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Un mare di self publishing e print on demand per i libri in Italia.

 

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Contrariamente alle voci per cui l’Italia sia un paese dove si legge poco, questa nazione si conferma la sesta editoria nel mondo (dopo Usa, Cina, Germania, UK e Francia) e la quarta in Europa.

In Italia esistono circa 2.000, tra case editrici e altri enti dediti alla pubblicazione di opere librarie, benché, nel 2018 solo 1.564 di questi risultino attivi per aver pubblicato almeno un’opera nel corso dell’anno.

I dati sono comunque entusiasmanti: Nel 2018 sono stati pubblicati 75.758 libri, per un totale di quasi 168 milioni di copie. Rispetto all’anno precedente il numero dei titoli è in lieve aumento (1,1 per cento) mentre la tiratura è calata del 2,9 per cento.

Benché si parli di un alto numero di editori, per contrasto, nella produzione di libri, si perpetua il dominio dei grandi editori. Difatti, anche se questi rappresentano solamente il 15,2 per cento del totale, coprono oltre il 79 per cento dei titoli pubblicati e sfiorano il 90 per cento della tiratura.

Tanto può essere spiegato dal fatto che non tutte le piattaforme o i portali dedicati, siano disponibili a fornire i loro dati, com’è il caso del KDP (Kindle Direct Publishing di Amazon) che non ama comunicarli. Tuttavia è evidente che il self Publishing sia diventato lo strumento sempre più adottato da scrittori e scrittrici, esordienti e non. Fermandoci ai dati del 2017, si stimano oltre 30.000 titoli, che rappresentano oltre il 45% di tutti quelli pubblicati. Questi sono i numeri che hanno contributo a far crescere il settore del libro che rappresentano, secondo il colosso e-commerce Amazon, oltre il 5% rispetto all’anno precedente. Nei primi tempi di questa avventura la differenza di qualità tra i libri “muniti di un padre” e quelli auto pubblicati era evidente, però, nel tempo, sia i prezzi sia le copie vendute sono sempre più vicini ai libri realizzati dagli editori “tradizionali”. Questo perché I libri auto-prodotti sono migliorati in qualità perché gli autori si sono imposti di acquisire nuove competenze (grafica, editing, marketing), oppure per realizzarli si rivolgono ad editor o commissionano la veste grafica a professionisti. Le piattaforme? Ricordiamo: Amazon KDP (Kindle Direct Publishing), YouCanPrint, Ilmiolibro.it, Kobo, StreetLib. Da scrittrice viene fatto di pensare che si possano preferire quelle che ti danno la possibilità di controllare per davvero, almeno mese per mese, gli eventuali guadagni e nasce anche il sospetto che potrebbero fare, tra di loro, qualche sorta di “guerra” intestina.

Infatti, non è tutto positivo per tutti gli autori in quanto, mediamente, è il 10% degli autori auto pubblicati a raccogliere ben il 75% delle royalty, per gli altri restano le briciole, o quasi.

Facendo una disamina sulla soddisfazione di quanti si rivolgono al self, vien fatto di pensare che si dividano in due categorie, quelli super entusiasti e quelli delusi. Chi si ritrova a vedere i propri libri ovunque, ne gioisce per una semplice questione; finito il tempo in cui ti chiedevano: “Dove posso trovare un tuo libro?” Giacché sembrano (e lo sono), distribuiti bene. Purché lo si cerchi, nome e cognome. La gioia di asserire come l’auto pubblicazione abbia cambiato la loro vita viene meno quando comprendono che occorre – appunto – cercarli, nel mare di pubblicazioni e book o cartacee che vengono continuamente distribuite dagli store.

Infine, pur se soddisfatti della “distribuzione”, si comincia a dubitare della vendita effettiva, specialmente quando ti chiedi se le dashboard siano davvero regolarmente informate sulle vendite degli ebook e dei cartacei, a fronte di un numero di copie vendute che non ti permette di ricevere il pagamento, perché é necessario che l’importo maturato abbia raggiunto la soglia minima prevista.

Quando ci si rende conto che non basta la distribuzione a fare sì che il lavoro sia conosciuto ed acquistato, si rischia di sentirsi disincantati e demotivati anche se questo non allontana molti dalla scrittura.

Infatti, come bene hanno compreso anche le case editrici, le vendite deve essere in grado di procurarle l’autore stesso. Non basta il valore dell’opera, che abbia un editore o sia auto pubblicata, occorre che chi l’ha scritta sappia diffonderla con la sua capacità di autopromuoversi o paghi qualcuno per farlo.

Gli editori, ovviamente, trovano migliore la strada di fare scrivere romanzi o saggi a qualcuno che un seguito ce l’ha già, che sia conosciuto, per qualche motivo, al largo pubblico e venda qualsiasi cosa che porti il loro nome stampato sulla cover. Un’altra tecnica è quella di fare un’esplorazione costante, ad esempio su Amazon. Controllando la lista dei bestseller si possono rintracciare lavori che si vendono bene, e fare un’offerta all’autore che sarà felicissimo di sentirsi apprezzato da una buona casa editrice e di firmare un contratto.

Non oso immaginare quali metodi più o meno ortodossi possa fare un autore per mantenere la propria opera in una formula qualsiasi di bestseller o far “abbassare” di numero le stelle che contraddistinguono le altre opere, in competizione con la propria. Senza dimenticare che Amazon non registra le valutazioni dei clienti privi dello stato di Acquisto verificato.

É il marketing che manca al povero scrittore. Non fa paura tanto la spesa di startup, visto che con la stampa digitale l’editore può stampare poche copie senza un grande investimento iniziale. Inoltre, anche con gli editori, perché l’autore guadagni con le vendite, non deve restare sotto una determinata soglia minima (da contratto), per vedersi pagare le royalties.

Intanto le librerie sono invase dalle nuove pubblicazioni, per cui, anche se hai scelto l’editore fisico, è un’illusione vedere le proprie in evidenza. I titoli sono vecchi subito e necessitano, come qualsiasi altro prodotto, di gagliarde e costose campagne pubblicitarie.

I libri li troviamo ovunque, anche se ci fermiamo per un caffè sull’autostrada e all’autore vien fatto di pensare al proprio, che nessuno vede. Neanche se l’ha auto pubblicato ed è, virtualmente, su tutti gli store.

Virginia Woolf si auto pubblicò con la propria casa editrice: la Hogarth Press, “Mrs. Dalloway” e “Gita al faro”.

Il primo volume di “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, fu un self-publishing. Così per Emily Dickinson, Mark Twain, Edgar Allan Poe e Walt Whitman, che si auto pubblicarono attraverso sottoscrizioni di amici e parenti, oppure filantropia e/o, autofinanziamento. La scrittrice Anais Nin pubblicò
“Tropico del cancro” dell’amico Henry Miller a sue spese.
Si spiega, quindi come, tra soddisfatti, indecisi e insoddisfatti, il self publishing abbia incrementato i suoi utenti e lo sviluppo del print on demand sia sempre più integrato nella filiera distributiva. In questo modo c’è spazio anche per titoli ed autori meno importanti e sono possibili le ristampe just in time del titolo richiesto dalla libreria, senza dispendi o gravose giacenze.

Bianca Fasano. Autrice.

 

 

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