Advertisement

ARNALDO POMODORO (1926-2025): IL GENIO IN GRADO DI SCOLPIRE LA COMPLESSITÀ DEL MONDO CONTEMPORANEO.

Come purtroppo noto dagli ultimi articoli di cronaca, è scomparso lo scultore Arnaldo Pomodoro le cui opere, facilmente identificabili e parecchio apprezzate anche all’estero, sono formalmente caratterizzate da una peculiare distinzione tra esteriorità ed interiorità nella materia: si pensi alle superfici esterne levigate con squarci entro cui si notano complessi ingranaggi interni, come nelle sue celebri enormi sfere. Pomodoro non si è però limitato ad affinare le sue tecniche scultoree cadendo in un virtuosismo fine a se stesso: egli ha saputo finalizzarle a rappresentare il carattere complesso della civiltà contemporanea e in particolare, ma non solo, a riflettere sulla meccanizzazione, raffigurata dai suoi caratteristici enormi manufatti che paiono nascondere precisi ingranaggi. Paradossalmente, in ciò lo scultore si è giovato di una manualità ormai divenuta rara, frutto della sua giovanile esperienza nelle arti applicate, evidenziando – anche nelle sue sculture più grandi – una precisione dei particolari degna di un orefice. Occorre però addentrarsi in un’analisi più approfondita. Persino nella sua esperienza di costumista, Pomodoro ha mostrato una grande profondità concettuale e una varietà di temi che non possono essere ridotti al rapporto tra uomo e macchina: per il suo costume di Creonte (realizzato per l’opera “Edipo Re” di Stravinskij rappresentata a Siena negli Anni Ottanta), lo stesso artista dichiarò di essersi ispirato ad uno scarabeo o comunque ad animali invertebrati con esoscheletro, i quali sono caratterizzati da una corazza dura entro cui nascondono un corpo molle privo di colonna vertebrale, un rimando alla caratterizzazione del personaggio dell’opera. Del resto, già il suo celebre “Il cubo” del 1961-62 evidenziava un non comune spessore di pensiero: una superficie levigata entro cui gli spacchi (che potrebbero essere interpretati come oltraggi del tempo e dell’usura) rivelano una fragile struttura interna di ingranaggi. Il cubo appare così quasi “rosicchiato” dal tempo, analogamente ad una forma di formaggio presa di mira da un topo. Intensa è l’emozione che si ha alla prima vista de “Le battaglie”, opera del 1995 lunga ben 12 metri, che azzarderei definire – per potenza narrativa e forza simbolica – “la Guernica di Arnaldo Pomodoro”. L’opera non è in bronzo ma in polvere di grafite e fiberglass: pur consapevole della soggettività delle interpretazioni a riguardo, essa pare raffigurare – come in un murale – l’atrocità della guerra come attività non solo deumanizzante ma persino capace, distruggendo la vita, di ridurre tutto ad inorganico. Da questo punto di vista, sembra percepirsi un’assenza di tempo che è solidificazione ovvero negazione della vita. La guerra è stilizzata nella sua espressione tecnica: Arnaldo Pomodoro pare riuscire a far emergere il “lato oscuro” delle forme geometriche (come simboli di morte) precedentemente invece glorificate da certe avanguardie artistiche. Nell’opera, la guerra potrebbe quindi apparire come triplice negazione: negazione dell’umanità, negazione della vita e negazione dell’Essere. L’arte figurativa di Pomodoro si collega quindi a profonde riflessioni filosofiche: il carattere distruttivo della guerra è a mio avviso raffigurato dalla presenza di una fascia di superficie integra, un residuo non squarciato che potrebbe indurre tutto sommato ad una moderata speranza che la guerra non distrugga proprio tutto. La fascia di superficie liscia, però, potrebbe paradossalmente anche rappresentare il Nulla frutto della guerra. Non è forse una resa nella materia di temi presenti nel pensiero del XX secolo, da Martin Heidegger a Jean Paul Sartre, da Hannah Arendt a Simone Weil? Non stupisce a riguardo che l’artista fosse un appassionato lettore di Kierkegaard e di Kafka. Tutto questo parrebbe portare ad una stridente contraddizione: per quanto numerose sue opere siano presenti in molti spazi aperti di città italiane e straniere, Arnaldo Pomodoro rischia di essere un autore, in                 quanto ancora non adeguatamente compreso, meritevole di una “riscoperta” più profonda, solo in parte avvenuta in occasione della mostra dal titolo “Il grande teatro delle civiltà” al Colosseo Quadrato nel 2023, in cui – oltre ad alcune importanti opere dell’artista tra cui le già citate “Il cubo” e “Le battaglie” – era possibile visionare appunti e schizzi dell’autore.

Advertisement

Salvatore G.M. Mallardi

 

Advertisement
Articolo precedenteBagheria, “Esopianeti e vita nell’universo”: conferenza promossa da BCsicilia
Articolo successivoEster Palma, la sua è ingenuità o furbizia?

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui