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È pur vero che freddo e paura, tantissima paura, troppa paura, hanno lasciato il segno, tuttavia sono stato molto più fortunato dei bambini di Gaza. Non sempre c’erano pane e pasta durante la guerra,   però qualcosa mia madre riusciva a mettere a tavola, magari polenta di farina di granturco o di castagne. E quei giganti tedeschi che non ho più dimenticato, con le gambe allungate a terra, la schiena contro il muro, il fucile accanto,  sotto i portici del Politeama, non si divertirono a colpirci con un proiettile alla testa o al petto. Non erano interessati ad uccidere i bambini di Carrara, a farli a pezzi, a farli morire di fame.  Una volta uno di quei  giganti dagli occhi azzurri si fece aiutare dai ragazzini che stavano giocando in via Manzoni, la strada dove abitavo, a scaricare un camion pieno di grosse pagnotte di pane scuro. Nel gruppetto di volenterosi c’ero anch’io. Alla fine del lavoro, dopo aver fatto la spola tra il mezzo e il magazzino, col                                parallelepipedo di pane che il soldato ci posava sulle braccia tese in avanti, dopo quello che per noi fu un divertimento, ogni piccolo aiutante fu compensato con una di quelle grosse pagnotte. La portai orgoglioso a casa, senza il rischio d’essere ammazzato.  Mai mangiato un pane così buono.

Renato Pierri

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