria Maggiore. E’ armonia di una semplicità unica, bellezza di un’arte che suscita nel fruitore sentimenti pulsanti dalla narrazione, un “motus animi” rasserenante che il presepe del 2020 in Piazza San Pietro, a giudizio dei più, stenta molto a rimandare.

Da lunghi decenni è prevalsa poi la tradizione nordica dell’albero addobbato nelle piazze cittadine e nelle case, e scintillano di luci multicolori strade e negozi e palazzi.     Resta la mensa insieme a familiari, parenti e amici coi piatti tradizionali al suono di canti natalizi, con doni ai piccoli e pure agli adulti. Il Natale è divenuto simbologia del dono da dare e da ricevere mentre si sta a mensa tutti insieme dove                                                              maggiormente si può per disponibilità di spazio, oppure in un ristorante, senza fatica di preparativi, contribuendo così a mantenere viva la catena dei ristoratori ed evitando magari controversie familiari. E per quelli di pingue pecunia c’è il Natale in qualche località rinomata.                                                                                                                                          A causa della pandemia rinunciamo dunque non al Natale autentico ma a quello dell’apparente gioia collettiva, riflesso del vuoto che da lungo tempo ci abita nell’assenza della spiritualità. Questa non dal Covid è stata annientata ma, a parte la preponderante valorizzazione di quanto rientra nella materia, da tutto ciò che ha minato le radici dell’Occidente miscelate con altre radici che stanno prevalendo perché con forza sostenute e imposte a un Occidente debole, rinunciatario della sua identità. A difenderci dall’assalto di strategie su fronti diversi funzionanti non c’è oggi alcun annuncio di pensiero forte, non c’è, come nei lontani secoli, l’imperatore bizantino Costantino IV vittorioso dell’assedio di Costantinopoli (674), né Carlo Martello a Poitiers (732). Allora l’Occidente non fu soccombente alla tenaglia islamica.                                                                                                                  Speranza e augurio che la forzata solitudine di questo Natale possa nei reggitori religiosi e laici provocare riflessioni sulla identità gettata ai rovi, in noi tutti placare le inquietudini esistenziali stando magari, come Ungaretti, “con le quattro/ capriole/ di fumo/ del focolare”, farci forse scoprire anche la verità che giace nel profondo.

E potrebbe poi l’esperienza di un Natale diverso da quelli del passato volgerci all’esplorazione di un fantastico mirabile, che è piacere, rivelatore talora anche della parte migliore di noi.                                                                                                                                             Un Natale di rinascita per il mondo intero!

Antonietta Ben agiano

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