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Paolo Mendico e l’esercizio del sadismo

 Nel gennaio del 2020, nei pressi della stazione metro di Rebibbia, un quattordicenne con i capelli lunghi e uno zainetto rosso, fu aggredito da quattro sconosciuti di circa sedici anni d’età. Prima lo insultarono perché portava i capelli lunghi, e poi lo presero a calci e a pugni. Il minore riportò un trauma cranico e ferite al viso. Anche le persecuzioni subite da Paolo Mendico, il quattordicenne che si è suicidato per non tornare a scuola, cominciarono sin dalle elementari a causa dei suoi capelli lunghi. Portare i capelli lunghi è una colpa. Per i sadici, ovviamente, solo per i sadici. 

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“Crudeltà mentale fine a sé stessa, consistente nel gusto sottile di fare e vedere soffrire gli altri, di punzecchiarli e tormentarli con parole o azioni che irritino o comunque mettano a disagio senza alcuna necessità e giustificazione”, è la definizione per estensione che il Treccani dà del termine “sadismo”. Un gravissimo peccato non menzionato nel Vangelo, nell’Antico Testamento e neppure nel Catechismo della Chiesa cattolica, e neppure da Dante nella Divina Commedia. Come mai? Forse non è un grave peccato, ma una grave malattia? Una malattia da curare? Allora facciamo curare alunni e alunnetti che provano gusto a tormentare un compagno. Lo chiamano bullismo, ma in realtà è l’esercizio del sadismo. 

Renato Pierri

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