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Via Cilea, traffico in tilt per la caccia frenetica di kebab-hamburger-pizzette-hot dog-patatine fritte. I residenti sono alla frutta.

 

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di Daniele Graziano, avvocato.

Pregiatissimo direttore, è ormai evidente che siamo nel pieno di un momento drammatico per la mobilità cittadina, per la vivibilità delle strade, sempre più ricolme di folle disordinate di mangiatori di tutto ciò che sia commestibile, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Al di là dei “flussi turistici” che riguardano specifiche zone della città, pare inarrestabile (e tuttavia esecrabile) la deriva dello street food che ha travolto in pieno Napoli – la quale pur dovrebbe sopravvivere a se stessa visto l’enorme patrimonio culturale ed eno-gastronomico – che impone una urgente e massiva ristrutturazione della geografia cittadina e degli spazi comuni, da commisurare tra gli avventori, a caccia frenetica di kebab-hamburger-pizzette-hot dog-patatine fritte, e gli abitanti di questa o quella zona.

A voler esser telegrafici: se l’abitudine di mangiare al ristorante cede il passo al cibo da strada è doveroso ripensare gli spazi cittadini in funzione del fenomeno. Al contrario si lascerà andare in necrosi larga parte del tessuto cittadino, segnato da strade trafficate, sporche, con auto in 2° e 3° fila perenne, marciapiedi pieni di gente, di rifiuti, transito veicolare e pedonale impossibile, blatte e ratti a farla da padrona. Esempio emblematico di quanto descritto ciò è via Francesco Cilea, fiore all’occhiello del quartiere collinare del Vomero, divenuta epicentro della “pappatoria” partenopea.

Circa 300 metri, dall’angolo di Via Gemito sino all’incrocio con Via S. Maria della Libera, ove negli ultimi 4-5 anni si è verificata una letterale esplosione di attività commerciali di “street food”. 300 metri di strada in preda al panico perenne: la carreggiata ridotta ad una corsia di transito per le soste selvagge, un continuo lampeggiare di frecce lasciate accese dalle auto in sosta, file di affamati di decine e decine di metri ad intasare il transito pedonale sui marciapiedi, montagne di rifiuti (perlopiù packaging) accumulate al bordo della strada, immissioni moleste continue ad intossicare le tante famiglie di abitanti della zona, metri e metri di aree di sosta di fatto requisite sine die dai gestori delle attività commerciali con sedie, transenne, bidoni e tutto ciò sia idoneo ad impedire la sosta, eserciti colorati di delivery boy.

Nondimeno, blatte e ratti liberi di scorrazzare tra rifiuti alimentari e cassonetti sempre strapieni o peggio, come accaduto qualche giorno addietro, risse e pestaggi scaturiti dal nulla, con scene da far west in pieno centro. Un girone dantesco cui gli abitanti cercano – invano – di porre un argine chiamando ininterrottamente le forze di polizia, che pur di frequente sopraggiungono. Ma impegnare quattro o più militari a presidiare uno scempio del genere non può esser un modo giusto di rispondere al problema e, ancor più, di spendere danaro pubblico. E allora, perché via Francesco Cilea non è in cima all’agenda comunale?

Non c’è più tempo: occorre ripensare all’organizzazione di questi maledetti 300 metri di follia, provvedendo alla creazione di una Ztl/zona pedonale di questo (ormai) “Expo cittadino a cielo aperto” – com’è in via Scarlatti, in via Luca Giordano, in piazza dei Martiri – , all’urgente ripristino del cordolo spartitraffico, lasciando il giusto spazio ai tanti avventori, agli esercenti, ma anche e soprattutto agli esausti abitanti di zona (circa 2/3000 famiglie nel tratto in questione), costretti sempre più a doversi rifugiare tra le mura domestiche e, dunque, ad una pessima qualità della vita.

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