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Questione di sguardi

 

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Tra le vicende mediamente scabrose di questi mesi, e forse molto più mediocri di quanto faccia apparire lo scandalismo, c’è senza dubbio il gruppo social che ha tenuto banco per alcune settimane. Una pagina con decine di migliaia di iscritti molti dei quali condividevano usurpativamente (e cioè: di nascosto alle interessate) foto delle proprie compagne, vuoi rubate a scatti quotidiani come pulizie o vita domestica, vuoi esplicitamente sessuali. L’antico e sacro adagio che la sfera e la scelta privata è intoccabile è tale proprio perché in essa non tutto è realmente possibile: altrimenti non sarebbe più uno spazio protetto, ma una sorta di selva dell’abuso. I paletti che rendono l’autonomia effettivamente libera e tale non possono non comprendere la riservatezza, la consapevolezza e il consenso: già solo fare saltare questi tre presupposti implica che esiste una violazione che nulla più, appunto, ha a che fare con l’autonomia e la libertà. Viceversa, ci interessa relativamente il modo in cui traggano piacere le persone: si dovrebbe condannarlo o ammetterlo con criteri morali che esulano dal nostro giudizio e dalla nostra analisi. Di sicuro, trarre godimento dalla circolazione sotterranea e nascosta, ma massiva e martellante nei numeri, di foto delle proprie compagne è indice di una mentalità involuta, che perfora l’intimità di coppia avendo sempre bisogno di una platea esterna per poter completarsi. A ben vedere, una contraddizione in termini. Dall’altra parte, siamo diventati una società sostanzialmente più guardona che mai, che si fonda sull’accedere indiscriminatamente al dato e all’esperienza altrui. Un caso altrettanto recente va in questa direzione: una giovane donna fa una visita, riceve apprezzamenti velatamente insinuanti sulla sua corporalità. A parere di chi scrive, per quanto si tratti di commenti allusivi e francamente evitabili nell’ambito medico, le violazioni alla personalità femminile che accettiamo e introiettiamo giornalmente sono invero assai di più. Quello che si spiega molto, molto, di meno è che sia conseguentemente partita una caccia a contenuti e profili di quella stessa donna, che effettivamente pubblicava materiale in cui si rappresentava libertina o quasi goliardicamente erotomane. A nostro avviso c’è tutto uno sguardo maschile che ha completamente invertito le ragioni: perché da osservatore devo semmai chiedermi se quella battuta o quel gesto o quella osservazione del personale medico sia sbagliata e in che termini (magari rivedibili o piuttosto graduabili) e non se sia la destinataria di quell’attenzione portatrice di una propensione a dover essere così trattata. Altrimenti dovremmo concludere, applicando a tutto lo stesso metro di giudizio, che il povero non possa essere derubato, quando è invece comune esperienza che proprio le classi sociali meno abbienti sono quelle storicamente più defraudate e spoliate. Dagli altri consociati o dai pubblici poteri.

In altre parole riteniamo che l’attenzione si sposti tutta, finanche attraverso meccanismi comprensibili, e mai giustificabili, sulla sessualità della persona (che suscita più attenzione) e non sul suo genere e sul diritto a viverlo secondo coscienza. Il comportamento erotico segue o precede alla dignità personale?

Le convenzioni relazionali che costituiscono il nostro contesto sociale sono indubitabilmente più gravose per le donne e forse anche per questo non si può pensare che le risolvano la mentalità astensionistica dei diritti civili o all’opposto le stesse argomentazioni femministe della metà del secolo scorso. Problemi nuovi o incarnazioni nuove di problemi antichi hanno bisogno di lenti appropriate. Trovo ad esempio di criminale idiozia i commenti che seguono a casi di violenza carnale su pubblica via (stazioni, parchi e così via), come se tutto fosse comodamente risolvibile e occultabile attraverso l’ordine pubblico. Caccia all’immigrato significa in quei casi consapevolmente nascondere la persino superiore incidenza di violenze familiari, domestiche e in rapporti di convivenza o ex convivenza. E significa nascondersi, con pari dolo, che il territorio è stato smantellato dai suoi presidi sociali fatti di educazione, condivisione e partecipazione: altrimenti perché nascono zone a rischio, orari a rischio, attività a rischio?

In conclusione, in tutto questo chiacchiericcio sulla chat erotica, non vediamo, come si fosse in un “serraglio da tinello”, chissà quale spioncino sulle abitudini sessuali delle italiane – che dovrebbero essere da sé, per altro verso, a scegliersele e costruirsele. Vediamo semmai una conscia violazione di intimità che trasforma la persona in oggetto da mettere in mostra. Difficile, allora, parlare di libertà di genere quando la donna è assunta da oggetto, e non soggetto: il bene aggredito dal ratto occasionale, la casalinga spiata, l’utente scambiata coi contenuti che la profilano. Il che sembra più impegnativo e grave di trentamila guardoni o di una battuta inappropriata, gli uni e l’altra esistenti perché è un certo tipo di sguardo a orientare a senso unico il modo in cui siamo visti e ci facciamo vedere. In estate, tuttavia, il caldo si inganna più volentieri col feuilleton che col senso di responsabilità.

 

Domenico Bilotti

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