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L’attuale politica di sionismo promossa da Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano più longevo della storia dello Stato di Israele, rappresenta un’evoluzione ideologica e strategica di lungo corso. Essa si articola lungo diverse direttrici: sicurezza nazionale, identità ebraica dello Stato, espansione degli insediamenti nei territori occupati, rapporti con la diaspora e ridefinizione della posizione di Israele nello scacchiere regionale e globale. Per comprenderne la portata, è necessario un inquadramento storico e politico del sionismo e del percorso personale di Netanyahu.


Origini del sionismo e trasformazioni contemporanee

Il sionismo nasce alla fine del XIX secolo come movimento nazionalista ebraico con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico in Terra d’Israele (Eretz Israel). Il suo fondatore ideologico, Theodor Herzl, immaginava un progetto laico, democratico e liberale. Dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, il sionismo ha subito varie trasformazioni, articolandosi in forme diverse: sionismo lavorista, religioso, revisionista, culturale e post-sionista.

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Benjamin Netanyahu incarna e promuove una forma di sionismo che può essere definita neo-revisionista, fortemente influenzata dalla tradizione di destra inaugurata da Ze’ev Jabotinsky. Questo sionismo si fonda sull’idea che Israele debba affermare con forza i propri diritti storici, religiosi e di sicurezza sulla totalità della “Terra d’Israele”, che comprende anche la Cisgiordania (Judea e Samaria, secondo la terminologia sionista tradizionale).


1. Sicurezza e militarizzazione del sionismo

Il primo pilastro della visione sionista di Netanyahu è la centralità della sicurezza. Netanyahu sostiene che Israele, circondato da nemici e minacciato da attori statali e non statali (Iran, Hezbollah, Hamas), non possa permettersi cedimenti territoriali o soluzioni negoziate che mettano in discussione il controllo militare sui territori strategici. In questo quadro:

  • Il rifiuto della soluzione dei due Stati è una delle posizioni più chiare del suo governo.

  • Le operazioni militari a Gaza – intensificatesi drammaticamente dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas – sono giustificate come atti di autodifesa e parte integrante della sopravvivenza nazionale.

  • L’espansione delle capacità belliche, con il sostegno della tecnologia e dell’intelligence (Mossad, Shin Bet, IDF), viene considerata essenziale per la sopravvivenza dello Stato ebraico in un contesto ostile.

Il sionismo di Netanyahu tende quindi a fondersi con una forma di realismo securitario che rifiuta concessioni territoriali e promuove una lettura quasi darwiniana della geopolitica mediorientale.


2. Insediamenti e sovranità

Un altro aspetto centrale del suo sionismo è l’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Netanyahu ha progressivamente spostato il consenso israeliano verso una normalizzazione dell’idea che territori conquistati nel 1967 possano essere integrati permanentemente nello Stato di Israele. Le sue politiche includono:

  • L’approvazione di nuove unità abitative negli insediamenti, anche in aree particolarmente controverse come l’Area C (che costituisce circa il 60% della Cisgiordania).

  • Il sostegno esplicito alla legalizzazione retroattiva di avamposti illegali, in spregio al diritto internazionale.

  • La prospettiva di annessione unilaterale di alcune parti della Cisgiordania – proposta più volte ma non ancora formalmente attuata, anche per evitare crisi diplomatiche con gli Stati Uniti.

In questa visione, la presenza ebraica in tutta la Terra d’Israele è non solo legittima ma necessaria. La narrazione storica promossa da Netanyahu presenta la Cisgiordania come il cuore della patria ebraica, con riferimenti continui alla Bibbia e alla storia del popolo ebraico.


3. Ebraicità dello Stato e riforme costituzionali

Nel 2018, il governo Netanyahu ha approvato la controversa Legge Fondamentale: Israele Stato-nazione del popolo ebraico, che definisce Israele come “la patria storica del popolo ebraico” e il diritto all’autodeterminazione come “unico del popolo ebraico”. Tale legge:

  • Rafforza la dimensione etno-nazionale dello Stato.

  • Declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua “con status speciale”.

  • Ha suscitato forti proteste da parte della minoranza araba-israeliana (20% della popolazione), che si è sentita marginalizzata.

Questa legge è la manifestazione giuridica del sionismo di Netanyahu, che tende a privilegiare l’identità ebraica dello Stato rispetto a una sua definizione pienamente democratica o egualitaria. Tale visione è stata ulteriormente rafforzata dai tentativi di riforma del sistema giudiziario, accusati di voler limitare il potere della Corte Suprema e di ridurre i contrappesi democratici.


4. Rapporti con la diaspora e l’antisemitismo

Un altro elemento rilevante del sionismo di Netanyahu è la ridefinizione del rapporto con la diaspora ebraica. Tradizionalmente, il sionismo aspirava a unire il popolo ebraico nella terra d’Israele, ma Netanyahu ha promosso una linea che tende a identificare Israele come l’unico vero rappresentante legittimo degli ebrei nel mondo.

  • Ha spesso utilizzato la lotta contro l’antisemitismo come strumento politico per rafforzare la centralità di Israele.

  • Ha avuto rapporti ambigui con leader politici accusati di antisemitismo (come Viktor Orbán in Ungheria) quando ciò serviva a rafforzare gli interessi strategici di Israele.

  • Ha criticato parte della diaspora americana, in particolare quella liberal e riformata, accusandola di non sostenere abbastanza Israele.

Questo approccio si inscrive in una logica di sionismo escludente, in cui solo un certo tipo di ebraismo – religioso, nazionalista, filo-israeliano – è considerato autentico o legittimo.


5. Geopolitica e diplomazia regionale

Netanyahu ha profondamente trasformato il sionismo anche sul piano geopolitico. Uno dei suoi obiettivi principali è stato quello di rompere l’isolamento regionale di Israele, e ha ottenuto risultati significativi:

  • Ha promosso gli Accordi di Abramo (2020), normalizzando le relazioni con Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan.

  • Ha cercato (e tuttora cerca) di estendere questa normalizzazione all’Arabia Saudita, sebbene le guerre a Gaza abbiano temporaneamente bloccato il processo.

  • Ha fatto dell’opposizione all’Iran un asse centrale della sua politica estera, presentando Teheran come minaccia esistenziale per Israele e giustificando così alleanze con regimi autoritari sunniti.

Tale visione geopolitica riflette un sionismo pragmatico, meno legato all’Occidente liberal-democratico e più proiettato verso alleanze strategiche basate su interessi comuni, anche con regimi illiberali.


Il sionismo di Benjamin Netanyahu non è una semplice continuazione del progetto originario di Herzl, né si può ridurre a un nazionalismo difensivo. È un sionismo di potenza, volto a garantire la superiorità politica, militare e identitaria dello Stato di Israele in Medio Oriente. Questo approccio ha suscitato profonde fratture interne e internazionali:

  • All’interno di Israele, ha polarizzato l’opinione pubblica e intensificato le divisioni tra ebrei religiosi e laici, tra ebrei ashkenaziti e mizrahì, tra ebrei e cittadini arabi.

  • A livello globale, ha messo in crisi i rapporti con alcune comunità ebraiche e ha alimentato critiche da parte di organizzazioni internazionali per presunte violazioni del diritto internazionale.

In definitiva, la politica sionista di Netanyahu può essere letta come una ridefinizione muscolare e selettiva dell’identità israeliana, fondata su una combinazione di ideologia, sicurezza, espansionismo e religione. Resta da vedere se questa visione sarà sostenibile nel lungo periodo o se produrrà nuove crisi interne ed esterne per lo Stato di Israele.

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