SARÀ LA LEVA DEL SUCCESSO DI DRAGHI MA L’IMPLOSIONE DEL SISTEMA POLITICO SARÀ LA SUA VIA CRUCIS
Al netto delle flautate lodi di gran parte dei media – quasi tutti presi in contropiede dalla sua nomina – e delle improbabili capriole di una larga fetta dei politici, c’è nel Paese un sincero sentimento di sollievo per l’arrivo al governo di Mario Draghi. L’Italia, dopo aver accumulato un’enorme quantità di problemi irrisolti e di arretratezze che ne hanno bloccato il processo di sviluppo e di modernizzazione per oltre un quarto di secolo, era arrivata, anche sotto la drammatica pressione della non domata pandemia, ad un passo dalla catastrofe. Di fronte alla quale si biforcavano, e per certi versi s’intrecciavano, due strade una peggio dell’altra: quella della deriva venezuelana, populista e pauperista, e quella dello sbocco ungherese, autoritario e nazionalista. Entrambe ci avrebbero portato nel baratro. Ed è per questo che si è prontamente diffusa la speranza che un “fuoriclasse” di fama mondiale come l’ex presidente della Bce ci possa salvare. Speranza che lui stesso ha alimentato con un discorso programmatico dove finalmente sono risuonate, senza per questo metter mano alla retorica, parole e concetti di altissimo valore repubblicano, da padre (ri)costituente prima ancora che da statista.

 

Ma per capire (e apprezzare) quanto sia forte e profonda questa aspettativa, consiglio di vedere la puntata di War Room di giovedì, nella quale tre personalità molto diverse come Emma Bonino, Pupi Avati e Roger Abravanel lo hanno meravigliosamente rappresentato (QUI LA PUNTATA). A me, in questa sede, spetta il compito di analizzare, più freddamente, di quali leve dispone il neo presidente del Consiglio e da quali ostacoli dovrà guardarsi.

 

Partiamo dalle opportunità. Draghi ha varie frecce al suo arco, ma quella veramente decisiva è la sua credibilità internazionale. Sto parlando di “centralità” all’interno di un processo geopolitico di ridefinizione degli assetti planetari, economici prima ancora che politici, che è qualcosa di più e di diverso dalla “semplice” autorevolezza (che pure, visto chi lo ha preceduto, sarebbe comunque già tanta roba). Chi pensasse che un paese come l’Italia, fortemente interconnesso – basti pensare al livello delle nostre esportazioni ma soprattutto al rapporto di fornitura tra la nostra manifattura del Nord, veneta ed emiliana in particolare, e l’industria tedesca – ma straordinariamente indebitato, e perciò stesso altamente pericoloso, possa essere a lungo lasciato in mano a degli “scappati di casa” – e per di più in fase di fase di passaggio in Europa e negli Stati Uniti, e quindi in Occidente, di straordinaria importanza – commetterebbe un grave errore e segnalerebbe il proprio provincialismo. In questa sede ho già detto di quanto siano stati determinanti i crediti che Angela Merkel vanta nei confronti dell’uomo del “whatever it takes”, oltre che le suadenti parole di Emmanuel Macron, nell’indurre Draghi a mettere da parte le sue (comprensibili) riserve a scendere nell’arena della politica. Dopo la conversione della destra di governo tedesca, frutto delle pressioni della Confindustria renana e bavarese, e il conseguente convincimento degli alleati olandesi e nordici, alla mutualizzazione europea del debito, il “caso Italia” è diventato un primario affare continentale. Sia chiaro, non sto parlando di interferenze o, peggio, ingerenze, ma di naturale proiezione in sede europea di un problema nazionale le cui conseguenze sarebbero tutt’affatto sovraniste. E un’Europa in difficoltà perchè alle prese con un eventuale default italiano sarebbe un grave problema per Joe Biden, che dopo la tormentata sconfitta di Donald Trump si accinge a riaprire le porte al multilateralismo e alla dottrina atlantica, in chiave protettiva rispetto a Russia e Cina (si noti la progressiva presa di distanza tedesca dal regime di Xi Jinping).

 

Insomma, Draghi non è a palazzo Chigi per caso. Ma questo gli consente anche di giocare un ruolo di primo piano nello scacchiere continentale e atlantico. Prima di tutto portando l’Italia lungo l’asse franco-tedesco, creando il triangolo Roma-Parigi-Berlino che si è rotto con la fine della Prima Repubblica e che nessuno nostro governo ha mai più avuto la capacità (ammesso e non concesso ne avesse avuto l’intenzione) di ricostruire. Industriali e manager italiani farebbero bene a ragionare su questo punto, perché in breve tempo si apriranno opportunità finora impraticabili e nello stesso altre diventeranno meno interessanti, se non marginali, a cominciare dall’ormai già sfiorita “via della seta”.

 

Tra l’altro, a settembre la Merkel lascerà la guida del governo tedesco, aprendo un vuoto di leadership non indifferente in Germania e in Europa, e tra fine aprile e inizio maggio del 2022 ci saranno i due turni delle presidenziali francesi, momento molto impegnativo per Macron. E tutto questo non può che favorire l’ascesa di Draghi ad un ruolo guida in Europa e di prima linea nell’interlocuzione con la nuova amministrazione americana, che avrà un perno fondamentale, decisivo per la politica economica e monetaria, nel segretario al Tesoro Janet Yellen, collega (e molto amica) di Draghi dal 2014 al 2018 nella veste di presidente della Federal Reserve. Ricordate i vertici ristretti convocati da Francia e Germania cui noi eravamo esclusi, spesso pur essendo presenti spagnoli e olandesi? Ecco, ora non accadrà più. Anzi, è probabile che sarò lo stesso presidente del Consiglio italiano e convocarne qualcuno. E non è solo una questione di orgoglio nazionale ferito, in quelle occasioni c’è in ballo tanta sostanza, la politica vera e non le inutili “casalinate” mediatiche con photo opportunity ad uso elettorale.

 

Certo, Draghi non potrà limitarsi al pur importantissimo “volar alto”. Prima di tutto dovrà dimostrare di saper affrontare le diverse emergenze che il paese ha di fronte – in primis quella pandemica, madre di tutte le altre – con efficaci e rapide scelte di buona amministrazione, anziché con la maniacale produzione normativa, lasciata peraltro al suo destino per mancanza di decreti attuativi, che è stata tipica di chi l’ha preceduto. E dovrà altresì manifestare la capacità di “mettere a terra” le riforme primarie che ha indicato nel suo programma di governo. E qui veniamo ai due maggiori ostacoli con cui verosimilmente si troverà a dover fare i conti.

 

Il primo è il “fattore tempo”. Partiamo dal presupposto che il naturale – ed opportuno per tutti noi – punto di arrivo di Draghi è il Quirinale. Ora, dal momento in cui il Parlamento sarà chiamato a scegliere il nuovo Capo dello Stato ci separano solo 11 mesi. Poco, troppo poco, per affrontare l’emergenza sanitaria e quella socio-economica, riscrivere il piano del Next Generation Ue e cominciare a far funzionare la macchina degli investimenti del Recovery e almeno impostare le riforme strutturali che esso prevede come conditio sine qua non, oltre che giocare le sue carte nelle partite internazionali di cui ho detto. E per di più il cambio di palazzo di Draghi, da Chigi al Quirinale, comporterebbe inevitabilmente elezioni anticipate. Già molto diverso sarebbe, invece, se Draghi avesse davanti i 25 mesi che ci separano dalla fine naturale della legislatura e dunque dalle elezioni politiche che ci saranno tra marzo e aprile del 2023. Ma questo presuppone due opposte situazioni: o rinuncia al Colle e si elegge un’altra figura alla presidenza (già, ma chi, visto che le riserve della Repubblica sono ormai in via di totale esaurimento?) oppure Mattarella si rende disponibile, suo malgrado, a farsi rieleggere per un altro settennato, sapendo che nel giro di un anno rassegnerebbe le dimissioni, cioè subito prima o subito dopo le elezioni e la formazione del nuovo Parlamento (a ranghi ridotti per via del taglio del numero di deputati e senatori recentemente approvato da una classe politica talmente debole da arrivare ad autoevirarsi).

 

E qui siamo al secondo ostacolo che si para davanti a Draghi: i partiti e il sistema politico impotente che è in via di decomposizione. Ora, è ormai chiaro che quello appena votato dalle Camere è un governo politico ma privo di base politica, visto che è stato lo stesso Mattarella, di fronte all’esaurirsi delle maggioranze rese possibili dal voto degli italiani del 2018, a parlare di un governo che non deve rispondere a nessuna “formula politica”. Ma questo non implica la sparizione dei pur “decerebrati” partiti preesistenti all’avvento di Draghi. Tant’è che è stato lui stesso, su caldo suggerimento di Mattarella, a tenerne conto – e per di più in modo proporzionalmente bilanciato a seconda della consistenza dei gruppi parlamentari – nella formazione del suo esecutivo. Anzi, ha ragione il professor Massimiliano Panarari quando dice che questo Governo che si basa sull’appello allo spirito repubblicano è uno “stress test” per il sistema dei partiti in crisi dai tempi di Tangentopoli e incapace di proporre un’offerta politica solida. Questo, se da un lato prelude ad una tregua rispetto alla solita campagna elettorale permanente, virus letale di cui siamo infetti da quasi tre decenni, dall’altro costringe i partiti a ripensare se stessi e il loro ruolo. Cosa che, pur essendo foriera di un salutare spariglio di qui alle elezioni, potrebbe ostacolare il cammino del nuovo esecutivo. Non tanto in Parlamento, dove i numeri non mancheranno di certo, quanto sul piano politico, dove Draghi gioca nudo (cioè senza partito). D’altra parte, non è certo pensabile, conoscendolo bene, che l’uomo si faccia prendere dalla fregola di creare il PdD (partito di Draghi). Potrà sembrare strano che a farlo fu Mario Monti, che pure metteva all’incasso elettorale un governo di austerità (e ciononostante prese un lusinghiero 10%), e non lo faccia chi si sta intestando un esecutivo di spesa e rifondazione dello Stato. Ma così stanno le cose. Questo non significa che qualcuno, già dentro il perimetro della politica o che provenga dalla società civile, non possa far propria l’azione riformatrice di Draghi traducendola in un’offerta politica moderna, autorevole e convincente. Sarebbe un passo avanti importante, specie se si riuscisse ad evitare che questo movimento politico si risolvesse in un piccolo centro. Ma nello stesso tempo sarebbe una condizione necessaria ma non sufficiente. Perché la politica italiana deve riarticolarsi interamente in partiti dalle solide radici ancorate alle grandi famiglie politiche europee: socialisti, liberali, popolari, ambientalisti. E perché questo avvenga occorre che quel che esiste venga letteralmente triturato.

 

È fondamentale che la fiamma della speranza che Draghi ha riacceso sia alimentata, specie con l’ardore di un giovanotto come Pupi Avati e la lucidità di una indomita Emma Bonino. Ma occorre che infiammi lo spirito repubblicano di tutti perché si formi nel paese una nuova classe dirigente, come suggerisce il bel libro di Roger Abravanel. Senza la quale Draghi rischia di diventare una meteora passata invano.

 

 

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