Verona, violenza contro un 13enne: il CNDDU chiede una risposta civile e scolastica
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) esprime profondo turbamento per l’aggressione subita a Verona l’11 luglio da un tredicenne, costretto a subire violenza fisica e umiliazioni degradanti da parte di un gruppo di coetanei più grandi. Non si tratta di un episodio marginale, né di una “ragazzata”, ma di un segnale grave che interroga la società nel suo complesso. La denuncia, presentata dalla madre il 21 agosto ai Carabinieri, a oltre un mese dai fatti, mostra quanto la paura e il terrore possano paralizzare la vittima, spingendola al silenzio per timore di ritorsioni.
Da un punto di vista sociologico, la vicenda rivela il volto inquietante di una cultura che tende a legittimare la sopraffazione come strumento di riconoscimento e appartenenza al gruppo. Quando il branco diventa il luogo in cui si misura il proprio valore, la violenza si trasforma in linguaggio identitario. In questo scenario, la vittima non è solo un bersaglio occasionale, ma diventa funzionale alla coesione interna del gruppo stesso. È la logica del “noi contro l’altro”, che non si limita a ferire un singolo ragazzo, ma incrina il tessuto civile e mina le basi della convivenza democratica.
La dimensione psicologica aggiunge ulteriore gravità. Colpire un adolescente fragile, già provato da una condizione di vulnerabilità clinica, significa incidere profondamente sulla sua percezione di sé e sul suo rapporto con il mondo. L’umiliazione subita non è un episodio che si esaurisce nel tempo della violenza, ma rischia di sedimentarsi come ferita identitaria, influenzando lo sviluppo emotivo e la fiducia nei legami sociali. La paura di ritorsioni, il silenzio iniziale, il terrore che accompagna le giornate di questo giovane sono indicatori di una sofferenza che richiede ascolto, protezione e sostegno qualificato.
In questo quadro, la scuola emerge come luogo decisivo non solo per trasmettere conoscenze, ma per formare coscienze. Non possiamo ridurre l’educazione ai diritti umani a un accessorio curricolare o a un progetto sporadico: essa rappresenta una necessità imprescindibile per contrastare l’analfabetismo emotivo e la crescente normalizzazione della violenza. La scuola ha la responsabilità di offrire spazi in cui l’empatia, il rispetto reciproco e la gestione non violenta dei conflitti diventino esperienze quotidiane, non slogan.
Il caso di Verona ci costringe a guardare oltre la cronaca: ci dice che se un tredicenne, l’11 luglio, può essere costretto a inginocchiarsi e baciare i piedi dei suoi aggressori, e se solo il 21 agosto una madre trova la forza di denunciare, allora l’intera comunità educante deve interrogarsi sulle proprie omissioni. È un monito che riguarda ciascuno di noi, perché la dignità violata di un ragazzo è una ferita collettiva.
Il CNDDU manifesta piena solidarietà al giovane e alla sua famiglia, ma soprattutto ribadisce con forza che non possiamo limitarci all’indignazione. Occorre assumere la responsabilità di trasformare le scuole, le famiglie e le comunità in luoghi di prevenzione e di crescita umana. Solo così episodi di questo tipo potranno cessare di essere tollerati come inevitabili e iniziare a essere contrastati come ciò che realmente sono: un tradimento dei valori fondativi della nostra società democratica.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU










