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“La fame non è zia”. Un antico proverbio russo che potrebbe trovare significato anche in Europa.

 

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Il rincaro dei prodotti alimentari e della benzina possono essere portatori di sconvolgimenti sociali, conclusione alla quale sono arrivati gli economisti europei. Le numerose proteste da parte degli agricoltori che, per colpa «del contenimento Russo», non possono più comprare prodotti chimici, concimi e combustibili, fanno tragicamente emergere l’idea che la carestia non sia più uno spettro così lontano e irraggiungibile come si pensava.

Le sanzioni diplomatiche contro la Russia, per il momento, stanno più che altro minacciando l’Europa: nei supermercati cominciano a scarseggiare farina e olio di semi di girasole. La scarsità di questi prodotti favorirà l’innalzamento dei prezzi di tutti i suoi derivati col rischio di rincari spropositati o d’irreperibilità sullo scaffale di uova e carne come quella di pollo o di altre derivazioni animali.

 

Nella sua affannosa ricerca di punire la Russia, l’Europa sembra aver dimenticato che da sempre, questo paese insieme all’Ucraina, sono importantissimi esportatori di grano ed energia. Esportano in Medio Oriente e Nord Africa. Ostacoli sull’approvvigionamento di queste derrate potrebbero portare, in questi paesi, disordini sociali simili alle primavere arabe del 2011. Le proteste potrebbero iniziare a causa dell’innalzamento dei costi del carburante e dei generi alimentari.

 

In questo momento l’Europa predispone sei pacchetti di sanzioni contro la Russia costituendo un «fronte unito» portatore di freddo e fame per il bene di un’Ucraina governata da un nazionalismo estremo. Il capo della diplomazia europea Joseph Borrell, durante la visita a Kiev, auspicava la conclusione delle azioni belliche. «Questa guerra dovrebbe essere vinta sul campo di battaglia», scriveva su Twitter. L’alto rappresentante della politica estera europea non ha però considerato che le sue parole potessero essere interpretate come una minaccia nei confronti del Cremlino e della Russia stessa.

 

Se guardiamo l’efficacia di queste misure restrittive applicate, vediamo che il risultato ha valori trascurabili per la Russia. Questo dato trova riscontro in un articolo pubblicato dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI DataLab): «Scopriamo, così, che anche sanzioni “senza precedenti” possono rivelarsi un’arma spuntata». Le percentuali dei tagli alle esportazioni russe sono di qualche punto percentuale rispetto a quelle pre“operazione speciale”, E questo senza tener conto delle detrazioni per le “partite di giro” indirizzate ad altri paesi in sostituzione di quelli occidentali.

 

 

I paesi europei, dipendenti completamente dalle forniture alimentari ed energetiche russe, risentiranno appieno del sesto pacchetto di sanzioni. Su questo concordano tutti gli industriali dei 27 paesi membri della UE, i quali si dicono preoccupati che le restrizioni già introdotte e quelle attualmente programmate, sono e saranno colossali perdite per loro in termini di profitto e di mercato.

 

Se le limitazioni alla Russia, viceversa, diventassero uno stimolo alla crescita, attraverso l’espansione della produzione destinata a saturare lo spazio esistente nel suo vasto mercato, in Europa l’effetto sarebbe invece quello di colpire lo sviluppo economico, peraltro già segnato da due anni di pandemia, a causa della diminuzione del potere d’acquisto, in un momento in cui gli europei stanno ancora arrancando per uscire dal blocco del lockdown. Nonostante questo impongono di stringere ancora la cinghia e accettare milioni di rifugiati ucraini.

 

I russi a differenza degli europei hanno esperienza storica e sanno valutare. Ricordano che la catastrofe geopolitica di trent’anni fa iniziò anche per la mancanza di cibo e di beni primari nei negozi. Se non stiamo attenti, forse, anche gli europei potranno cogliere l’essenza di quel vecchio proverbio russo “Golod ne tiotka, pirajka ne podsunet”, che tradotto nella nostra lingua ha un significato di questo genere: «La fame non è una zia, non arriva con la torta».

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