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Triste realtà odierna

di Francesco S. Amoroso

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L’uomo è un animale sociale scriveva il filosofo greco Aristotele (IV secolo a.C.) nella sua Politica: tende cioè per natura ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società.

Purtroppo questa innata propensione umana è stata di recente fortemente compressa dalla pandemia e inoltre dal vivere, per una maggior parte delle persone, nelle grandi metropoli.

Parliamo di solitudine.

Anche se quest’ultima sembrerebbe una affermazione paradossale visti i milioni di abitanti che le popolano, ma che secondo una opinione, sono il regno delle solitudini, come le cronache dei mezzi di informazione spesso testimoniano.

Persone anziane sole, con figli e parenti lontani, oppure senza neanche questi, che scompaiono dalla circolazione, e che dopo giorni vengono ritrovate morte nelle proprie case, dopo la segnalazione di qualche conoscente.

Spesso è un’esperienza diffusa non conosciamo neanche le persone che abitano nel nostro palazzo, e sono poche quelle con cui scambiamo un fugace saluto.

Le cause di questo fenomeno? La nostra vita frenetica quotidiana, il traffico, le distanze, il lavoro che assorbe gran parte della giornata, e da ultimo due anni di pandemia, che ha ridotto drasticamente la nostra socialità e diradato i rapporti con le persone a noi più vicine come parenti e amici.

Abbiamo però di contraltare, molte amicizie digitali e virtuali, basti pensare ai social network come Instagram, Facebook, WhatsApp, ma va evidenziato come questo aspetto non sia la stessa cosa di una vera amicizia.

Questo perché spesso si tratta di ex compagni di scuola o di conoscenti incontrati casualmente on line, su cui è difficile contare, come invece accade con un amico.

Una società di monadi di fatto isolate che si incontrano da lontano; una esperienza condivisa purtroppo da molti di noi, che non si incontrano realmente.

Ma come dice un proverbio tutto il mondo è Paese, perché questa tendenza si registra ad esempio anche negli Stati Uniti, dove un millennial (persone di età compresa tra i 24 e i 39 anni) su cinque afferma di non avere neanche un amico.

La pandemia poi ha accentuato questa triste tendenza con lavoro da remoto, confinamento in casa, didattica a distanza.

Il fenomeno sì è quindi esteso indotto dal Covid.

Insomma avere almeno un amico o qualche amico è sempre più difficile anche se paradossalmente le occasioni per incontrarsi e i luoghi di aggregazione non mancano, soprattutto nelle grandi città.

Questa tendenza però, va detto, era già in atto prima della pandemia, e non sarebbe onesto intellettualmente addossarne la colpa solo a questa ultima.

Alcuni studiosi del fenomeno parlano di secolo della solitudine.

In alcuni Paesi sono nate addirittura società attraverso cui, pagando una tariffa, si può noleggiare un amico.

Una triste realtà dei nostri tempi.

Bloccare questa tendenza è una priorità, soprattutto da un punto di vista medico, perché essere soli, è alla lunga più dannoso che fumare.

La solitudine infatti ha una vasta gamma di effetti negativi sulla salute fisica e mentale come per esempio: progressione della malattia di Alzheimer, malattie cardiovascolari e ictus, depressione, aumento dei livelli di stress.

Perché ciò che conta per tentare di sconfiggere la solitudine è avere almeno una persona importante nella vita di cui fidarsi, a cui appoggiarsi nei momenti di difficoltà, con cui confidarsi.

Troppe persone vivono sole, senza nessuno che si interessi della loro esistenza, come testimoniano le cronache dei giornali.

La grande sfida è reinventare, soprattutto nelle grandi città, un nuovo modello di vicinanza capace di intercettare i casi di isolamento affinché la solitudine possa essere sconfitta.

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