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IL DISCORSO DI MARTIN JUNGE, SEGRETARIO GENERALE DELLA FEDERAZIONE LUTERANA MONDIALE. IL SUO INTERVENTO OGGI IN OCCASIONE DELLA 2^ SEDUTA DEL XXIII SINODO DELLA CHIESA EVANGELICA LUTERANA IN ITALIA.

FRA I TEMI: MIGRAZIONI, ECUMENISMO, SUPERAMENTO DELL’ODIO E GENDER. E CHIOSA: “PRIMA CI SONO I CONTENUTI, DOPO LA CRESCITA. NON IL CONTRARIO”

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Martin juge. Foto FLM/Albin Hillert

Roma (NEV/CELI CS11), 30 aprile 2021 – È l’ospite d’onore al Sinodo luterano, per la prima volta tutto digitale e in chiusura domani. Martin Junge, Segretario generale della Federazione luterana mondiale (FLM), ha portato al Sinodo una profonda riflessione di sistema. Ruolo della chiesa, diritti umani, ecumenismo, tradizione e innovazione, giustizia di genere. Queste sono solo alcune delle parole chiave usate da Junge, che ha parlato di fronte a quasi 100 persone riunite per la 2^ seduta del XXIII Sinodo della Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI). Titolo del Sinodo in corso: “Continuità, cambiamento, futuro. La misericordia come responsabilità della Chiesa”.

Il Segretario della FLM Junge ha parlato della misericordia come di “una preoccupazione evangelica profondamente spirituale” e di diritti umani come “sviluppo culturale e storico più importante del XX secolo”. La pandemia ha messo in discussione i sistemi e il concetto di libertà. Nel contesto attuale, inoltre, occorre difendersi tempestivamente dall’intolleranza, dall’odio e dalla violenza. Fenomeni che sembrano essere crescenti e chiamano le chiese e la società intera a intervenire. L’indifferenza, per Junge, è uno dei mali del nostro tempo. “La misericordia è l’antitesi dell’indifferenza” afferma il Segretario generale, che invoca a superare questi tempi “di competizione spietata e di lotte rabbiose per la supremazia o per la sopravvivenza”.

“Hai amato abbastanza il tuo prossimo?”

Questa è una delle domande sulle quali ha voluto riflettere Junge, ricordando che nella storia questa è la “richiesta costante di Gesù di fronte alla violenza, all’esclusione e all’oppressione”. Una richiesta di amore e di giustizia. Gesù stesso si è battuto “davanti alla donna adultera, all’esattore delle tasse, ai bambini, alla donna straniera siro-fenicia, e ha sempre rivolto la domanda implicita o apertamente espressa: dov’è la misericordia?”

Rompere il ciclo della violenza

E questo è “ciò che la croce di Cristo rappresenta in definitiva, l’ultimo tentativo di Dio di scongiurare la disgrazia di noi esseri umani, di rompere il ciclo della violenza, dell’esclusione e dell’emarginazione, con Dio stesso che si espone e si consegna a questa violenza ed emarginazione alle porte della città di Gerusalemme”.

Il lavoro con i rifugiati

Quando circa 50 milioni di rifugiati erano in movimento in Europa, dopo la Seconda Guerra mondiale, fu istituito il Servizio mondiale della FLM. Le Chiese luterane di tutto il mondo collaborano ancora oggi in un’azione globale umanitaria nello spirito della carità cristiana. Junge ha usato parole di apprezzamento per il lavoro diaconale in Italia, fra cui quello per i cosiddetti “Dublinati”, e ha aggiunto: “Il vostro lavoro sul territorio è in meravigliosa armonia con il nostro lavoro globale. Sì, più di questo, il nostro lavoro globale, con i quasi 3 milioni di persone che sosteniamo ogni anno in collaborazione con l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, prende il vostro lavoro e lo espande su scala mondiale. […] insieme alle 148 Chiese membro della FLM siete pienamente parte di quest’opera”.

Il futuro della chiesa

Junge ha quindi affrontato grandi temi di attualità, fra cui la crisi di valori in Europa e non solo: solidarietà, democrazia, stato di diritto, diritti umani, libertà di stampa.

“Oggi è sceso un insopportabile silenzio sui diritti umani. Li considero ancora la più importante conquista culturale e storica del secolo scorso. La loro assenza apre la porta all’arbitrio, alla violenza e al terrore, un incubo per tutti coloro che vivono vite stigmatizzate e oppresse, e in definitiva un incubo per tutti senza distinzione” ha proseguito Junge.

“Abbiamo bisogno di basi affidabili, di un sistema di coordinate che ci aiuti a classificare l’incommensurabile complessità della vita, delle relazioni e dei molti settori della vita in cui ci muoviamo. Si diffondono l’incertezza e la paura. E dove questo accade – ha detto ancora il Segretario –, il tono dell’interazione diventa più duro. Le società si polarizzano in campi opposti, spesso in una stridente inconciliabilità. Viviamo in un’epoca in cui sembra difficile vivere insieme. Dalla vicinanza si passa all’inimicizia. Dalla cooperazione, allo scontro. Viviamo in un’epoca di crescente alienazione gli uni dagli altri. E poi arriva la pandemia e getta tutto in ulteriore confusione”. Quanto alle prospettive per le chiese, Junge ha affermato: “Il futuro della chiesa non sta nel suo passato. La pretesa di voler essere una chiesa oggi come lo era una chiesa ieri fallirà”. E, citando un teologo americano di origine slovacca, ha detto: “La tradizione è la fede viva di persone che sono già morte, alla quale possiamo aggiungere il nostro capitolo finché abbiamo il dono della vita. Il tradizionalismo è la fede morta della gente viva che ha paura che l’intera costruzione crolli se la si cambia”.

Gender

Nel suo articolato discorso Junge ha infine affrontato i temi della giustizia di genere e dell’ecumenismo, anche dal punto di vista teologico. Sul tema “gender”, Junge ha concluso: “La questione della giustizia di genere è profondamente radicata nel messaggio liberatorio di Gesù Cristo, ed è quindi una tematica rilevante e importante che la Chiesa deve affrontare in questo momento”.

E proprio in questo momento, in Italia, la Commissione Giustizia del Senato ha calendarizzato la discussione del disegno di legge Zan (ddlZan) contro le discriminazioni e le violenze a causa di orientamento sessuale, genere, identità di genere e abilismo (dopo accese discussioni e accuse di ostruzionismo durate settimane).

Nel contesto italiano, quindi, risuonano particolarmente forti le parole di Junge: “In ultima analisi, si tratta di capire verso quale tipo di condivisione ci conduce il messaggio liberatorio di Gesù Cristo, che in sostanza dice che Dio ci accetta e ci libera per vivere la nostra vita, non in base a ciò che facciamo o a chi siamo, ma in base a chi è Dio e a ciò che Dio fa per noi in Gesù Cristo. Questo è il messaggio centrale della giustificazione per sola fede. […] Dice l’apostolo Paolo nella lettera ai Galati, ricordando alla comunità che le differenze e le categorie esistenti con cui cerchiamo di distinguere, separare e talvolta subordinare le persone le une dalle altre sono, dal punto di vista di Dio, irrilevanti, se non contrarie a ciò che ha fatto in Cristo: né greco né ebreo, dice Paolo, né schiavo né uomo libero, né donna né uomo, ma uno in Cristo (Galati 3,28)”.

Questione di numeri?

Infine, il Segretario Generale della Federazione Luterana Mondiale Junge ha accennato anche ai temi della riconciliazione, della Cena del Signore, di ferite ancora aperte fra le confessioni e delle possibili vie di uscita. E ha parlato di numeri, tema che in un contesto di minoranza come quello delle chiese luterane e protestanti in Italia è particolarmente sentito, ma “Se la crescita, da sola, è l’orizzonte della chiesa… c’è qualcosa di sbagliato. Sono i contenuti la cosa importante, è con quelli che vogliamo raggiungere il maggior numero di persone. Prima ci sono i contenuti, dopo la crescita. Non il contrario”.

Per approfondire:

leggi l’intervista a Martin Junge

Leggi l’intervento integrale di Martin Junge al Sinodo

Vedi tutto lo speciale Sinodo luterano 2021

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