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Una multa. Un algoritmo. Un’ansia che non sai più se è tua o di qualcun altro. Poi una frase: non ne posso più. Carlo Pontevolpe non si sfoga — orchestra. Smonta la frustrazione e ne fa un ritornello. L’ironia non serve a far ridere: serve a respirare. A dire che sì, stai ancora cercando un modo, ma almeno lo dici danzando. E forse è questo il punto: ridere mentre ti stai raccontando sul serio.

Nel nuovo singolo sembri voler ridimensionare la frustrazione contemporanea con un sorriso. Quanto ti è costato arrivare a questo sguardo più leggero?

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Ciao e grazie per questo spazio! Quando ho scritto “Non Ne Posso Più” ero all’inizio di un percorso di ricerca interiore che è tuttora in atto, da ormai più di sei anni. Sicuramente sono sempre stata una persona molto riflessiva e alla ricerca di un miglioramento personale, ma posso dire che in quel periodo, che coincide col momento in cui ho deciso di riprendere in mano le mie canzoni, si è verificato quasi un “risveglio” della mia coscienza, che ha cambiato il mio punto di vista su molte cose, tra cui la brutta abitudine di lamentarsi e cercare degli alibi.

“Non Ne Posso Più” parte da un momento di autogiudizio: quanto è presente per te la paura di non essere “abbastanza”?

Purtroppo sono sempre stato, e sono tuttora, molto condizionato dal paragone con gli altri e spesso nutro un certo senso di inferiorità. Oggi con i social, con artisti che celebrano quotidianamente i loro dischi di platino, i loro concerti sold out, veri o presunti, è ancora più facile cadere in questa trappola. Anche qui, come per tutto, sto cercando di perdere l’abitudine al confronto malsano e invece apprezzare quello che ho.

Parli spesso di comfort zone. Cos’è oggi, per te, uscire da quella zona di sicurezza? E cosa ti fa rientrare?

Scrivere canzoni per me è entrare in un multiverso di emozioni e mettermi a nudo, ogni canzone è un viaggio, una meditazione profonda sui miei sentimenti e sulle mie esperienze, reali e non (parlo per esempio dei sogni). Cosa mi fa rientrare? Non so, forse la routine quotidiana.

La tua scrittura è sempre molto attenta, anche quando il tono è ironico. C’è un artista – musicale o letterario – che ti ha insegnato il valore dell’ironia come strumento serio?

Sicuramente Franco Battiato. Questo pezzo discende molto, musicalmente e liricamente, dalla mia passione per la sua musica. In realtà, non è stato premeditato: quando ho messo giù l’arpeggio di piano che sentite nell’intro, su cui si basa la canzone intera, percepivo una certa affinità con Battiato; non posso escludere che questo pensiero abbia poi influenzato in un certo modo la creazione dell’intero brano. Per dare un piccolo indizio di questa influenza, o, se vogliamo, fare un tributo, ho voluto inserire la parola “permanente” alla seconda strofa, che richiama “Centro di Gravità Permanente”.

Il videoclip è un piccolo corto umoristico: c’è una scena che, se potessi, estenderesti a un film intero? O magari a una serie sulle disgrazie quotidiane?

Bella domanda! Una serie forse finirebbe per essere ripetitiva. Invece, credo che la scena della multa iniziale potrebbe essere un ottimo inizio per un film!

 

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