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di Domenico Bilotti

 

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Nella maggior parte dei comuni italiani in cui si è votato, gli elettori sono stati a fatica la metà degli aventi diritto. Anche in Calabria il traino reciproco che di solito si danno consultazioni che si tengono lo stesso giorno (regionali e amministrative, in questo caso) è stato modesto, meno forte che in altre circostanze. E già qui le analisi si dividono. Ci sono almeno tre “scuole”, che si guardano tra loro con autosufficienza, ma che forse guardano al mondo con incompletezza. C’è chi grida all’astensione primo partito come se fosse un successo politico; chi ormai ha archiviato il dato e tutto va bene così; chi gongola perché magari la sua lista (forse più motivata, forse più piccola, forse più costruita su militanti previamente informati e che non dovevano essere convinti dalla campagna elettorale) si è avvantaggiata dei numeri bassi.

Ci si perdonerà di ricordare che l’astensionismo, non solo per come è stato studiato ma per come soprattutto concretamente è, ha tante forme e motivazioni. C’è, più ampio ma meno politicizzato che in passato, un astensionismo militante che pratica il non voto come strumento di lotta politica: non sappiamo se sempre efficace o meno, ma così lo concepisce chi lo attua. C’è un larghissimo astensionismo da diffidenza/indifferenza/insofferenza: credere che il voto non conti o conti poco, non avere ricevuto informazioni sufficientemente appaganti sulla campagna, avere una generale disistima visto il mantra dell’antipolitica che “sono tutti uguali” (sì, al punto, da far sovente vincere i peggiori). E c’è un astensionismo meno decifrabile, eppure presente, di chi realmente su una competizione a più turni può voler o votare la prima volta per esprimere vicinanza a un consigliere o soltanto la seconda, quando la scelta per un sindaco è “uno contro uno”.

Compito delle forze politiche, ma anche di chi studia il diritto nelle sue diverse istituzioni, è forse quello per un secondo turno di voto di parlare con schiettezza e lucidità a tutte queste forme di astensione, proprio perché la loro sommatoria non è più uno scivoloso quanto importante ago della bilancia, ma la maggioranza relativa e addirittura talvolta assoluta degli elettori.

L’astensionismo militante vuole dare carattere costituente al non voto, ma è anche vero che due considerazioni inibiscono la forza di questa proposta: finanche votassero ancor meno persone, un’amministrazione cittadina pur dovrebbe esistere e non è indifferente che essa sia esercitata bene o male; in secondo luogo, l’offerta politica potrebbe solo avvantaggiarsi dalla richiesta di partecipazione che la precede. Non è negandone lo sbocco elettivo che la si rafforza.

L’astensionismo di diffidenti, indifferenti e sofferenti è cruciale: interessarsi a quello significa in molti casi migliorare l’informazione politica, capire dove si trovi – anche dal punto di vista pratico, immediato – il vero disagio dei cittadini con la politica. È peraltro un forte strumento di governance: intercettare dove un’amministrazione precedente e un consiglio comunale in rinnovo abbiano sbagliato, tradendo gli scopi fondamentali di un mandato che i costituenti si immaginavano aperto, duttile, di interlocuzione territoriale vera.

Compito poi specifico dell’analisi politica (e dell’analisi politica del diritto) è trasmettere con correttezza che l’unitarietà del voto come diritto-dovere può operare però secondo scelte, modalità e strategie diverse. Votare alla seconda tornata di una competizione con ballottaggio è particolarmente strategico: due posizioni di maggioranza relativa sono già emerse; è il momento di capire se effettivamente l’una ha una visione diversa della città oppure no. Il doppio turno migliora la partecipazione anche in sistemi più complessi, come le presidenziali francesi (dove pure l’astensione è sempre avvertita), e non frustra la necessarietà che al primo siano rappresentate posizioni plurime.

Insomma, l’astensione in Italia così grave e ampia si cura in due modi. Con la credibilità dell’alternativa – quando un concorrente dà un messaggio fortemente diverso e qualitativamente migliore del primo competitore – e con la comprensione delle scelte e del loro potere. Se una può fare la differenza e l’informazione è stata corretta, la platea dell’astensione si riconduce a nuova istanza di emancipazione.

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