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Tra insofferenza per le regole e retorica anti-istituzionale, un’espressione che rivela una tendenza politica più profonda.

Il fastidio verso la legge non nasce oggi. Ogni regime autoritario ha dovuto, prima o poi, ridurre, svuotare o piegare il diritto alla propria volontà. È accaduto col fascismo, che vedeva nella magistratura un corpo da disciplinare. È accaduto nelle dittature sudamericane, dove “ordine” significava obbedienza cieca, non giustizia. E accade oggi, quando si bollano i tribunali come “politicizzati” solo perché non si piegano al volere del governo o del leader carismatico di turno.

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Quando, in un dibattito pubblico o in una conversazione privata, qualcuno liquida la questione legale con un “il diritto è una rottura di coglioni”, non sta solo esprimendo frustrazione verso la burocrazia. Quella frase, dietro l’apparente spontaneità, racchiude un preciso atteggiamento culturale: l’idea che norme, limiti e procedure siano un ostacolo alla “libertà” intesa come assenza di vincoli.

Negli ultimi anni, questo approccio ha trovato terreno fertile soprattutto in alcuni ambienti della destra radicale, dove il diritto viene visto come una costruzione artificiale e “intrusiva” dello Stato, spesso contrapposta a un presunto ordine naturale o tradizionale.
In queste visioni, tribunali, leggi e garanzie procedurali diventano strumenti di un potere “corrotto” o “nemico del popolo”, e l’osservanza delle regole è percepita come un cedimento alla “casta”.

Il diritto è noioso. Il diritto è lento. Il diritto è pieno di carte, procedure, cavilli, rinvii. Ma soprattutto — per chi sogna il comando assoluto — il diritto è un fastidioso freno. Ecco perché, quando un politico, un influencer o un opinionista di estrema destra dice che “il diritto è una rottura di coglioni”, non sta parlando solo di burocrazia: sta dichiarando guerra a un’idea di civiltà.

Perché il diritto, con le sue regole, è il muro che impedisce ai “decisionisti” di fare e disfare a piacere. È il dispositivo che garantisce che anche il più potente sia vincolato dalle stesse norme del più debole. E questo, per chi vive di culto della forza, è intollerabile.

Storicamente, l’estrema destra ha sempre nutrito diffidenza verso i meccanismi di bilanciamento del potere: Costituzioni, diritti civili, organismi internazionali e giudici indipendenti sono stati spesso bollati come ostacoli all’azione rapida e “decisiva” dei leader forti. In questa cornice, la legge non è vista come garanzia di libertà, ma come freno all’autorità e all’azione “purificatrice” che la politica dovrebbe esercitare.

Non si tratta, però, di un’esclusiva assoluta: anche altri movimenti politici hanno criticato la complessità eccessiva dell’apparato giuridico. Ma mentre una critica democratica cerca di semplificare il diritto senza smantellarne i principi fondamentali, l’estrema destra tende a concepirne il superamento o la neutralizzazione in favore di un potere più centralizzato e meno vincolato.

In un contesto di crisi economica, instabilità sociale e polarizzazione politica, frasi come “il diritto è una rottura di coglioni” diventano così più che uno sfogo: diventano slogan impliciti per delegittimare l’idea stessa di legalità, aprendo la porta a soluzioni autoritarie.

Il paradosso è che, dietro la retorica della “libertà” e della “gente comune” schiacciata dalla burocrazia, si nasconde un progetto che della libertà vuole fare polpette: togliere diritti, concentrare il potere, spostare le decisioni nelle mani di pochi. E quando il diritto diventa un ostacolo, lo si insulta per delegittimarlo.

La vera domanda, quindi, non è se il diritto sia o meno “fastidioso” — ogni cittadino, prima o poi, ha sperimentato il peso di regole e procedure — ma cosa succede a una società quando quel fastidio diventa il pretesto per rinunciare alle garanzie democratiche.

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