“THE HILL WE CLIMB” DI AMANDA GORMAN

Viral diffusion l’immagine a Capitol Hill della ventiduenne poetessa afro-americana Amanda Gorman, lungo cappotto giallo e un tocco di rosso nei capelli raccolti mentre con i versi di “The hill we climb” (Le colline che scaliamo) offre il brivido emozionale all’insediamento di Joe Biden, 46° Presidente degli Stati Uniti d’America.                                                                                                                  Pochi altri prima di lei, ricordiamo Robert Frost per John Fitzgerald Kennedy, Maya Angelou per Bill Clinton e Richard Bianco per Barack Obama. Ma siamo su piani diversi per situazioni e personalità dai richiami storici senza forti implicazioni personali, per un’attualità con problematiche ancor più accentuate, sotto certi aspetti differenti, pur se le finalità sono in tutti i poeti volte alla ricerca dell’armonia non ancora raggiunta, a dire il vero, difficile da attuarsi in ogni tempo e presso tutti i popoli.                                                                                                                                        Della mancanza di armonia la Gorman rintraccia motivazione non nella disunione ma nella non attuata compiutezza, ancora in fieri: “… siamo stati testimoni di come questa nazione non sia disunita, ma semplicemente incompiuta”. E l’essere stati “testimoni” è riferimento all’assalto dello scorso 6 gennaio a Capitol Hill, in seguito al quale Amanda rivede il testo già composto per la cerimonia e rafforza il concetto delle differenze da mettere da parte per creare un futuro “con le braccia ai fianchi sì da poterci l’uno con l’altro sfiorare” senza essere più “testimoni di divisioni”. Il discorso ristretto agli USA andrebbe, a nostro avviso, allargato agli esseri umani dell’intero globo onde evitare morte e distruzioni che le guerre producono.                         La democrazia – afferma la Poetessa- può essere “rinviata”, ma “mai permanentemente distrutta”. Su di sé la “skinny black girl descended from slaves” avrà sentito l’orrore del passato, delle divisioni ancora presenti, mentre nel suo “petto martellato di bronzo” si faceva strada il sogno di poter lei diventare in futuro Presidente degli Stati Uniti d’America (lo ha anche detto al New York Times annunciando come data il 2036), proprio lei che avrebbe recitato all’insediamento di Biden.                                                                                                                               La rude giovinezza dell’America nulla può negare alla sua giovinezza, ed ella vive in anticipo il sogno, mostra continuità di speranze senza interferenze di introspezione. A tal proposito Friedrich Holderlin: “Un dio è l’essere umano quando sogna, un mendicante quando riflette”. Ed è appunto la giovinezza ad essere piena di sogni, di entusiasmi, a non lasciarsi turbare da venti di bufera, ad avere la forza della speranza che nessun turbine abbatte. Quando si esita e ci si lascia prendere dal senso critico, quando i sentimenti non hanno più forza e tenacia, non si è più giovani.                  Amanda Gorman ha appena varcato i vent’anni, ha lo sguardo volto in alto, ad uno scorcio di cielo, alla grande campana azzurra che le suona speranza, e il petto le batte coraggio che quell’azzurro rafforza. Così la poesia, nel procedere dei versi, diviene un inno al risorgere nuovo, abbandonando le vie stantie, quel cercare la vittoria “nella lama di un’arma”, mentre bisogna usare “misericordia insieme al potere, e il potere insieme al diritto” perché “l’amore sia il solo lascito e il cambiamento, un diritto di nascita per i nostri figli”.  L’epilogo della poesia è un epico risorgere senza spada di tutta la nazione “dalle colline dorate dell’Ovest” al “Nord-Est spazzato dal vento” dal Midwest al Sud “baciato dal sole”. Un risorgere di tutta la gente “diversa e bella… malinconica eppure stupenda”. Un risorgere per l’armonia sognata: “Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo”. E’ la nuova alba di luce che rende liberi “finché saremo abbastanza coraggiosi da vederla/ finché saremo abbastanza coraggiosi da essere noi stessi luce”. Epilogo che nella luce trova l’esortazione più alta.                                                                                                         “The hill we climb” procede quasi con andamento da rap: versi ritmati, assonanze e allitterazioni danno musicalità e qua e là affiorano metafore, ma quel che maggiormente prende è l’entusiasmo della giovanissima poetessa nell’annunciare e auspicare il sorgere alla luce, l’immaginare “che ciascuno possa sedere sotto la propria vite e il proprio albero di fico/ e lì non essere spaventato”. Immaginare la pace, l’armonia.

Antonietta Benagiano

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