Il Novecento per sempre nostro perché non ci appartiene
Il giornalista Ermanno Rea e Raffaele La Capria (il raffinato sceneggiatore, amabile e dandy, che pare fungesse da calco per lo straordinario Jep Gambardella di Toni Servillo) ebbero una all’epoca molto popolare polemica giornalistica con Giorgio Bocca, totem dell’Espresso, partigiano e mentore della sinistra costituzionale che aveva declinato l’azionismo essenzialmente come legalismo.
Bocca nel 2005 e nel 2006, come decenni prima aveva fatto con la calabrese San Luca, se ne era andato a Napoli a scrivere – nel pieno di una faida mafiosa – dei reportage, peraltro esteticamente sempre curati, su quello che succedeva nella città partenope, proprio quando a pochi chilometri dal suo centro Scampia e Secondigliano bruciavano di crack, popper, cobret e proiettili in quantità. Il risultato era un volume Feltrinelli, dal titolo “Napoli siamo noi”, in cui tra inchiesta e nota di costume, tuttavia, il giudizio sulla società napoletana appariva in blocco molto negativo. Tutto, o quasi, connivenza, indifferenza, volemose bene orchestrato per assolversi e piacersi. Eternarsi, pararsi, in ogni caso giustificarsi e riprodursi. La Capria e Rea, tuttavia, opponevano a quella condanna un immaginario composito, coi suoi momenti di godimento e inventiva, di linguaggio comune e interclassista, di festosità capace di interrogare e contrastare il potere, e non per forza compiacerlo.
A volte penso che questa bidirezionalità, questo riconoscersi, i “sommersi” e i “salvati”, in un lessico sentimentale comune (alcuni col potere di imporlo agli altri, e questi accettandolo talvolta inconsapevoli), sia un tratto omogeneo in molta parte della cultura meridionale. Siamo i migliori prosecutori della nostra storia e contemporaneamente e spesso i peggiori custodi della nostra memoria. Credo che per questo abbia un certo significato “municipale” il bel libro di Paride Leporace per i tipi di Pellegrini, “Cosenza nel ‘900. Storie e personaggi”. Il galateo di un tempo che aveva buone maniere comuni e la convinzione di poter migliorare migliorandosi, non prevalere appiattendosi.
La narrazione ha uno scopo e un incedere sontuoso ancor più quando pesca nella prima metà del Secolo breve: molti di quegli spunti e di quegli episodi davvero devono ricreare una parte di sentire collettivo. Sappiamo nulla, rammentiamo a stento. Invece dalla Cosenza repubblicana coi Re al trono, radicale e socialista quando il marxismo era insieme scomunicato e ignoto, dovremmo imparare tanto: una parte di storia cittadina che ha fatto riviste e lotta popolare, internazionalismo e quartiere, alfabetizzazione diffusa e cultura di respiro europeo. Oggi sono nomi della toponomastica e poco altro… Peccato. Bellissima pure la parte che Leporace dedica allo sport, nelle varie discipline per alcuni decenni realmente diviso per classi e poi straordinariamente affettivo e di massa col glorioso Cosenza calcio. Ultrà a Cosenza è stata in effetti rivolta al conformismo imperante e contemporaneo, mai rifiuto delle radici e dei borghi di provincia che si sono uniti più nel pallone che nei politicanti (una sorta di tradimento dei chierici che, ripetendosi, diventa farsa).
Piccole miniere i capitoletti dove si parla dell’editoria bruzia, che almeno fino alla metà degli anni Ottanta è stata anche riconosciuto esempio di avanguardia letteraria, alla pari di una diffusa arte vernacolare dalla satira fino al bel canto all’italiana. E così pure gli squarci su un mondo associativo cattolico più dinamico e schierato delle sue curie di allora: coi suoi tic, magari; le sue melasse, i suoi recinti. Eppure assai meno clericale della barzelletta del Sud sempre retrivo e prescindibile. Mano a mano che a grandi falcate, dalla pagina di Leporace, ci avviciniamo alla fine di questo suo nutritissimo prontuario non solo aneddotico si fa ansiosa l’eco di frasi che abbiamo sentito troppe volte e che l’Autore a volte taglia e a volte asseconda, con la bravura di chi sa acconciare la vulgata: sfilano i paninari, i circoli, i ruggenti locali ed esercizi commerciali dell’edonismo sbandierato quanto ripetitivo. Forse lì quel racconto diventa la narrazione obbligata di una città a caccia di identità comuni, altrimenti irraggiungibili. Identità ricostruite che non sono state pratiche di liberazione, ma sintesi di comodo per una città alla quale, nell’amore, si deve denunciare l’eccesso di cemento, la viscosità dei centri di potere travestiti per amicizie, l’aver soffocato con troppo oblio le storie di suoi straordinari figli anonimi e sfortunati. Leziosa e vezzosa, la presunta Cosenza bene ha rivestito per riti trascendenti le sue umanissime e più che comprensibili e naturali mediocrità. Ha fatto silenzio sulle pistole e sulle energie inespresse; sulla fatica del quotidiano e sull’invadenza delle sostanze; sulle opportunità sprecate e sul beneficio mai ripartito.
Invece, persino sul finire del secolo, dopo la Milano da bere e prima del governo civico favorito dalla nuova legge elettorale dei comuni, si continuava a vivere, a creare, a condividere. Torniamo un po’ al nostro inizio: con la discrezione del romanziere e la capacità archivistica del giornalista, Leporace racconta in effetti la creazione di un immaginario che non è mai stato davvero all’altezza di quanto effettivamente succedeva lontano dai trionfalismi e dalle convenienze.
Il libro questa storia ci restituisce: una città con le sue benemerenze non interiorizzate e le sue vanità manifeste e inconfessabili, quanto invero notorie; un fiume di gente che ha visto il fiume della storia andargli controcorrente e tuttavia evitare sempre il risucchio della foce. Espandendosi o ritirandosi secondo la necessità e lo spazio di manovra. Una città che sa attribuirsi primati e non sa custodirsi tesori. Un racconto dal ritmo pop che scorre benissimo e che ricorda molto la foga amorevole che l’A. dedicava a un pezzo sull’epopea del Cosenza in serie B: la conclusione, tra fallimenti e scogli, immani perdite e lampi di genio, di un liberatorio “ni simu scialati”. E questa è…
Una città straordinaria e sconosciuta proprio fino a che non si abbandona in una platealità compiaciuta. Ché il Novecento ci ha dato e tolto, e non possiamo permetterci di non riconoscerlo trovandolo per strada. Questo Leporace ci toglie un po’ di prosopagnosia. Ce n’era di bisogno.
Domenico Bilotti











