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di Enrico Cisnetto

Il problema dell’Italia è il ritorno del fascismo? Nessuna persona di buon senso potrebbe sostenere una simile tesi, salvo sia animata dall’intenzione di usarla per pura speculazione politico-elettorale. Neppure accantonandone il significato storico, per ridurlo ad un più semplice concetto di lotta politica praticata con la violenza, quella evocazione regge. Questo non significa che non si possano e non si debbano definire atti di squadrismo la devastazione della sede della Cgil, la degenerazione delle manifestazioni no-vax e no-pass, l’assalto a medici e infermieri dell’ospedale romano Umberto primo. Né si può dire che in quelle forme di premeditata violenza non sia visibile, tanto è chiara, la mano di organizzazioni che si ispirano al fascismo e addirittura al nazismo. Se poi questi soggetti, come altri che praticano identica violenza ispirandosi ad ideologie diverse o opposte, siano da chiudere – o forse più efficacemente siano da rinchiudere nelle patrie galere i loro capi e la loro manovalanza – è cosa che è più utile e sano lasciar decidere a chi di dovere, anziché farne oggetto di un rancoroso dibattito pubblico che rimbalza tra politici che non hanno altro da dire e media la cui unica cifra è stare costantemente sopra le righe. Quanto alle contiguità (che ci sono) e alle ambiguità (che abbondano) di leader, mezzi leader e quaquaraqua che affollano la scena politica, di partiti, correnti o piccole fazioni di essi, è lecito parlarne, per carità, ma sapendo che alla fine gli unici giudici titolati a deciderne le sorti sono gli elettori. E avendo l’intelligenza di capire che il pollice verso nei confronti di costoro è possibile e opportuno darlo per ben altre e più gravi ragioni – racchiudibili nel giudizio che non hanno la più pallida idea di come si governa il Paese, o una regione o una città – rispetto all’ambiguità e opacità che circonda il loro distacco da origini che devono far dimenticare.

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Diverso, invece, è ragionare su quelle politiche che qualcuno chiama “nuove forme di fascismo”, ma che personalmente preferisco definire “il catalogo delle moderne politiche e culture illiberali”, quali il sovranismo, il populismo, il giustizialismo, che tra l’altro spesso e volentieri s’intersecano e si sommano. Esse non producono regimi pienamente totalitari, nel senso più stretto del termine, ma regimi fortemente illiberali, come dimostrano l’Ungheria di Orbàn e la Polonia di Duda per stare in Europa, o la Turchia di Erdogan e la Russia di Putin. I quali si stanno facendo forza l’un l’altro attraverso una sorta di nuovo internazionalismo, a matrice nazional-populista, che favorisce la crescita di partiti come quello guidato da Giorgia Meloni in Italia o da Marina Le Pen in Francia, o ancora Vox, il terzo partito più votato di Spagna, apertamente antagonisti dell’integrazione europea. Nello stesso tempo, il loro successo – probabilmente momentaneo, ma comunque indubbio – combinato con la pochezza culturale e programmatica, nonché di leader, che in questa fase storica mostrano sia i moderati e conservatori sia i riformisti e progressisti  in tutto l’Occidente, da un lato produce un pericoloso inquinamento di un po’ tutte le forze politiche (specie ad opera del virus populista) e dall’altro favorisce la nascita di forze acefale, prive di qualunque radice politica, che si dichiarano né di destra né di sinistra perchè in realtà non sono nulla, come è il caso del movimento 5stelle in Italia. Ecco, è questa miscela esplosiva di pulsioni illiberali e di vuoti culturali, che rappresenta il vero pericolo che corriamo, non il ritorno del fascismo ad opera di quattro pirla, ben rappresentati dagli Jonghi Lavarini e dai Borghezio.

 

Sgombrato il campo da questo polverone, rimane da capire come sia possibile che quella stessa Italia che ha saputo affrontare dignitosamente quasi due anni di pandemia – periodo durante il quale le istituzioni hanno retto, le imprese hanno avuto la forza di ripartire, le famiglie sono sopravvissute – proprio ora che siamo all’ultimo miglio rischi di andarsi a schiantare, ponendosi di fronte al non invidiabile bivio di compromettere o la credibilità dello stato di diritto o la ripresa economica e la pace sociale. E sì, perchè l’assurda evocazione della “dittatura sanitaria” e l’esplosione della rabbia contro l’obbligatorietà del green pass, da un lato ci ha messo nella condizione di dover scegliere tra la sacrosanta tutela di quella stragrande maggioranza di cittadini che si è doverosamente vaccinata, rischiando però il rallentamento se non il blocco di diverse attività e degli approvvigionamenti proprio mentre la nostra economia rialza la testa e ci sono le risorse europee da spendere, oppure di assecondare una minoranza rumorosa (e in alcune frange ribelle), con ciò minando la credibilità del governo e dello stato di diritto. Ma dall’altro lato, questa crescente tensione conferma il progressivo scollamento di una parte della società, che ha scavato un fossato sempre più profondo e largo che la divide non solo dalla politica e dalle istituzioni – come testimonia l’astensionismo elettorale, che ha ormai raggiunto il 50% – ma anche da ogni forma di autorità, rappresentanza, sapere, competenza.

 

Naturalmente in questo universo di individui un po’ incazzati, un po’ disillusi, un po’ frustrati, tendenzialmente incolti e asociali, c’è di tutto. Ma si commetterebbe un grave errore pensare – tipico riflesso condizionato della sinistra – che si tratti solo o comunque prevalentemente di emarginati, gente resa povera dalla crisi economica, sottoproletariato. No, sono altri i tratti sociologici di chi urla in piazza – ma anche di chi se ne sta a casa e lo pensa – che i vaccini uccidono più del Covid, o peggio che sono strumenti nelle mani di poteri che ci vogliono ridurre in schiavitù. Se non fosse così, non ingrosserebbero le fila di questo “non partito” migliaia di medici e personale sanitario, un quinto dei componenti delle forze dell’ordine, e così via. Gente che rivendica la propria libertà senza sapere che il confine della libertà di ciascuno è dato dalla libertà degli altri, che ritiene di poter impunemente trasgredire le regole semplicemente perchè non riconosce la legittimità di chi le ha scritte e promulgate, e considera un aguzzino (o, nemesi, un fascista) chi intende farle rispettare. Gente nella quale l’istruzione dell’obbligo non ha lasciato alcuna traccia, che pensa che la competenza altrui, compresa quella scientifica o addirittura a cominciare da essa, non abbia nessun valore e che dunque “uno vale uno”, gente che si abbevera alla montagna di fesserie (o di studiate fake news) che circolano in rete e che nello stesso scarica la propria ignoranza, magari corroborata da frustrazioni e invidie sociali, attraverso i social. Oppure gente che in nome del “chissenefrega” concede a sé stessa deroghe, falsifica certificazioni, tiene la mascherina sotto il mento perché è una vessazione, e via cialtronando. Oppure operai che, nostalgici della lotta di classe di una volta, fanno i picchetti al porto di Trieste, ma non contro il padrone, bensì contro l’obbligo del green pass e semmai a favore del tampone gratis (cioè pagato dalla comunità, e quindi dai fessi che si sono vaccinati e rispettano le regole). E pazienza se parliamo della Trieste mitteleuropea della grande scienza e della cultura classica. E pazienza se per i lavoratori portuali dal 1963 è obbligatoria la vaccinazione antitetanica, senza la quale non si può lavorare, e nessuno si è mai sognato di protestare.

Come capite, potrei andare avanti a lungo nel descrivere il mondo no vax e no pass. Così come si potrebbero facilmente tracciare i punti di congiunzione con i tanti “no” irragionevoli e immotivati che corrono nella società, da quelli contro le grandi infrastrutture energetiche e di trasporto a quelli che costringono città come Roma a vivere sepolte dalla spazzatura salvo spendere una montagna di quattrini per portarla altrove. A unire i puntini ne viene fuori il disegno di quello che potremmo definire “homo insapiens”, il cui aggregato, a ben pensarci e per dirla socio-politicamente, forma il “partito dell’anti-modernità”.

 

In mancanza di un vaccino contro la stupidità, e nell’impossibilità (democratica) di far tacere i cattivi maestri che l’alimentano, l’unico antidoto a tutto questo è una classe dirigente capace di produrre politica e politiche di qualità, che finiscano con l’assorbire le bolle di miseria culturale per via naturale, con l’esempio e la forza della propria credibilità. In una parola, il “partito della modernità” che batte quello dell’anti-modernità. Le coscienze sensibili si sveglino.
 

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