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IL PUNTO   n. 880 del 30 settembre  2022

di MARCO ZACCHERA 

 

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Per scrivermi o contattarmi:  marco.zacchera@libero.it

Numeri arretrati de IL PUNTO e altre news:   www.marcozacchera.it

 

AUGURI A GIORGIA

Ci vorrà più di un mese per varare il nuovo governo, si scatenerà intanto il solito “totoministri” con relative tensioni, polemiche e forse pressioni europee o del Quirinale, ma questa volta sul tavolo ci sono alcune chiarezze che sarà difficile cancellare.

Il centro-destra ha vinto domenica in maniera chiara, limpida, inequivocabile così come il successo è stato prima di tutto di Giorgia Meloni che quindi ha tutti i titoli (e i numeri) per governare.

Il momento è però drammaticamente difficile, la BCE adesso vede nero (ma non andava tutto bene?!), l’UE è (sarà) fredda con l’Italia, c’è la guerra in Ucraina, le bollette che salgono come le materie prime, il PNRR è da rinegoziare, il deficit pubblico mostruoso con tassi in aumento e siamo nelle mani (e nei ricatti) di Bruxelles, con i media internazionali preconcettamente contrari alla “postfascista” Meloni.

Non solo: stipendi e salari non corrono come l’inflazione (sulla quale l’ISTAT ha comunicato negli ultimi mesi dati fuori dalla realtà dei supermercati) e quindi una tensione sindacale è in arrivo, soprattutto perché adesso non c’è più il PD da tutelare.  In generale, quindi, una “tempesta perfetta” per mettere in difficoltà il nuovo governo fin dalle prime battute.

Resto convinto che Mario Draghi non è stato dimissionato, ma che LUI STESSO ha deciso di fasi dimissionare per non legare il suo nome ad una crisi economica imminente di grande portata e che costringerà a tagli e sacrifici in un gioco del cerino la cui fiamma adesso sarà nelle mani della nuova, giovane leader.

Scontata la battuta che alla fiamma la Meloni possa essere abituata, sta di fatto che nonostante la situazione bisognerà comunque cercare di rispondere alla richiesta di rinnovamento che è arrivata dal paese.

La Meloni ha convinto raccogliendo non solo voti di protesta, ma adesso dovrà dimostrare nei fatti di saper gestire una svolta. Ha subito parlato di “unione” e di “responsabilità” in modo asciutto, sobrio e senza slogan. Auguri, perché ne avrà molto bisogno.

 

VINCITORI & VINTI

Una campagna elettorale con vincitori e vinti, con la personale soddisfazione di veder buttati giù dalla torre alcune tra le figure più antipatiche da sempre, ma non tutte.

Due pesci relativamente piccoli – ma abili anguille – per esempio hanno rivinto, nel senso che hanno riportato le loro preziose natiche a Montecitorio: Bruno Tabacci e Benedetto Della Vedova, di cui avevo sottolineato il passaggio attraverso ogni area parlamentare cambiando regolarmente casacca pur di rimanere sempre a galla.

Mentre in molti si sono candidati per coerenza sapendo che la rielezione sarebbe stata una missione inpossibile (e meritano comunque risopetto), con molta abilità questa volta i nostri due furboni hanno fregato il povero Enrico Letta e così nonostante la sconfitta sia di “+Europa” che di “Impegno Civico” (partiti rimasti fuori dalla Camera con il conseguente impallinamento di Emma Bonino e Luigi Di Maio) eccoli rientrare in campo a spese del PD cui hanno soffiato gli unici due posti nei collegi lombardi, per la gioia dei “compagni” della base.

Anche Fratoianni, Speranza e Bonelli sono stati eletti, sempre a spese del PD: se Letta sarà cacciato dai vertici del partito potrà sempre fare il presidente onorario dell’AVIS, viste le sue tante donazioni.

Soddisfazioni? Isabella Rauti che ha battuto nella ex Stalingrado d’Italia (Sesto San Giovanni) Emanuele Fiano, il tronfio esponente PD che con arroganza la sapeva sempre più lunga di tutti (sia chiaro che non c’entra la sua religione ebraica, anzi, ma è per l’antipatia della persona che si riteneva onnipotente) mentre Luigi Di Maio si ritrova a 36 anni a dover nuovamente cercare un lavoro. Alla Farnesina non sarà rimpianto, se non dalla legione di “fedelissimi” che intanto aveva sistemato.

Torna Silvio Berlusconi che ha risistemato la quasi-moglie e tutta la sua corte, ma ad essere sinceri tutti i leader hanno piazzato i propri fedelissimi grazie alla legge elettorale.

Con la riduzione dei parlamentari sono rimasti fuori due amici della mia zona: Enrico Montani (Lega) e Mirella Cristina (Forza Italia): a loro un “grazie” sincero per l’impegno che hanno dimostrato, mentre sono stati confermati – come previsto – i due candidati del centrodestra all’uninominale Gaetano Nastri (FdI, al Senato) e Alberto Gusmeroli (Lega, alla Camera). Con loro tornano tanti amici ed ex colleghi di AN tra i quali voglio ricordarne due particolarmente cari come Maurizio Gasparri e Roberto Menia.

 

QUEL FILO SOTTILE

Ci sono molti modi di commentare le elezioni e raramente un leader ammette di aver perso mentre quando vince esulta a volte in modo esagerato. Giorgia Meloni è stata molto sobria, ma nel suo primo ringraziamento pubblico dopo aver vinto le elezioni, prima ancora di ricordare collaboratori e famigliar,i ha pronunciato alcune frasi che sono scivolate via senza destare molta attenzione nella maggior parte dei commentatori, ma che hanno sicuramente toccato il cuore di chi si sente legato ad una destra antica, negletta e dimenticata.

L’ accenno “A questa notte, che per tanti di noi è una notte di orgoglio, di riscatto, di lacrime, di abbracci e di sogni”, ricordando “quelle persone che non ci sono più ad avrebbero meritato di vederla”.

A chi si riferiva Giorgia Meloni? Nella notte della sua consacrazione a leader, non credo proprio che facesse un riferimento al fascismo o a una ideologia, ma piuttosto a quella comunità umana nella quale è nata, che in qualche modo è sopravvissuta negli anni, strettamente legata a quella fiamma tricolore che del resto è restata nel simbolo di Fratelli d’Italia e che aveva causato tante polemiche ed ironie nell’ultima campagna elettorale, quasi che qualcuno la vedesse come oscura minaccia per la prima volta, quando invece è stata su tutte schede elettorali italiane fin dal 1947.

Il simbolo di quella comunità che fu prima del Movimento Sociale e poi di Alleanza Nazionale, una comunità alla quale la Meloni non ha potuto appartenere per ragioni anagrafiche, ma alla quale ha mostrato di sentirsi legata in una sorte di continuità spirituale con un filo sottile che non è ideologico, ma identitario.

La Meloni non ha fatto in tempo a vivere la discriminazione, la violenza, gli anni di piombo e dell’immediato dopoguerra con le difficoltà incontrate dalle due generazioni che l’hanno preceduta dopo che il fascismo era già morto e sepolto, ma – soprattutto nei suoi anni passati alla guida dei giovani della destra italiana – ha per lo meno potuto raccogliere le testimonianze di chi aveva tenuto stretto quel filo di continuità ideale e politica.

Anni in cui la discriminazione era evidente, ma non solo nella politica quanto soprattutto nelle scuole, sul lavoro, sulla stampa, nei diritti negati a chi era considerato emarginato e quindi “out”, silenziato.  Episodi per fortuna inimmaginabili nella realtà di oggi a sottolineare quanto il nostro Paese si sia evoluto almeno nella tolleranza e rispetto reciproco.

Non è certo la prima volta che la destra vince: Alleanza Nazionale già dal 1994 era andata al governo quando con Fini era stata “sdoganata” e grazie anche a Tatarella aveva sottolineato la sua presenza ad ogni livello, ma quella destra era in qualche modo sempre rimasta sopportata ed “ospite” nel salotto buono della politica, dove da sempre impera quella “intellighenzia” sinistrorsa che vive tra giornalisti di regime, capitalisti dandy, gay alla page, radical chic e antifascisti di mestiere.

Non si deve santificare nessuno, Meloni compresa, credo però che con la sua vittoria abbia finalmente legittimato anche una comunità che oggi spesso è divisa e dissolta eppure ha dei caratteri incancellabili di intendere la politica e la vita, opponendosi da sempre a una retorica di sistema sui soliti temi, giocati con preconcetto, retorica e formalismo. Forse gli italiani hanno superato ogni post-fascismo non riabilitandolo ma  sostituendolo piuttosto con il concetto del “no” convinto ad ogni autoritarismo e dittatura che può oggi concretizzarsi a ogni latitudine.

La Meloni sarà probabilmente anche la prima donna a capo di un governo italiano, con le femministe che “rosicano” perché capiscono che non è una di loro, eppure –anche qui – l’essere una donna e una mamma “normale” è stato uno degli aspetti vincenti che le hanno permesso di raccogliere simpatie, a dimostrazione che non è questione di “genere” o di “quote rosa”, ma di valore, capacità e credibilità delle singole persone.

 

VOTO DI SCAMBIO

Se chiedo un voto offrendo in cambio 10 euro è “voto di scambio”, penalmente perseguibile. Se il M5S e Conte prendono i voti al sud al grido “Votateci, vi daremo ancora il reddito di cittadinanza, guai a chi lo tocca!” invece, che cos’è?

 

Buona settimana a tutti, grazie per domenica scorsa!

                                                                                                                       MARCO ZACCHERA

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