Il Presidente Egiziano Abdel Fattah al-Sisi Accusa Israele di Genocidio a Gaza
Il Cairo, 6 agosto 2025 — Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha lanciato un duro attacco verbale contro Israele, accusando lo Stato ebraico di commettere un vero e proprio genocidio contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza. Le dichiarazioni, arrivate durante una conferenza straordinaria tenutasi al Cairo, segnano un’escalation diplomatica nelle tensioni tra i due Paesi, storicamente legati da un trattato di pace siglato nel 1979 ma da sempre in bilico per via delle ripetute crisi regionali.
Al-Sisi ha condannato con fermezza le operazioni militari israeliane in corso nell’enclave palestinese, dove, secondo fonti palestinesi e agenzie umanitarie, il numero delle vittime civili ha superato le 36.000 unità, tra cui donne e bambini. “Non si può più parlare di autodifesa o di guerra contro il terrorismo,” ha dichiarato al-Sisi, “siamo di fronte a una pulizia etnica sistematica, a un crimine contro l’umanità. Questo è genocidio.”
Una dichiarazione senza precedenti
Sebbene l’Egitto abbia spesso giocato un ruolo di mediazione tra Israele e Hamas — in particolare facilitando tregue e corridoi umanitari — le parole del presidente rappresentano un cambio di tono drammatico. È la prima volta che il leader egiziano utilizza il termine genocidio, carico di significato giuridico e politico, in riferimento alle azioni di Israele a Gaza.
Le affermazioni arrivano dopo oltre nove mesi di conflitto iniziato nell’ottobre 2024, quando un attacco coordinato da Hamas aveva provocato la morte di circa 1.400 israeliani. Da allora, Israele ha risposto con una campagna militare prolungata, giustificandola come lotta al terrorismo. Tuttavia, le immagini di distruzione massiccia, la crisi umanitaria e il blocco degli aiuti hanno sollevato crescenti critiche a livello internazionale.
Le implicazioni regionali
Il discorso di al-Sisi ha avuto un’eco immediata nel mondo arabo, con reazioni di sostegno da parte di altri Paesi, tra cui Algeria, Iraq e Turchia, che da tempo denunciano le operazioni israeliane come eccessive e sproporzionate. La dichiarazione potrebbe anche rafforzare la posizione dell’Egitto come interlocutore privilegiato nel mondo arabo, ma complica ulteriormente i già fragili equilibri con Tel Aviv.
Israele, dal canto suo, ha respinto le accuse definendole “false, pericolose e irresponsabili”. Il portavoce del governo israeliano ha dichiarato che “l’Egitto dovrebbe continuare a favorire il dialogo, invece di gettare benzina sul fuoco con accuse infondate”. Lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ribadito che l’obiettivo di Israele “non è il popolo palestinese, ma l’eliminazione di Hamas come minaccia esistenziale”.
Una crisi umanitaria senza fine
La situazione a Gaza rimane catastrofica. Secondo l’ONU, oltre il 75% degli edifici civili sono stati danneggiati o distrutti, mentre il sistema sanitario è collassato. La mancanza di acqua potabile, elettricità e medicinali ha reso la vita quotidiana insostenibile per i circa due milioni di abitanti rimasti nell’enclave.
L’Egitto, che controlla il valico di Rafah — unico sbocco verso l’esterno non in mano israeliana — ha consentito in alcuni momenti l’ingresso di aiuti umanitari, ma ha anche denunciato le continue difficoltà nell’assicurare un flusso regolare a causa dei bombardamenti e delle restrizioni imposte da Israele.
La comunità internazionale reagisce
Le parole di al-Sisi hanno riacceso il dibattito internazionale. Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto un’inchiesta indipendente sui crimini commessi a Gaza, mentre l’Unione Europea ha convocato una sessione straordinaria del Parlamento per discutere la crisi. Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha definito la situazione “intollerabile” e ha sollecitato un cessate il fuoco immediato e incondizionato.
Tuttavia, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ogni risoluzione di condanna è stata finora bloccata dal veto degli Stati Uniti, storici alleati di Israele. La presa di posizione dell’Egitto potrebbe ora spingere nuovi attori regionali e globali a rivedere le proprie strategie diplomatiche.
Con la sua accusa di genocidio, Abdel Fattah al-Sisi ha deciso di rompere gli indugi e porre l’Egitto in prima linea nella denuncia delle operazioni israeliane a Gaza. È un passo che potrebbe cambiare il corso della diplomazia regionale, ma che rischia anche di alimentare ulteriori tensioni in un Medio Oriente sempre più instabile. In un contesto segnato da guerra, propaganda e sofferenza, resta aperta la domanda su chi potrà davvero porre fine a questa spirale di violenza.
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