Ho sognato mia mamma. Era al mio capezzale. Ma non questo capezzale a scaffali qui. La stanza era profumata. Un bellissimo letto a due piazze con coperte soffici e federe ricamate. Da due finestroni passavano raggi di sole in abbondanza e senza controllo. Mammà – le ho detto subito – ma perché sono nato così? Ho forse colpa? Dovevo fare qualcosa quando sono venuto al monto che non ho fatto? Perché devo passare tutto questo? Da chi dobbiamo ricorrere per questa ingiustizia eh mà? Qui dentro siamo trattati in una maniera che non so come definire. Io ad un cagnolino mai tirerei una zampa per trascinarlo fuori dai piedi. Qui vedi i bambini senza camicia con uno straccio che li copre col freddo che fa. Ma io dico – eh mà- ma il sergente, quello che viene la mattina e ci urla inutilmente comandi in tedesco, una coscienza non ce l’ha? – eh ma?-. Sbatte i tacchi a terra, ma come chi? il sergente. Avrà massimo trent’anni. Chi sa se ha figli, una moglie. Ma non ha fatto nessuna smorfia quando il braccio del bambino gli si è rotto tra le mani quando lo tirava fuori dai piedi. Dai suoi piedi. Niente. Come se fosse stato un cartone, un pezzo di legno mangiato dai tarli. Neanche i pianti rassegnati e dolorosi gli hanno fatto qualcosa. Il bambino poi non lo abbiamo più visto. Tu dici – mà – che il sergente che batte i tacchi ha una casa sua? Compra la verdura per la famiglia ed accarezza la moglie ed i figli? Eh mà? Oppure batte i tacchi anche lì? Ma tu che sei una mamma, sii sincera mà, gli vorresti mai bene come hai voluto a me? Gli avresti fatto mai una attenzione, un complimento, una amorevolezza? Sapendo che la mattina viene qui ogni giorno a battere i tacchi e a ripulire esseri umani? Eh mà? Rispondi mà. Mammà non te ne andare. Rispondimi per favore mà.(s.v.)

Salvatore Viglia

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