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Diverse settimane fa, il parlamento iraniano ha approvato una legge che ha di fatto fissato una data di scadenza all’ accordo nucleare, che i politici europei hanno lottato per preservare e ripristinare da quando gli Stati Uniti ne sono usciti nel 2018. Figure, come Josep Borrell, il capo della politica estera dell’Unione Europea, hanno insistito sul loro impegno. Sfortunatamente questo impegno ha finito per comportare la chiusura di un occhio sui gesti provocatori delle autorità iraniane.

Il voto parlamentare sul futuro dell’accordo è solo uno degli ultimi esempi. Esso prevedeva che gli impianti nucleari iraniani riprendessero ad arricchire l’uranio al 20%di purezza, se gli Stati Uniti avessero continuato ad applicare le sanzioni, precedentemente sospese con l’attuazione dell’accordo.
Questo passo è andato avanti, ma la legge stabiliva, inoltre, che Teheran avrebbe cacciato gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, se la questione fosse rimasta irrisolta dopo il 20 febbraio.
Non c’è dubbio che lo scopo di questa scadenza è quello di amplificare la pressione che i sostenitori europei del Piano d’azione congiunto globale stanno esercitando sui detrattori dell’accordo, sia all’interno delle loro file che negli Stati Uniti.
I membri del parlamento iraniano lo hanno detto durante il processo che ha portato all’adozione della nuova legge all’inizio di dicembre.
La legge è stata promossa come il modo migliore per porre fine alle sanzioni e questa prospettiva è stata ripresa nientemeno che dalla Guida Suprema del regime, Alì Khamenei, il quale ha proclamato che Teheran avrebbe dovuto fare i propri passi verso tale fine, poiché gli avversari stranieri non avrebbero mai rimosso le sanzioni da soli.
Queste minacce sono certamente sottolineate dal fatto chel’Iran ha effettuato cinque esercitazioni militari in tre settimane che hanno tutte enfatizzato aspetti delle capacità di difesa missilistica dell’Iran.
La riserva di missili balistici del paese è la più grande della regione e modelli avanzati di questo tipo di arma sono in grado di trasportare la testata nucleare a cui l’Iran è sospettato di aver lavorato negli anni passati.
Il regime sembrava evidenziare i possibili risultati di quel lavoro la scorsa settimana, quando ha informato l’AIEA della sua intenzione di violare ulteriormente i termini dell’accordo nucleare, riprendendo il lavoro sulla produzione di uranio metallico, che doveva essere messo in pausa per 15 anni.
Se ufficialmente arricchito, questo materiale potrebbe essere usato nel nucleo di un’arma nucleare, un fatto che non è stato certamente trascurato dai governi europei che si sono impegnati a sostenere l’accordo nucleare negli ultimi due anni e mezzo. In una dichiarazione congiunta rilasciata sabato, Regno Unito, Francia e Germania hanno sostenuto che non c’è” nessun uso civile credibile” per l’uranio che l’Iran spera di produrre.
Il ministro degli esteri francese, Jean Yves Le Drian, è andato oltre affermando esplicitamente che il regime iraniano stava avanzando nella sua capacità di dotarsi di armi nucleari con quest’ultima mossa.
Anche se qualcuno volesse negare che l’effettiva produzione di una tale arma sia l’obiettivo finale del regime, non potrebbe sottrarsi alla conclusione che Teheran stia usando la minaccia di tale risultato nel tentativo di costringere le potenze occidentali a minare o rimuovere le sanzioni statunitensi.
Gli europei e la nuova amministrazione americana si trovano quindi di fronte alla decisione se cedere agli ultimatum dell’Iran o respingerli.
La devozione quasi servile dell’Unione Europea all’accordo nucleare implica un interesse a prendere la prima opzione.
Dopotutto, se al regime viene permesso di giocare il suo gioco d’azzardo abbastanza a lungo da portare a termine la cacciata degli ispettori, allora l’AIEA sarà veramente morta e ogni politico che sostiene questa linea d’azione deve capire che se gli iraniani ricevono una qualsiasi ricompensa per questa provocazione minacciata, allora avranno solo più incentivi a lanciare altre minacce contro gli avversari occidentali.
Sarebbe difficile sopravvalutare quanto grave potrebbe diventare questa situazione, dato che Teheran sembra già sentirsi completamente a suo agio nel minacciare tutti i suoi avversari in una miriade di modi. Le esercitazioni militari recenti e in corso sono in realtà tra gli esempi meno consequenziali. Ciò che è molto peggio è un recente modello di presa di ostaggi, con obiettivi che includono l’ equipaggio di una petroliera sudcorea. Tali incidenti rappresentano minacce provenienti da reti terroristiche sostenute dall’Iran, che hanno proliferato in tutto il mondo negli ultimi anni.
Nel giugno del 2018, due operatori iraniano-belgi sono stati catturati mentre cercavano di portare un dispositivo esplosivo ad un raduno di espatriati Iraniani alle porte di Parigi.
A novembre, sono stati processati insieme al loro responsabile, un diplomatico iraniano di alto livello di nome Assadollah Assadi, che lavorava presso l’ambasciata del regime a Vienna.
Se il complotto di Assadi avesse avuto successo, sarebbe stato certamente il più devastante attacco terroristico dall’Iran contro il territorio e i cittadini occidentali dagli anni ’90.
Sarebbe stata anche una riaffermazione vitale della forza globale del regime in un momento di vulnerabilità interna praticamente senza precedenti.
Il complotto terroristico di Parigi ha cercato specificamente di uccidere il leader dell’opposizione iraniana Maryam Rajavi, il presidente eletto del NCRI, che ha guidato le proteste a livello nazionale contro il regime clericale nel gennaio del 2018, e per mesi dopo.
Quella rivolta ha esposto un livello di vulnerabilità che Teheran cerca disperatamente di nascondere e compensare.
Niente servirebbe meglio questo scopo che costringere l’intero mondo occidentale a rimuovere le sanzioni e lasciare il regime libero di usare le sue risorse finanziarie espanse per reprimere il dissenso interno.
E se il successo del regime in questa impresa gli lascia l’impressione di poterla fare franca con gravi provocazioni sulla scena mondiale, si può solo immaginare quanto più intense diventeranno le repressioni interne.
Né gli Stati Uniti né gli europei possono rischiare di dare a Teheran questa motivazione supplementare, farlo sarebbe altamente controproducente per gli interessi occidentali, per il benessere del popolo iraniano e per la reputazione americana ed europea come difensori globali dei diritti umani e della democrazia.

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