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REDDITO DI CITTADINANZA E IL TRAMONTO DI UN’ILLUSIONE

di Vincenzo Olita*

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L’introduzione di un Reddito minimo garantito avrebbe dovuto essere accompagnata da una semplificazione e razionalizzazione del welfare e da concrete politiche del lavoro, non ispirata dall’ingenua visione della realtà dei 5Stelle.
La stessa retorica denominazione di Reddito di cittadinanza presupponeva una confusa connotazione dell’iniziativa di un governo che, per sua origine e natura, di per sé era certamente ambiguo e disorganico. La cittadinanza attiene a un rapporto giuridico, e se si vuole morale, tra individuo e Stato, non certo a un sostegno economico.
La necessità di un reddito minimo non è stata una scoperta degli abolitori della povertà che, estranei alla storia del pensiero politico, ignorano l’impegno di due pilastri del liberalismo come Friedrich von Hayek e Milton Friedman a favore della concretizzazione di questa misura. E ancora, Ralf Dahrendorf, nello scorso quarantennio, invitava alla consapevolezza che nelle società postindustriali un tasso di disoccupazione intorno al 10% sarebbe stato endemico e,quindi, un reddito minimo sarebbe stato anche un necessario strumento di coesione sociale.
Per la stessa mancanza, gli abolitori della povertà, non hanno avuto neppure sentore della Speenhamland Law introdotta in Inghilterra nel 1795, che prevedeva un sussidio tarato sul prezzo di mercato del grano. L’integrazione salariale ebbe quasi subito una vita difficile, le controindicazioni si rivelarono di robusta consistenza, sintetizzabili nella formula: quanto più si supporta la povertà, tanto più la si favorisce; il sistema fu superato definitivamente dalla riforma dell’assistenza pubblica del 1834.
In sintesi, l’antico strumento del Reddito minimo é assolutamente da correlare all’attività lavorativa delle persone, cui subentra correttamente in momenti e periodi temporanei di non lavoro; al di fuori di questa condizione gli interventi dovrebbero essere di competenza esclusiva della pubblica assistenza. Ma il Governo degli abolizionisti, prospettando ossessivamente la necessità della riforma dei Centri per l’impiego, strutture coordinate dalle Regioni, finì per saldare l’erogazione alla ricerca di occupazione, utilizzando l’eventuale terzo rifiuto di un’offerta di lavoro come non prosecuzione della stessa erogazione. Furono assunti in precarietà, con una pomposa definizione, i navigator, alberi di trasmissione tra offerta e domanda di lavoro, piante, purtroppo totalmente essiccate per assenza di offerta.
Già nella cosiddetta prima repubblica collegavamo la soppressione degli allora Uffici di collocamento, totalmente inutili come i loro successori Centri per l’impiego, all’elargizione di un Reddito minimo, estendendo l’osservazione alla scarsa funzionalità dei Centri di Formazione Professionale, sperpero d’ingenti risorse umane e finanziarie. Oltre alla convinzione dello stretto rapporto tra Reddito minimo e condizione di disoccupazione, abbiamo consapevolezza che i Centri per l’impiego, al di là della loro riforma inattuale e superflua, non sono strutture efficaci per una gestione, seppur minimale, della politica occupazionale. L’offerta di lavoro, infatti, difficilmente passa, e minimamente l’ha fatto in passato, attraverso burocratiche strutture di mediazione che non godono di un’osmosi corposa, qualificata ed estesa con la domanda. Vi sono ostacoli, prima di tutto culturali, come l’affidamento alle potenzialità famigliari nella ricerca di utili ed efficaci conoscenze che riservano, massicciamente, a contatti interpersonali la definizione dei rapporti occupazionali.
Va da sé che il fallimento di chi ha preteso di collegare e risolvere con uno sconnesso atto legislativo, povertà, lavoro e supporto economico non inficia la validità di un utile strumento di politica sociale, tutto da modellare.
Non sulla strada intrapresa dal governo Draghi, che rassicura opinione pubblica e l’immacolata politica sul prossimo miglior funzionamento del congegno, azzoppato anche dal malaffare individuale e dal crimine organizzato, introducendo palliativi e fantasiosi correttivi come la riduzione dell’ammontare dell’erogazione al primo rifiuto di un’offerta di lavoro e la cessazione del Reddito al secondo rifiuto.
Provvedimenti spuntati, privi d’efficacia, considerata l’assenza delle offerte di lavoro, così come il reboante annuncio del ministro Brunetta, che assicura il trasferimento dai navigator alle Agenzie private di collocamento, previsto dall’approvanda legge di bilancio, dell’incontro tra domanda e offerta, come se questo già non avvenisse per profili professionali, purtroppo, distanti in massima parte, da quelli dei percettori del Reddito.
L’assenza di una visione olistica della leadership politica, ancora una volta, condiziona e frustra l’esigenza di semplificazione della quotidianità e certifica il tramonto delle nostre illusioni.

* Presidente Società Libera

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