Le affermazioni principali di Lovati
Le dichiarazioni dell’avvocato Massimo Lovati su Stasi, soprattutto riguardo al fatto che Stasi avrebbe mentito, che non sarebbe mai entrato in quella casa, e che avrebbe saltato un muretto, rappresentano un attacco diretto e radicale alla versione finora accettata dalla sentenza definitiva. Tuttavia, ad oggi, esse appaiono come ipotesi difensive che mettono in luce dubbi utili, più che prove certe.
Ecco i punti principali che l’avvocato Lovati ha sostenuto, relativi a ciò che Stasi avrebbe dichiarato (o “raccontato”) sul giorno del delitto:
Stasi ha raccontato “un sacco di bugie”
Lovati afferma che molte parti della versione offerta da Stasi contengono incongruenze, esagerazioni o elementi “inverosimili”. In particolare, dice che Stasi avrebbe descritto la vittima come “stesa per terra, non sulle scale”, che le sue scarpe fossero pulite, che la sua faccia fosse “pallida”, e simili dettagli che non tornerebbero bene con le evidenze reperite. The Social Post+1
Stasi non sarebbe mai entrato nella casa
Secondo Lovati, Stasi non avrebbe mai varcato la soglia della villetta di via Pascoli, dove avvenne l’omicidio. Sarebbe una delle bugie o fantasie inserite nella sua ricostruzione. Lovati sostiene che nessuno ha mai chiesto a Stasi di dimostrare come avrebbe fatto a entrare, dove avrebbe scavalcato il muro, da dove sarebbe entrato, se abbia suonato al campanello, come ha aperto la porta, ecc. The Social Post+2Il Tempo+2
Il salto del muretto
Una delle parti più controverse della versione di Stasi, secondo Lovati, è che avrebbe sostenuto di avere saltato un muretto di circa due metri per accedere alla villetta dopo non aver ricevuto risposta al campanello. Lovati definisce questa parte del racconto inverosimile. The Social Post+2ilGiornale.it+2
Motivazioni della menzogna e figura del “copritore”
Lovati afferma che Stasi non mente “per coprire se stesso”, ma per proteggere “veri mandanti” dell’omicidio. In altre parole, Stasi sarebbe stato “una pedina”, obbligato o costretto da pressioni (minacce implicite o esplicite) a sostenere una versione che non corrisponde ai fatti reali. The Social Post+2ilGiornale.it+2
Critica alla prima ricostruzione e inesistenza di verifiche su alcune parti del racconto
Lovati afferma che nelle fasi investigative iniziali non è stato chiesto a Stasi di ricostruire i gesti concreti: come avrebbe scavalcato il muro, dove avrebbe suonato, come sarebbe entrato, ecc. Secondo lui questi sono tasselli essenziali, non esplorati, e che la loro assenza lascia spazio a dubbi rilevanti sulla credibilità del racconto di Stasi. Il Tempo+2The Social Post+2
Le affermazioni di Lovati hanno suscitato reazioni forti, sia nei media che fra le parti coinvolte, e sollevano una serie di problemi procedurali e fattuali.
Risposta della difesa di Stasi
L’avvocato di Stasi, Antonio De Rensis, ha contestato parte delle teorie di Lovati, sostenendo che la ricostruzione giudiziaria ha sostenuto la credibilità del racconto di Stasi, che è stato valutato in sede processuale, con udienze, perizie e contraddittorio. De Rensis dichiara che è stata esaminata la totalità degli elementi, comprese le versioni di Stasi, le analisi dei reperti, le impronte, il DNA, ecc. Corriere di Maremma+1
Dubbi sulla memoria e sulla prova
Molti osservatori mettono in evidenza che le dichiarazioni di Lovati su cosa avrebbe fatto Stasi (saltare il muro, camminare dentro la casa, aver visto la vittima in un punto preciso) rischiano di essere ricostruzioni che richiederebbero prove molto concrete per essere prese come vere: tracce sull’intonaco del muretto, foto, testimoni, orari, impronte. Lovati afferma che certe verifiche non furono fatte, ma la controparte sottolinea che la sentenza definitiva si basa su prove che sono state ritenute sufficienti dai giudici. Il Tempo+2Newsroom Italia+2
Questioni di metodo investigativo
Le parole di Lovati sollevano il tema delle cosiddette omissioni investigative: cosa è stato fatto, cosa no, quanto è stato verificato il racconto di Stasi, in che modo. Se davvero non vennero verificate certe azioni (scavalcare muro, suonare, entrare), allora ci sarebbe un limite importante nel procedimento iniziale. Ma da quello che emerge, ci sono già stati molti accertamenti: la sentenza definitiva, per giunta, ha superato vari gradi, Cassazione compresa. Newsroom Italia+1
Effetto mediatico e danno reputazionale
Alcuni commentatori sostengono che le teorie di Lovati, particolarmente forti e suggestive, alimentano un’attenzione mediatica che rischia di confondere opinione pubblica e prove effettive. L’ex magistrata Simonetta Matone, per esempio, ha criticato Lovati, dicendo che certe affermazioni sono incredibili, e ha chiesto che vengano presentati elementi concreti, non solo sospetti o ricostruzioni retoriche. Il Tempo
Se le affermazioni di Lovati trovassero conferma documentale, potrebbero esserci implicazioni di rilievo:
Revisione delle prove e del giudicato
Se si dimostrasse che Stasi non è mai entrato nella casa, o che alcune fasi del suo racconto sono inverosimili o contraddittorie con le tracce fisiche, potrebbe emergere un motivo per riconsiderare la sentenza, almeno sotto l’aspetto probatorio.
Apertura di piste investigative su altri soggetti
Lovati ipotizza l’esistenza di “veri mandanti” o soggetti coperti finora, che potrebbero aver indotto Stasi a mentire. Ciò implicherebbe nuove perizie, nuovi confronti, acquisizione di testimonianze, controllo delle persone che avrebbero potuto esercitare pressioni. The Social Post+1
Modalità con cui è stata condotta l’indagine iniziale
Potrebbero emergere elementi per contestare la robustezza delle indagini del 2007: se realmente non sono state verificate le modalità di ingresso, se le impronte sul muro o sul campanello non sono state sufficientemente controllate, se è possibile che tracce siano state contaminate o trascurate.
Nonostante la forza retorica delle sue dichiarazioni, ci sono limiti evidenti:
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Mancanza di prove documentali pubbliche che confermino le sue accuse (es. immagini, dichiarazioni firmate, sopralluoghi che mostrino che il salto del muro non era possibile, ecc.).
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Il fatto che la sentenza definitiva è basata su un lungo processo con gradi multipli, perizie e contraddittorio, cosa che rende difficile sostenere che nulla sia stato verificato.
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Possibile errore di memoria per fatti accaduti quasi diciotto anni fa, soprattutto su dettagli come “suonare al campanello”, “saltare il muro”, “luogo esatto in cui si trovava il corpo”.
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Alcune sue affermazioni si basano su ricordi personali (lui ricorda che verso le 11.30 della fiera a Vigevano si parlava già del delitto), ma è difficile che un racconto personale possa diventare prova concreta in sede giudiziaria se non supportato da elementi oggettivi. Newsroom Italia+1
Occorre che vengano prodotti elementi concreti (perizie, verifiche sul muro, sul campanello, tracce fisiche, testimonianze) che confermino o smentiscano i racconti. Solo così sarà possibile stabilire se le parole di Lovati potranno diventare parte rilevante di un eventuale sviluppo processuale, o resteranno fra le teorie possibili ma non dimostrate.
Ma allora se stasi per l’avvocato Lovati e’ innocente per quale motivo avrebbe mentito?
“Stasi non ha ucciso, ma ha mentito per proteggere qualcuno”
Le dichiarazioni dell’avvocato Massimo Lovati, difensore di Andrea Sempio, hanno riportato il delitto di Garlasco sotto i riflettori con nuovi interrogativi che riaprono, almeno sul piano mediatico e investigativo, il dibattito sulla colpevolezza di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi.
In diverse interviste televisive, tra cui la trasmissione Filorosso e Quarta Repubblica, Lovati ha espresso una posizione tanto netta quanto spiazzante: Alberto Stasi non è l’assassino di Chiara, ma ha raccontato menzogne per coprire i veri responsabili.
“Non ha ucciso lui, ma sa chi l’ha fatto”
Secondo Lovati, Stasi non avrebbe mai messo piede dentro la villetta di via Pascoli quella mattina, smentendo così un elemento chiave della versione ufficiale. “La storia del salto del muretto è inverosimile”, ha dichiarato il legale, “e non esistono prove che dimostrino che Stasi sia realmente entrato in casa e abbia trovato il corpo.”
Lovati mette in dubbio l’intera ricostruzione fatta da Stasi: dal suono del campanello al racconto del ritrovamento del cadavere, passando per la dinamica del suo ingresso nella villetta. Ma il punto centrale non è la sua presenza o meno sulla scena del crimine, bensì la motivazione dietro le bugie: secondo Lovati, Stasi ha mentito non per colpevolezza, ma per protezione.
“Alberto ha detto un sacco di bugie. Ma non perché è colpevole, bensì perché sta coprendo qualcuno. È stato una pedina in un gioco più grande di lui”, ha detto Lovati.
È qui che la teoria dell’avvocato prende una piega più complessa: Stasi sarebbe stato coinvolto indirettamente nell’occultamento della verità, magari per paura, forse sotto pressione. Lovati lascia intendere che dietro l’omicidio ci sarebbe un contesto più ampio, mai completamente esplorato, e che Stasi avrebbe scelto di “reggere il peso” di una verità indicibile.
Pur non facendo nomi, Lovati parla chiaramente di “veri mandanti” o responsabili “protetti” da una rete di silenzi. Per il legale, la giustizia non ha ancora individuato i veri colpevoli del delitto di Garlasco.
Le incongruenze nella versione di Stasi
Lovati ha sottolineato diversi elementi che, secondo lui, non tornano nella versione offerta da Stasi:
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Il salto del muretto: una manovra difficile, secondo il legale, mai effettivamente dimostrata o ricostruita sul piano investigativo.
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L’ingresso in casa: non esistono prove fisiche certe (impronte, DNA) che dimostrino che Stasi sia effettivamente entrato nella villetta.
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Il ritrovamento del corpo: Stasi avrebbe detto che Chiara era “stesa per terra”, quando invece il corpo si trovava sulle scale. Una discrepanza che, secondo Lovati, indica che non ha visto direttamente la scena del delitto.
Lovati denuncia anche presunte lacune nelle indagini iniziali: “Nessuno ha mai chiesto a Stasi di dimostrare concretamente cosa ha fatto quella mattina. È mancata una verifica pratica delle sue parole.”
Le dichiarazioni di Lovati hanno generato reazioni contrastanti. Alcuni esperti e commentatori, come l’ex magistrata Simonetta Matone, hanno definito la ricostruzione del legale come “suggestiva ma priva di riscontri oggettivi”. La difesa di Stasi, dal canto suo, ha ricordato che il loro assistito è stato condannato in via definitiva dopo un processo lungo e articolato, basato su perizie, tracce compatibili e ricostruzioni dettagliate.
Eppure, le domande sollevate da Lovati colpiscono per la loro forza retorica: perché mentire se non si ha nulla da nascondere? Se Stasi fosse davvero innocente, cosa lo avrebbe spinto a fornire una versione lacunosa, incoerente o persino falsa dei fatti?
Lovati prova a rispondere: “Non ha coperto se stesso. Ha coperto qualcun altro.
Se le affermazioni di Lovati trovassero un riscontro oggettivo attraverso nuove perizie, testimonianze o prove genetiche le conseguenze sarebbero rilevanti:
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Si aprirebbe la strada a una revisione del processo.
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Potrebbero emergere nuovi indagati o co-responsabili.
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Si getterebbe una nuova luce sul ruolo di Stasi: non più l’unico colpevole, ma un testimone chiave silenziato da forze esterne.
Nel frattempo, la Procura di Pavia ha riaperto indagini parallele, con nuove tracce genetiche (come “Ignoto 3”) e approfondimenti sull’“impronta 33” legata ad Andrea Sempio. È possibile che, nel contesto di questi nuovi accertamenti, le ipotesi avanzate da Lovati vengano vagliate o smentite.
La teoria di Lovati divide: da un lato, offre una lettura alternativa che potrebbe spiegare alcune ombre mai dissipate; dall’altro, si scontra con una sentenza definitiva e con l’assenza — per ora — di prove concrete a supporto.
Ciò che è certo è che il caso Garlasco, a diciotto anni dal delitto, continua a inquietare per i silenzi, i vuoti e le domande che ancora resistono. E le parole dell’avvocato Lovati, più che chiudere il cerchio, sembrano allargare ancora il campo delle ipotesi.










