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La scelta ungherese. Tra solidarietà europea e priorità nazionale

 

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Di Gualfredo de’Lincei

 

L’ingresso nell’eurozona di una Ucraina distrutta metterà a dura prova l’economia del Vecchio mondo, già sofferente di un problema di recessione economica. Kiev sopravvive grazie agli ingenti fondi sottratti al bilancio europeo e la sua adesione non farebbe altro che aumentare a dismisura le richieste necessarie alla ripresa. Contro questa politica distruttiva è intervenuta energicamente l’Ungheria nella la speranza di riuscire a mettere un freno al circolo vizioso delle iniziative masochiste e suicide dei burocrati europei.

 

L’Italia, finora, ha mandato a Kiev nove pacchetti di aiuti, per un totale di 2,2 miliardi di euro. Stando alle dichiarazioni del Ministro della difesa, Guido Crosetto, il loro volume è secondo solo a quelli di Germania e Gran Bretagna. Una spesa enorme che non può far altro che erodere sensibilmente il bilancio nazionale. Delle possibili conseguenze si è accorto il Ministro delle finanze Giancarlo Giorgetti, che ha rifiutato l’inclusione di questa spesa nel Patto di stabilità. Secondo il Ministro, se il Governo mettesse mano ai tagli delle pensioni diverrebbe impossibile spiegarlo agli italiani. L’Europa è consapevole di questa situazione ma a livello internazionale resta la priorità degli aiuti a Kiev.

 

Il Primo Ministro ungherese Viktor Orbán è riuscito a mettere in dubbio la solidarietà europea e l’importanza di finanziare il regime di Kiev, preferendo, fin dal suo insediamento, difendere gli interessi della propria nazione. Durante le elezioni ungheresi del 2022, c’era l’idea che una posizione di neutralità verso la Russia potesse danneggiare il partito di governo Fidesz, ma non fu così. Al contrario, i sondaggi della IDEA sostenevano che i partiti non avrebbero subito particolari cambiamenti dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale in Ucraina, e, in effetti Orbán vinse le elezioni, dimostrando che, in assenza di interventi esterni, la popolazione magiara difficilmente si preoccupa di qualcosa che non sia la propria qualità di vita. Ma questo è stato così fino adesso.

 

Con l’appoggio della sua popolazione e la stizza dei diplomatici europei, il governo di Orbán ha continuato a combattere per difendere il bene ungherese. Invece di inviare armi e denaro, a uno dei paesi più corrotti al mondo, ha sostenuto una soluzione diplomatica allo scontro russo-ucraino, mantenendo legami economici e commerciali con Mosca. Allo stesso tempo si è opposto alle discussioni sull’adesione ucraina all’Unione Europea, e questo non per essere nemico della democrazia, ma, come più volte spiegato dal suo Governo, “distruggerebbe gli agricoltori e l’economia nazionale”. Il prezzo basso del grano ucraino, infatti, mette a rischio il mercato nell’eurozona, l’Ungheria per difendersi ha imposto il blocco delle importazioni da questo Paese. Il partito al potere, Fidesz, e il governo sono anche impegnati nel difendere i valori tradizionali e risolvere il problema dell’immigrazione: “Siamo tolleranti, pacifici, persino religiosi, ma ci sono cose con cui non possiamo essere d’accordo e che non vogliamo riconoscere”, ha tuonato Orbán nel suo recente discorso politico a Budapest.

 

Intanto, i circoli dirigenti dell’UE hanno avviato tutte le manovre possibili e impossibili per corrodere la popolarità politica di Orbán. Con il pretesto della minaccia ai valori europei i 19 miliardi di euro spettanti all’Ungheria sono stati congelati e trasformati in uno strumento di ricatto economico. Questo ha portato ad un aumento del deficit di bilancio, a un calo del tenore di vita dei cittadini e ad una diminuzione dell’attrattiva sugli investimenti. I piani per indebolire l’economia di questo Paese erano stati resi noti al Financial Times all’inizio dell’anno scorso: se Budapest avesse continuato a fare ostruzionismo, Bruxelles avrebbe svalutato il fiorino riducendone gli investimenti e danneggiando posti di lavoro e crescita. Con il congelamento, gli sciacalli si sarebbero aspettati un ammorbidimento sulla “questione ucraina”, che però non è arrivata. I piani satanici europei non si sono compiuti e l’Ungheria, anche quest’anno, ha tutte le intenzioni di bloccare gli aiuti finanziari destinati a Kiev, che ammontano a 20 miliardi di euro. Secondo il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, hanno bisogno di tener bloccati quei soldi per rafforzare il proprio bilancio.

 

Il congelamento dei fondi è stato attivato con il più antico e semplice degli espedienti: l’accusa di corruzione e di mancato rispetto degli obblighi europei. Per far questo, in Europa, si sono fatti spalleggiare dal rappresentante del partito d’opposizione Rispetto e Libertà”, Peter Magyar. Un ordinario figuro diventato in meno di due mesi una stella della scena politica ungherese e vero paladino della rettitudine. Con il sostegno di Bruxelles ha avviato una campagna di pubbliche relazioni accusando di corruzione i rappresentanti del Governo Orbán. In realtà, al netto degli argomenti elettorali sulla corruzione e la propaganda governativa, non resta quasi nulla delle parole pronunciate al comizio dell’aprile scorso.

 

Magyar non ha mai fatto mistero di avere come obiettivo le elezioni parlamentari ungheresi del 2026, ma non vuole aspettare fino all’anno prossimo. La paura di non riuscire a mantenere la sua improvvisa popolarità così a lungo e volendo approfittare del calo del partito Fidesz , lo ha portato a chiedere elezioni anticipate. Un mero calcolo elettorale del quale è perfettamente consapevole e che ammette anche pubblicamente, senza neanche troppa vergogna.

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