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Da sempre l’uomo si affida a forze soprannaturali per chiedere aiuto, ma spesso gli si ribellano contro. Lo stesso pericolo che corriamo oggi, se non definiamo cosa debba essere l’AI

 

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A cura di Gianluca Maruzzella, CEO & CO-Founder di Indigo.ai

 

Ci sentiamo ripetere in continuazione quanti lavori verranno distrutti dalle macchine, ma non pensiamo mai a quanti ne creeranno. Eppure, passiamo ore a immaginare come sarà il futuro. A volte assume contorni apocalittici con città popolate dagli zombie di The Walking Dead, altre volte invece ci sono solo grattacieli, fattorie verticali urbane e macchine che lavorano al posto degli umani, impegnati a coltivare hobby e passioni.

La realtà è più semplice e allo stesso tempo più complessa. Perché in futuro ci saranno sicuramente più macchine e più tecnologia e l’intelligenza artificiale estenderà ulteriormente la nostra capacità di pensare. A progettare il futuro, però, siamo noi, nel presente. Per questo oggi siamo chiamati a ragionare su come debba essere, senza paura e senza la ricerca del mito, che nella storia ha prodotto sempre pessimi risultati.

 

Sin dall’antica Grecia, la paura accompagna l’immaginazione del futuro

L’uomo ha da sempre un timore reverenziale verso quello che immagina e costruisce. Come se fossimo costantemente in attesa che le nostre stesse opere ci distruggano. Lo stesso atteggiamento che spesso si nota intorno all’intelligenza artificiale, come se dessimo per scontato che a un certo punto Al di Odissea nello Spazio si ribellasse e ci sbattesse fuori dalla navicella spaziale. Dobbiamo fare un cambio di passo e prendere consapevolezza che siamo noi a costruire l’intelligenza artificiale e che dipende da noi mettere le basi per un futuro migliore di quello di cui abbiamo paura.

D’altra parte, è dall’antica Grecia che abbiamo questa paura dei “super poteri”. Basti pensare a Zeus, l’emblema della divinità con le sembianze umane: una forza sovrannaturale, astuzia, intelligenza, ma anche la capacità di volare e lanciare fulmini. Lo immaginavamo a nostro servizio, ma allo stesso tempo imprevedibile e non controllabile, capace di grande ira e di devastare città e Paesi. Poi c’è stato Talos, il primo “robot” della storia: creato da Efesto per diventare la sua sentinell, si ribella agli uomini e lotta contro gli Argonauti.

 

Il fil rouge del rapporto uomo-robot: risvegliarlo con la parola

La storia si ripete all’infinito, ma forse l’esempio migliore che possiamo fare appartiene alla tradizione ebraica con il Golem, una figura antropomorfa fatta di argilla che il rabbino di Praga, Jehuda Löw ben Bezalel, nel XVI secolo, plasma e risveglia allo scopo di proteggere il quartiere ebraico della città. Ma i golem diventano sempre più grandi, al punto che il rabbino non può più servirsene per difendere la sua comunità dagli attacchi antisemiti e così decide di disfarsi dei più grandi. Fino a quando perde il controllo di un gigante che inizia a distruggere tutto ciò che incontra: un altro epilogo tutt’altro che felice.

Alcuni simboli ancora ricorrono. Per risvegliare il golem bisognava sussurrargli la parola “verità”, per fermarlo “morto”. Non molto diverso da quando oggi diciamo “Alexa” o “Ehi Google” per attivare i nostri assistenti virtuali a cui poi diciamo “stop”. Nela tradizione ebraica, creare un golem permette di sostituirsi alla divinità per aiutarci, esattamente come un assistente virtuale, ma anche come Frankstein di Mary Shelly, Blade Runner o Terminator.

 

Sta a noi delineare un futuro armonioso

Da sempre siamo capaci di creare – almeno nella nostra immaginazione – macchine e intelligenze perfette, ma da quando siamo in grado di farlo abbiamo paura che prima o poi si ribelleranno a noi. Per questo lavorare nell’intelligenza artificiale è molto più che scrivere un codice: è piuttosto chiedersi di cosa si tratta, da dove arriva e dove vuole arrivare. È immaginare e cercare di realizzare un futuro in cui l’intelligenza artificiale sia davvero a servizio dell’uomo, semplifichi la sua vita, estenda la sua capacità di azione, liberi il suo tempo, aiuti a risolvere situazioni difficili. Per fare questo bisogna, sin da oggi, definire le potenzialità e i limiti che si vogliono attribuire all’AI, svilupparla con in mente un futuro armonioso (ad esempio, renderla meno soggetta a bias di genere e razza). Tutto questo è possibile, è progettabile, oggi.

La paura è insita nell’uomo, ma il nostro compito è evitare che si ripetano gli errori del passato. Per costruire un futuro migliore.

 

Informazioni su Indigo.ai

Siamo una piattaforma di Conversational AI per progettare e costruire assistenti virtuali, tecnologie di linguaggio ed esperienze conversazionali. Nati a Settembre 2016 tra i banchi del Politecnico di Milano da un’idea di cinque giovani (Gianluca Maruzzella, Enrico Bertino, Marco Falcone, Andrea Tangredi e Denis Peroni – ad oggi quasi tutti under30), abbiamo realizzato assistenti virtuali per alcune delle aziende più innovative al mondo, tra cui banche, assicurazioni, case farmaceutiche, etc. Abbiamo costruito un framework proprietario di Natural Language Processing che, sfruttando l’intelligenza artificiale, è in grado di comprendere le informazioni nel testo o nella voce in maniera completamente automatica: grazie a questo framework e a una piattaforma completamente no-code che ne rende semplice l’utilizzo, aiutiamo le aziende ad automatizzare conversazioni, efficientare processi, alleggerire il customer care e ingaggiare i clienti in maniera super personalizzata. Il nostro team è formato da 21 persone e operiamo sia in Italia che all’estero. Tra il 2017 e il 2020 siamo stati scelti due volte come rappresentanti della delegazione delle start-up italiane al CES di Las Vegas e abbiamo vinto tre riconoscimenti del premio Gaetano Marzotto – tra i più importanti nel panorama dell’innovazione.

 

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