Chi fa e disfa, mette e leva, costruisce e demolisce, non perde mai tempo. Se non fosse tragico, sarebbe una barzelletta
Garlasco, diciotto anni dopo. Si cercano ancora risposte dove, in realtà, da tempo sopravvive solo il rumore. La vicenda dell’omicidio di Chiara Poggi è entrata da anni nell’immaginario collettivo italiano, non solo come tragico fatto di cronaca, ma come simbolo di qualcosa che si muove anzi, si agita senza mai arrivare da nessuna parte.
È il caso che ha diviso le famiglie davanti al televisore, infiammato le aule dei tribunali, ispirato programmi televisivi, rafforzato fazioni e rovesciato certezze. Oggi, mentre si analizzano nuovi reperti trovati nella villetta persino sacchetti della spazzatura conservati come reliquie si ha l’impressione che si stia cercando una verità in fondo a un pozzo senza luce. Si continua a scavare, forse per principio più che per convinzione. E nel frattempo, la fiducia nelle istituzioni traballa.
Chi fa e disfa, si dice, non perde mai tempo. Ma è proprio così?
Chi mette nuove prove, chi leva quelle vecchie, chi costruisce versioni dei fatti e poi le demolisce: sembra una grande officina del sospetto, dove il tempo scorre senza direzione. La scienza promette molto, ma non consegna certezze. I testimoni ricordano e dimenticano a fasi alterne. Le procure riaprono fascicoli che sembravano chiusi. Gli avvocati giocano la loro partita. Intanto, le famiglie quella della vittima e anche dell’imputato – continuano a vivere nell’incertezza. Anzi, in una perenne condanna al dubbio.
La verità giudiziaria ha già parlato: Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva. Ma da mesi, e ora di nuovo con forza, si torna a chiedersi: “Siamo sicuri? Abbiamo sbagliato qualcosa? Abbiamo dimenticato qualcuno?” Siamo un Paese che ama le revisioni. E questo, in sé, è un segno di democrazia. Ma siamo anche un Paese che ama le dietrologie. E questo, invece, è un segno di sfiducia. Se la giustizia arriva in ritardo, e quando arriva sembra imperfetta, allora il sospetto diventa la religione dominante.
Chi costruisce, dovrebbe mirare alla verità. Chi demolisce, dovrebbe farlo con prove più forti di quelle che vuole abbattere. Ma spesso sembra accadere il contrario. Ogni nuova analisi viene accolta come la chiave definitiva. Ogni sua smentita viene archiviata come un dettaglio tecnico. Si parla di DNA trovato su vecchi oggetti, ma non si sa se siano realmente collegabili a qualcosa. Si citano nuove piste, ma senza nomi né fatti. Si agitano speranze, ma con la stessa rapidità con cui vengono sgonfiate.
Nel frattempo, Garlasco resta lì. Una cittadina stanca di essere conosciuta solo per un delitto, vittima anch’essa di uno stigma. Chiara Poggi, invece, è diventata un simbolo, un volto che tutti abbiamo imparato a conoscere. Ma c’è il rischio che anche lei venga dimenticata sotto il peso delle speculazioni, delle analisi infinite, delle domande senza risposta.
Ecco perché oggi, più che mai, serve sobrietà. Non nel senso di tacere – anzi, il dovere di cercare la verità non può mai venire meno ma nel senso di rispettare i confini tra ciò che è utile e ciò che è spettacolo. Troppe volte, negli ultimi anni, la cronaca giudiziaria si è trasformata in una fiction nazionale, con puntate, colpi di scena, e finali sempre provvisori.
L’editoriale che state leggendo non ha la pretesa di chiudere la questione. Né intende riaprire ciò che la magistratura ha concluso. Ma vuole ricordare una cosa semplice: quando la giustizia sembra non arrivare mai a destinazione, è il senso stesso della giustizia a perdere valore. E quando tutto viene messo in discussione, si rischia che nulla abbia più significato.
Garlasco è, ormai, il nome di un paradosso. Dove la ricerca della verità ha preso strade così tortuose da sembrare un labirinto. Dove ogni nuovo elemento si presenta come risolutivo, salvo poi svanire nel nulla. E dove chi fa e disfa sembra effettivamente non perdere tempo ma nemmeno fare davvero un passo avanti.
Alla fine, resta una frase amara, ma profondamente vera: se non fosse tragico, sarebbe una barzelletta. E le barzellette, si sa, fanno ridere. Ma qui non c’è niente da ridere. C’è solo da capire, ancora. Se possiamo.











