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PER “LEGGERE” LA CRISI

OCCORRE FREUD

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E AVERE PRESENTE PUTIN.

IL VOTO? NON SARÀ RISOLUTIVO

di Enrico Cisnetto

“È tempo di mettere fine alla vostra permanenza in questo posto, che voi avete disonorato disprezzandone tutte le virtù e profanato con la pratica di ogni vizio; siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese con Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, adesso siete voi l’ingiustizia! Ora basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene!”.

Oliver Cromwell, 20 aprile 1653

 

“In nome di Dio, mandatemi via!”. Mario Draghi ha rovesciato lo j’accuse con cui Oliver Cromwell 369 anni fa (corsi e ricorsi…) accompagnò lo scioglimento del parlamento inglese: voleva mettere fine, e già da tempo, alla sua esperienza di presidente del Consiglio – come già ampiamente preannunciato e spiegato in questa sede – e i suoi nemici l’hanno accontentato. Regalandogli un’uscita di scena perfetta: lui vittima di un vergognoso complotto di stampo populista, loro colti in flagrante con la pistola fumante in mano. E il bello (si fa per dire) è che lo hanno fatto senza averne consapevolezza, semplicemente credendo di guadagnare quel consenso che è la loro unica ragione di vita. E che invece, sono sicuro, gli italiani gli negheranno alle elezioni tanto agognate, nell’ormai vicinissimo 25 settembre. A dimostrazione di quanto siano dilettanti allo sbaraglio.

 

Mettete in fila i fatti: mentre Conte si contorceva le budella, tanto da dover ricorrere ai sanitari, preso tra i due fuochi della componente governista (che voleva tornare sui passi incautamente compiuti) e di quella barricadera (pronta a fare la scissione se avesse votato la fiducia e a prendersi la leadership se l’avesse negata) di ciò che rimane dei 5stelle, a Draghi è apparso chiaro che il vero “nocciolo della questione” era rappresentato dalla Lega di Matteo Salvini. Ed ecco che incontra Enrico Letta, così “segretamente” che si viene a sapere subito. I gonzi del centro-destra di governo (sic) cascano nella trappola. Sbraitano e si riuniscono a casa Berlusconi (ma una sede di partito non ce l’hanno?). Gianni Letta, l’unico lucido della compagnia, esce affranto da quella riunione che, come nelle migliori tradizioni, si protrae fino a notte fonda: “mettiamo condizioni stringenti di assoluta discontinuità”, farfugliano. Il giorno dopo, nel suo discorso al Senato, Draghi avrà cura di riservare a loro, quasi esclusivamente a loro, le mazzate dialettiche che era logico aspettarsi da chi somma risentimento, fondati motivi di merito e malcelato desiderio di mettere fine ad un’esperienza che considera conclusa da gennaio, una volta chiusa (malamente) la partita del Quirinale. Si è detto: ma se Draghi avesse fatto un discorso meno spigoloso, la fiducia l’avrebbe portata a casa. A parte il fatto che non gli è ugualmente mancata – seppure spiccioli – ma l’immediato intervento del capogruppo della Lega, Romeo, quando ancora a casa Berlusconi erano all’aperitivo, dimostra che il dado era già stato tratto. E a Draghi non è parso vero di poter raggiungere il Colle e dire a Mattarella “visto, presidente? Glielo l’avevo già detto a febbraio, a minare il cammino del mio governo non erano solo i pentastellati ottusi, ma anche e soprattutto gli inaffidabili salviniani, cui al momento del redde rationem Berlusconi finisce per accodarsi”.

 

Ma i motivi di questo suicidio collettivo del sistema politico, peraltro già terapeuticamente pronto da tempo all’eutanasia, quali sono? Sbaglierebbe chi si attardasse a cercare spiegazioni nella bottega (vuota) dei principi e delle linee politiche, ma anche chi s’infilasse nel sottoscala delle manovre di palazzo. Più utile il lettino dello psicanalista. Già, perchè un movimento che nasce col “vaffa” e finisce con il disperato aggrapparsi ai piccoli e grandi vantaggi che lo status gli offre, pensate che davvero avrebbe fatto fatica a digerire un termovalorizzatore a Roma, o un reddito di cittadinanza reso meno scandalosamente uno sperpero di denaro pubblico? È che Conte vive come un’usurpazione il fatto che Draghi abbia preso il suo posto a palazzo Chigi – neanche che fosse, l’avvocato del popolo, un politico navigato che vuole veder riconosciuta la sua titolata carriera – e vendicarsi è stato più forte di lui. Il resto è contorno, comprese le inguardabili giravolte del saltimbanco (con il conto in banca) Grillo e l’incredibile conclusione della vicenda con i ministri pentastellati che non si dimettono né dal partito nè dal governo.

 

Quanto a Salvini, ci ha pensato Elsa Fornero sulla Stampa a farne la diagnosi, pur senza citarlo, quando parla di “piccoli uomini incapaci di crescere, di comprendere la gravità dei problemi del Paese, immaturi come bambini che si sentono offesi da un rimprovero senza domandarsi se almeno un po’ se lo siano meritato e che reagiscono rompendo il giocattolo”. Per analizzare Berlusconi, invece, bisognerebbe riportare in vita Freud e forse non sarebbe sufficiente – siamo alla circonvenzione – mentre per Draghi basti il suo aver studiato dai gesuiti per dare un efficace indizio sui contorni del suo modo di pensare e di pensarsi.

 

Resta però un dubbio: è del tutto casuale che la parola fine al governo Draghi l’abbia scritta l’ineffabile trio Conte-Salvini-Berlusconi, cioè coloro che in questi anni, e persino in questi mesi di guerra scatenata non solo contro l’Ucraina ma l’intero Occidente democratico, sono stati i più ambiguamente vicini a Putin? È una pura coincidenza che il giorno delle definitive dimissioni di Draghi le consegne di gas all’Italia da parte di Gazprom siano aumentate del 70%, da 21 a 36 milioni di metri cubi al giorno? Per Carlo Nordio (ospite del mio War Room, qui il link) non ci sono prove di un diretto intervento del pur attrezzato apparato russo di ingerenza nei sistemi politici occidentali, ma le coincidenze – specie se si pensa a quanto è avvenuto a Londra a Boris Johnson, cioè il più fiero alleato di Kiev dei leader europei – sono diventati “indizi gravi, precisi e concordanti” (parola di magistrato, seppur in quiescenza). Sta di fatto che mentre Roma bruciava Draghi, a Mosca si festeggiava quella che viene considerata una vittoria, più che se avessero conquistato militarmente Kiev.

 

Ed è difficile credere, salvo essere stolti, che questa crisi e le sue conseguenze siano avulse dal contesto internazionale, caratterizzato dal più grave squilibrio geopolitico, con epicentro l’Europa, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Possiamo domandarci se chi ha fatto saltare in aria il governo Draghi sia stato un complice consapevole dei disegni putiniani o sia solo un utile idiota. Rimane il fatto che dovrà essere chiaro a tutti gli italiani che quando a settembre si recheranno alle urne saranno chiamati ad una netta scelta di campo. Essa sarà tra chi ha considerato e considera quella subita dall’Ucraina un’ingiustificata aggressione, il che comporta di schierarsi con Kiev senza se e senza ma (fornitura di armi compresa) nell’ambito dell’alleanza europea e atlantica, e chi con nettezza o, peggio, con disprezzabile ambiguità, magari travestita da pacifismo prêt-à-porter, si è posto dall’altra parte della barricata. E a quel punto dipenderà da loro, dai cittadini elettori, decidere se restituire il Parlamento alla prevalenza delle forze euro-atlantiste, collegate alle grandi famiglie politico-culturali europee, o se riconsegnarlo, come nel 2018, a forze sovraniste con simpatie e connessioni orbaniane e lepeniste.

 

D’altra parte, non è un caso che questa legislatura – che non esito a definire come la peggiore di tutta la storia repubblicana – dopo essersi aperta all’insegna dei populismi di 5stelle e Lega (apertamente rivendicati come tali), ora volga al termine nuovamente sotto l’egida del duo Conte-Salvini che insieme hanno consumato il nome dell’italiano più autorevole e l’unica formula politica, l’unità nazionale, in grado di affrontare emergenze come la pandemia e la guerra e le loro conseguenze economiche e sociali. Emergenze che sono ancora nel pieno della loro gravità, e che ora si pensa di poter affrontare immaginando chissà quale salvifica risposta potranno fornire le urne. Indicazione che non verrà, sia perché gli italiani, cui questo suicidio collettivo della politica non è affatto piaciuto, sono più sfiduciati che mai. Sia perché i partiti ancora una volta si acconciano a proporsi agli elettori secondo il vecchio schema bipolare, nel frattempo diventato bipopulista, già ampiamente fallito e sorretto dalla pessima legge elettorale attuale, che tutti hanno detto di voler cambiare e che per questo è rimasta tale.

 

Ecco, ci sarà tempo e modo di fare un bilancio di Draghi capo del governo e dell’esecutivo che ha guidato – anche perché resterà in carica per 65 giorni fino al voto e almeno 30-40 dopo, e vista la dilatazione del concetto di “affari correnti” è facile immaginare che Draghi e i suoi saranno incombenti sulle elezioni – ma fin d’ora una cosa è certa: le ragioni strutturali della cronica ingovernabilità dell’Italia sono ancora tutte lì, nessuno le ha affrontate. Si potrà pensare che non fosse compito di un tecnico come l’ex presidente della Bce metterci mano, o viceversa ritenere, come faccio io, che pur senza scendere nell’arena elettorale Draghi avrebbe potuto (e dovuto) applicare anche qui il suo “whatever it takes” per il quale è diventato famoso. Rimane il fatto che questa legislatura riconsegna alla prossima l’impossibilità di assicurare al Paese governi stabili e duraturi, premessa fondamentale per dare solidità alla nostra economia, assicurare l’improrogabile modernizzazione e garantire una collocazione internazionale senza smagliature. E questo a prescindere dal risultato che uscirà dalle urne. Perché potete essere certi che il 25 settembre accadrà una delle seguenti due cose: non vincerà nessuno, e si riproporrà la necessità di trovare un super partes cui affidarsi (e non sarà Draghi); vincerà una delle due coalizioni, ma per fragilità intrinseca non sarà in grado di governare, stritolata dalla enorme complessità dei problemi, e quindi non durerà.

 

Quello che non si è ancora capito è che senza un radicale ripensamento del sistema politico e una strutturale riforma istituzionale, ogni sforzo, anche quello del Superman di turno, sarà vano. Insomma, l’Italia ha bisogno di entrare nella vera Terza Repubblica, evitando di commettere gli errori che caratterizzarono la fine della Prima Repubblica. Va definitivamente archiviato il bipolarismo, che per vent’anni ha prodotto il declino italiano, e che dal 2018 è diventato bipopulismo, la sua versione peggiore. Lo schema centro-destra contro centro-sinistra non ha funzionato, essendo basato sul presupposto non di aggregare forze omogenee ma di formare armate Brancaleone che hanno come unico obiettivo quello di battere elettoralmente la parte avversa. Questo meccanismo ha prodotto ingovernabilità fino al punto, nella sua ultima fase, di spianare la strada alla perniciosa ascesa del movimento 5stelle. I teorici del “uno vale uno” sono durati meno di quello che si poteva temere, ma abbastanza per far danno. Ora si tratta di sottrarre il Pd alla masochistica idea di continuare ad allearsi con costoro, così come vanno sottratti i moderati che albergano in Forza Italia e nella Lega (se non gli esponenti di partito, gli elettori) all’illusoria conquista della vittoria alle prossime politiche, sapendo che politicamente e programmaticamente – specie se si considera che la discriminante euro-atlantista – sono più le cose che li dividono da quelle che li uniscono. Per far questo, come predico da sempre, occorre la riforma in senso tedesco della legge elettorale (proporzionale, sbarramento al 5%), perché spingerebbe i partiti e le alleanze a scomporsi e ricomporsi, unendo verso il centro riformisti e moderati. Ma rimodellare il sistema politico non basta se si omette di ridisegnare gli assetti istituzionali, semplificando l’elefantiaca struttura del decentramento amministrativo – io abolirei le Regioni, istituirei macro-Province (al massimo una quarantina) e metterei a 5 mila il numero minimo di abitanti ai Comuni – e ammodernando la burocrazia centrale. Per farlo la strada maestra è quella di una Assemblea Costituente, che nel tempo massimo di un anno produca una riscrittura della nostra Carta fondativa.

 

Ovviamente, di qui al 25 settembre non sarà possibile fare alcunché. Si può solo auspicare che anche questi temi siano oggetto della campagna elettorale, pur temendo invece che sarà la solita solfa inutile. Ma questo dipende un po’ anche da noi, dalla società civile che ama dileggiare i politici – ed è fin troppo facile – ma poi non va a votare il referendum sulla giustizia, che pure avrebbe potuto dare un segnale forte. Se così non sarà, allora vorrà dire che aveva ragione Charles De Gaulle, al netto dell’evidente sciovinismo, quando disse che “l’Italia non è un Paese povero, è un povero Paese!”.

 

 

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